CONTRAZIONE Punx Torino

concerto Parco Rignon

“Non è l’unico modo … è il vostro modo
Perché i vostri sorrisi sono troppo bianchi
E i vostri gesti troppo sicuri”

Contrazione è un collettivo nato nel marzo del 1983 in cui sono confluite persone con alle spalle diverse esperienze musicali e “politiche”.
Il punto di partenza dell’analisi portata avanti dal gruppo è quello dei “bisogni”, momento di presa di coscienza della realtà che elimina il pericolo del facile idealismo e dogmatismo, da cui partono le successive esplorazioni che diventano motivo di lavoro e studio per CONTRAZIONE. Il gruppo, quindi, come luogo di potenziamento e di approfondimento delle tematiche dell’individuo.
Il nostro sforzo di non abituarsi alla disperazione e al grigiore, ma di utilizzare i suoni, i colori e la vita di una metropoli, che arrivano ogni giorno alla nostra mente, come stimolo per costruire una base per la nostra vita e per la nostra lotta per il presente, che sia l’eroina, il nucleare, o anche temi come l’informatica e la telematica (che, da possibili momenti di maggiore divulgazione della cultura, diverranno strumento per le mire di una società sempre più tecnocratica), con la coscienza di vivere in un paesaggio urbano come quello di Torino, che mostra ogni giorno in maniera sempre più evidente i sintomi di un progressivo sfacelo. CONTRAZIONE per una musica che non sia solo un pugno allo stomaco, ma anche un momento di proiezione della nostra coscienza.

(Da YETI n° 1283 Torino 1983)

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Diggers: Il mondo alla rovescia

Nella prima metà del XVII secolo l’Inghilterra vive uno dei periodi più turbolenti e decisivi della sua storia moderna. Guerre di religione e civili, proliferare di gruppi millenaristi, lotte popolari, spinte egualitarie, un regicidio; tutti gli strati sociali coinvolti, tutte le istituzioni messe in discussione. È il periodo della repubblica di Cromwell , dell’ascesa della borghesia mercantile e dei primi vagiti della rivoluzione agraria. In questo contesto di agitazioni armate e rivendicazioni popolari, il primo aprile del 1649 una trentina di contadini occupa delle terre incolte, una volta appartenenti al demanio ed ora diventate proprietà privata. Sono comunisti, antiautoritari e nonviolenti. A guidarli è Gerrard Winstanley, che – cosi afferma – in una trance mistica intravede il modello di vita adatto per sé e per tutti gli uomini. Abolizione della proprietà, vita in comune, nessuna autorità, uguaglianza. Per le autorità governative niente di particolarmente pericoloso, se non fosse che quello che pensa e dice lo sta facendo veramente rendendo piuttosto nervosi i proprietari terrieri. Sono loro (insieme alle autorità religiose locali) che fanno pressione perché lui e i suoi compagni vengano sgomberati da quelle terre, che fino a poco tempo prima appartenevano a tutti e da cui tutti potevano trarre le risorse per vivere. Entro pochi mesi il movimento, che verrà chiamato dei diggers (zappatori), crea una decina di comunità in diverse contee, che si riappropriano delle terre comuni, ne abbattono le recinzioni, le coltivano o usano i frutti spontanei,  cercando di resistere ai soprusi, alle angherie e ai sabotaggi  cui vengono sottoposti da provocatori di professione pagati dai proprietari. Nel giro di un anno o poco più il movimento viene disperso; non così i loro concetti di giustizia e libertà, oltre alla loro pratica dell’azione diretta. Un filo rosso li collegherà alle idee e ai movimenti che ben  più organizzati e corposi si affacceranno nei secoli successivi sulla scena della storia contro lo sfruttamento e per l’uguaglianza.

Il mondo alla rovescia (Zappatori)

Nel 1649
Sulla collina di St George
Una banda di straccioni che chiamavano Zappatori
Giunse a manifestare la volontà del popolo.
Sfidarono i proprietari terrieri
Sfidarono le leggi
Erano i diseredati
Che reclamavano ciò che spettava loro.

Veniamo in pace, dicevano
Per zappare e seminare.
Veniamo a lavorare la terra insieme
E a far fiorire le lande incolte.
A questa terra divisa
Restituiremo l’integrità
Affinché possa essere
Un tesoro comune, per tutti.

Il peccato della proprietà
Noi disprezziamo.
Nessuno ha diritto di comprare e vendere
La terra per profitto personale.
Con il furto e l’assassinio
Si sono impadroniti delle terre.
Ora ovunque i muri
Si ergono al loro comando.

Fanno le leggi
Per incatenarci meglio.
I preti ci abbagliano con il paradiso
O ci condannano all’inferno.
Non adoreremo
Il Dio che servono.
Il Dio dell’avidità che nutre i ricchi
Mentre i poveri muoiono di fame.

Lavoriamo, mangiamo insieme
Non abbiamo bisogno di spade.
Non ci inchineremo ai padroni
Né pagheremo il fitto ai signori.
Siamo uomini liberi
Anche se siamo poveri.
Zappatori tutti, ribellatevi, per la gloria
Ribellatevi ora!

Dai possidenti
Giunsero gli ordini.
Mandarono i mercenari e i soldati
Per spazzare via gli Zappatori
Demolire le loro case
Distruggere il loro granturco.
Vennero dispersi,
Soltanto la visione perdura.

Poveri, fatevi coraggio.
Ricchi, fate attenzione.
La terra è stata fatta tesoro comune
Perché tutti la condividano
Tutto in comune
Un solo popolo
Veniamo in pace.
E giunse l’ordine di falciarli via tutti.

 

Leon Rosselson

The Barracudas – World Turned Upside Down [1985]

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1962: i rapitor cortesi

LA STAMPA Varese, 13 novembre 1962. […] Non pareva proprio d’essere in Tribunale, tanto quest’aria benevola ondeggiava visibile dal pretorio all’emiciclo, sino a sfiorare le toghe dei giudici. Il diplomatico ha reso la sua deposizione senz’ombra di risentimento, anzi, senza neppure preoccuparsi di nascondere la simpatia che lo lega ormai alla brigatella dei dieci o dodici ragazzi che un giorno, sul finire dello scorso settembre, lo portarono via con un pretesto, in auto, e lo tennero per tre giorni e mezzo prigioniero in una baita di montagna. Presidente — Ma quando la fecero salire su quell’auto, non ebbe la sensazione di essere minacciato? Elias — Ero preoccupato, ma soltanto perché andavano troppo veloci con quella macchina! Presidente — Ma armi, in quel viaggio, ne vide? Le fu puntata qualche pistola contro? Elias — Fui urtato da qualcosa di duro, ma non posso dire che fossero armi. Presidente — Che cosa le dissero i suoi rapitori? Elias — Che non avevano nulla contro di me, che mi avrebbero rilasciato dopo tre o quattro giorni, che non mi avrebbero fatto del male, che facevano questo per salvare un amico spagnolo condannato a morte. Presidente — Non pensò di opporre resistenza? Elias — No, quando mi diedero quelle assicurazioni che non sarei stato maltrattato che mi avrebbero lasciato libero entro pochi giorni, io li lasciai fare senza difficoltà. Presidente — Vide che maneggiassero pistole in quella baita, i suoi rapitori? Elias — Sì, ad un certo punto saltò fuori una pistola, ma per poco tempo. Presidente — Ma non si sentì minacciato? Elias — No, per niente, per niente! Presidente — Stamattina abbiamo interrogato il De Tassis. Ci è parso un po’ seccato perché lei gli avrebbe detto: «Guardi che se io avessi voluto scappare lo avrei potuto fare perché lei si è messo a dormire mentre mi faceva la guardia ». Il De Tassis avrebbe replicato: « Io avevo le chiavi della baita in tasca, lei non poteva fuggire… ». Elias — Beh, sì, ci siamo fatto anche questo discorso. Eravamo entrati in confidenza. Ormai la cosa era su un piano, come dire?, di reciproca… «Di reciproca stima », ha completato un avvocato della difesa. Ed il vice-console, ridendo: «Esatto, di reciproca stima ». A questo punto, l’aria benevola che fin dal primo momento ha cominciato a spirare su questo processo è esplosa in una risata aperta che ha scosso tutta l’aula. Ridevano tutti, avvocati, parte lesa, imputati, carabinieri. P. M. — È facile adesso portare il processo in chiave umoristica. Ma ricordiamoci che c’è anche una chiave tragica. Lei, signor console, soffriva di disturbi cardiaci? Sua moglie soffriva di disturbi cardiaci? Elias — Sì, io e mia moglie abbiamo sofferto di disturbi cardiaci, in passato. Presidente — Sua moglie fu molto impressionata per il suo rapimento? Elias — Si, ma me lo spiego. Lei era lontana, non sapeva dove fossi e con chi… Il vice-console ha poi confermato che una volta si offrì di versare del denaro ai suoi rapitori, quelle millecinquecento lire che aveva nelle tasche al momento del ratto. Elias — Li avevo pregati di comperarmi una medicina, ma quelli rifiutarono: «Noi, danaro non ne tocchiamo ». Oh! gran bontà dei rapitori di buona famiglia! […]  II dott. De Giacomo (P.M.) dice che egli respinge un’impostazione politica del processo: « Qui non si fa il processo al generale Franco, qui non si può prendere occasione dalla causa di rapimento per elevare censura ai sistemi giudiziari in vigore in un Paese amico. La politica non deve entrare in quest’aula. Dò atto agli imputati che essi agirono ritenendo che il loro amico, l’anarchico Conill, fosse condannato a morte, ma non interessa a me, non interessa a questa causa il sapere se fu veramente condannato a morte o se la pena di morte fu soltanto richiesta ». Gli avvocati difensori (sono uno stuolo, tra cui alcune tra le toghe più famose dei fori della Lombardia e del Veneto) hanno fatto notare che le testimonianze invocate erano necessarie alla causa, perché si riferiscono al particolare valore morale e sociale del gesto degli imputati. Il Tribunale, ascoltate le ragioni dei difensori e del Pubblico Ministero, si è ritirato per una lunga consultazione in camera di consiglio. Poi è uscito con un’ordinanza che è stata salutata dagli avvocati della difesa come una loro prima vittoria: è stato ammesso il nuovo teste, professor Carasol, sono stati confermati gli altri tre già in lista. Quindi è incominciata la sfilata degli imputati. Per primo ha parlato Amedeo Bertolo. Il 21 settembre lesse sul giornale Le Monde che l’amico Conill era stato sottoposto a processo e che per lui l’accusatore aveva chiesto la pena capitale. Impressionato, si mise a contatto con alcuni amici, con loro studiando un piano per «fare qualcosa» in favore dell’amico Presidente — Avevate armi? Bertolo — C’erano due pistole, ma erano nella baita, scariche. Le pallottole erano in un sacchetto. Presidente — Avevate detto a qualcuno, in città, di questo rapimento? Bertolo — Sì, la sera io ritornai a Milano. Incontrai il Fornaciari e gli dissi di portare su in baita viveri e denaro. Poi mi recai in biblioteca, dove incontrai alcune nostre amiche. Anche a loro dissi che avevamo rapito il vice-console… P. M. — E per la questione del finanziamento? Avevate fatto un piano d’accordo coi giornalisti di « Stasera »? Bertolo — No, sulle prime avevamo deciso che ognuno avrebbe pensato a sé… Poi, ci preoccupammo di prendere contatto coi giornali perché volevamo far sapere il motivo del rapimento del vice-console. Presidente — Ci può dire qualcosa sullo studente Conill? Bertolo — Lo conoscemmo durante un nostro soggiorno in Spagna. Conill era studente in chimica, un giovane anarchico generoso che rischiava la pelle per la libertà. Gli parlammo molte volte. Ci raccontò dei lavoratori delle Asturie arrestati, ci parlò degli studenti caduti nelle mani della polizia politica spagnola. Ci disse che in caso di arresto avrebbe preferito essere prigioniero dei militari, perché la polizia politica spagnola è formata da disperati che incrudeliscono sulle loro vittime ben sapendo che non hanno più che poco da vivere. P. M. — Al vice-console avete detto che egli era un ostaggio, che avevate intenzione di scambiarlo, sui Pirenei, con il giovane vostro amico Conill. Bertolo — Ma sì. Si sono fatti anche questi discorsi, ma per una vanteria… È seguito, davanti ai giudici, Gianfranco Pedron. Pedron — Chiesi scusa al vice-console del disturbo che gli avevamo dato. Dissi che ero fiero di quello che avevamo fatto. Osservai che anche lui doveva essere fiero di aver collaborato a salvare la vita di un uomo! Presidente — Magari non molto volentieri… Ecco il De Tassis. È, in questa comitiva di ragazzi, quello che ha i lineamenti più marcati, la voce più virile. De Tassis — Fui io a procurare una delle due pistole che avevamo nella baita. Il Bertani procurò l’altra. Presidente — E non le usaste? De Tassis — No, perché ad un certo momento si stipulò con il viceconsole un patto di gentiluomini… Lui non si sarebbe mosso, noi avremmo portato via le armi. Nel pomeriggio sale al pretorio il Tomiolo, un altro tra i bigs della compagnia. Presidente — Non mi verrete a dire, per l’amor di Dio che avete puntato le armi sul vice-console? Tomiolo — Mai! Luigi Gerli e Giovanni Battista Novello-Paglianti hanno aggiunto poco a quanto già sappiamo. Giorgio Bertani narra di quella targa d’auto che i rapitori portavano con sé, proponendosi forse di usarla (egli deve perciò rispondere anche di furto). Bertani — Ai miei amici, per vanteria, ho sempre detto di aver rubato quella targa. Ma non è vero. Me la diede un amico che l’aveva appena sostituita… Presidente — Il giornalista Dell’Acqua le consegnò una somma di denaro? Bertani — Sì, centomila lire. Trattenni le spese di viaggio e consegnai il resto al Sartori… Il giornalista Aldo Nobile, di Stasera ha narrato ai giudici di essersi interessato presso i giovani rapitori per la riconsegna del vice-console alla polizia. Il processo continua domani. Gigi Ghirotti  

L’esecuzione dell’anarchico Jorge Conill Vall non venne eseguita. (n.d.r.)

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Raoul Vaneigem: La vita scorre, la vita fugge

La vie s’écoule, la vie s’enfuit. Scritta da Raoul Vaneigem nel 1961 con musica di Francis Lemonnier. Incisa da Jacques Marchais. Tratta dall’album Pour en finir avec le travail, 1974.

Raoul Vaneigem – La Vie S’écoule video

La vita scorre, la vita fugge
Sfilano i giorni al passo di noia
Rosso partito, grigio partito
Rivoluzione sempre tradita.

Lavoro morte, lavoro paga
Si compra il tempo al supermercato
Non più ritorna il tempo pagato
Giovane muori di tempo perduto.

Pupille fatte per l’amor d’amare
Sono il riflesso d’un mondo d’oggetti.
Senza sogni e senza realtà
Alle immagini siam condannati.

I fucilati, gli affamati
Verso noi vengon dal passato
Tutto comincia nulla è cambiato.
Nella violenza è maturato.

Bruciate, covi di curati,
Nidi di mercanti, di poliziotti
Al vento che semina tempesta
Si raccolgono i giorni di festa.

I fucili su noi diretti
Si volgeranno contro i capi
Mai più dirigenti e mai più Stato
Per trar vantaggio dalle nostre lotte.

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Le Belve di Oliver Stone

Sono stato al cinema a vedere Le Belve di Oliver Stone. Una storia d’amore a tre, oltre che un noir sulla realtà violenta e crudele del commercio della marijuana e sui narcotrafficanti dei cartelli messicani.
Cito questo film (a parte che mi sono divertito a vederlo) per due motivi:
il primo, per i primi 40 minuti è uno spot sulla marijuana e al suo utilizzo, il secondo, per le dichiarazioni di Oliver Stone sul film che vi riporto di seguito.
“Non è un film sul moralismo della guerra alla droga. Non menziono neanche la questione del proibizionismo, perché è una presa per il culo, non funziona. La storia racconta la relazione tra sei personaggi e il cambiamento che ognuno di loro vive durante il corso del film. Il problema della violenza dei cartelli messicani è solo parte di un problema globale. In Messico lo scorso anno ci sono stati 5.000 omicidi legati alla droga, molti dei quali morti innocenti coinvolti solo a causa di legami familiari. È un business violento perché economicamente proficuo, è un settore in continua espansione, più redditizio del turismo, persino del petrolio. Questa non è una guerra alla droga, questa è una guerra economica, e si combatte ovunque. Tutte le guerre sono corrotte, lo vediamo dal budget gonfiati della DEA, che non solo non risolvono il problema ma contribuiscono ad aumentarlo. Prigioni sovrappopolate, guardie, giudici, avvocati, procuratori, tutto un sistema monetariamente dipendente dalla popolazione carceraria. Quando il miliardario George Soros cercò di legalizzare la marijuana in California, ricevette l’opposizione più dura proprio dalle guardie carcerarie.

I cartelli messicani sono presenti in California perché i laboratori di produzione migliori a livello mondiale dell’industria della cannabis si trovano qui. Basterebbe legalizzare i produttori indipendenti che esistono sul nostro territorio: molti di loro hanno una conoscenza incredibile del prodotto e sono in grado di produrre marijuana di altissima qualità, la migliore che abbia mai provato da quando ho iniziato a fumare 40 anni fa. Non solo sono favorevole alla legalizzazione, ma alla depenalizzazione. Si eliminerebbe il circolo vizioso di corruzione. Negli Stati Uniti il 50% dei detenuti sono vittime, tra cui molti i giovani, accusati di crimini di droga minori. Legalizzando la vendita si potrebbero tassare i ricavati e il governo potrebbe utilizzare i soldi per educare e riabilitare, oltre a salvare centinaia di milioni di dollari per spese carcerarie”. (Luis De Nau)

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Antonin Artaud: per gli analfabeti

Un’anarchia, senza ordine né legge, le leggi e i comandamenti non esistono senza il disordine della realtà, il tempo è la sola legge. Continuerò a disarticolare ogni cosa, nella vita degli universi, perché il tempo sono io.                                                 La rivolta generale degli esseri è stata un sogno che ho osservato come un albero, nel mio angolo, con l’epidermide delle mie mani, e non ero morto né distrutto, ma nel corpo da qualche parte.                                                                      Sono una macchina che funziona benissimo e parte al primo colpo e sono gli esseri che, con la dialettica, fanno sorgere falsi problemi per comprendere esplicitamente quello che dico: che la mia testa funziona. Seguo la mia strada nell’onestà, nel contegno, l’onore, la forza, la brutalità, la crudeltà, l’amore, l’acredine, la collera, l’avarizia, la miseria, la morte, lo stupro, l’infamia, la merda, il sudore, il sangue, l’urina, il dolore.                                                                                           Non sono l’intelligenza o la coscienza ad aver fatto nascere le cose, ma il dolore mistero del mio utero, del mio ano, della mia enterocolite, che non è un senso, caro signor Freud, ma una massa ottenuta solo soffrendo senza accettare il dolore, senza rivendicarlo, senza imporselo, senza starselo a cercare …                                                                                       Non c’è scienza, c’è solo il niente, e non la supereranno la loro scienza se credono. Non si può vivere con tutti questi parassiti mentali attorno. Io sono colui che ha voluto rendere inutile il segno della croce.                                                                                                              Il dubbio, l’incostanza, l’ignoranza, l’inconseguenza non costituiscono uno stato alterato, ma il solo stato possibile, non esiste l’essere innato che avrebbe infusa la luce, la luce si fa vivendo, ma la sua natura reale è tenebrosa, non riempie mai lo spirito di consapevolezza, ma della necessità di accatastare il suo essere, di raccoglierlo al centro delle tenebre, affermazione consistente di un essere, di una forma che con la sua misura e i suoi appetiti si affermerà, l’essere, non dio, nessun principio innato.                                                            Io non sono mai andato a dire agli intellettuali: che cosa volete? Neppure li ho mai biasimati, li ho solo scandalizzati con la lingua e i colpi. L’idea che ho di me è che non so nulla e sento sempre qualcosa di diverso in merito a un’idea del dolore e dell’amore che non può non uscirne.                                                                                                                    Non ho mai amato l’atmosfera delle case di correzione e non accetto che me la si applichi. Lo ripeto, a guidarmi non è l’orgoglio letterario dello scrittore che vuole piazzare e veder pubblicato il suo prodotto. Sono i fatti che racconto che voglio che nessuno ignori, i gridi di dolore che lancio e che voglio siano sentiti. No, io, Antonin Artaud, no e poi ancora no, io, Antonin Artaud, non voglio scrivere se non quando non ho più niente da pensare. Come chi divori il proprio ventre, l’aria del suo ventre, da dentro. Sotto la grammatica si nasconde il pensiero che è un obbrobrio più difficile da battere, una vergine molto più renitente, molto più difficile da superare quando lo si prende per un fatto innato. Perché il pensiero è una matrona che non è sempre esistita. E che le parole gonfie della mia vita si gonfino nel vivere dei blabla dello scritto.

Io scrivo per gli analfabeti.

P.S. Bisogna pagare degli ignoranti assoluti con denaro e buone parole per trasportare oppio, e fucilare i soldati, per vestirsi con abiti civili e assassinarli tutti, i soldati.

Liberare l’oppio dell’Afghanistan …

Antonin Artaud

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Mondo beat

In una di queste feste, la prima, io mi trovai Gunilla Unger seduta su una gamba e Carmen Russo sull’altra, mentre m’ intrattenevo a parlare non ricordo più con chi di che cosa. Avvenne allora che a un certo punto tutti i ragazzi e le ragazze si spogliarono, eccentricamente, e parteciparono a una sorta di cerimonia di amore di gruppo, che non fu né ostentata né volgare, ma in qualche modo ieratica, alla quale Carmen Russo, Gunilla Unger e io assistemmo con compostezza.

Certo è che se Gunilla Unger, ch’era mia moglie, si fosse ingelosita di Carmen Russo e si fosse alzata stizzita dalla mia gamba, io non starei a scrivere ora la storia di Mondo Beat, perché il Movimento si caratterizzò proprio per lo spontaneismo sessuale che caratterizza le rivoluzioni vere.

In un’epoca in cui in Italia imperversava il gallismo, a Mondo Beat non ci sarebbe stato nessuno che “aveva una donna”. Né ci sarebbe stato alcuno che “non aveva una donna”, perché se lo stesso Giacomo Leopardi fosse passato da Mondo Beat, con Silvia ci avrebbe fatto all’amore pure lui, invece d’infastidirla con tediose poesie.

Né a Mondo Beat si ricorda un solo episodio di gelosia, ma sempre storie belle tra giovani, e ciò sa di incredibile, se si pensa all’intreccio delle situazioni umane e al fatto che mai a nessuno fu chiesto di identificarsi, né di dire da dove venisse, né dove stesse andando. Melchiorre (Paolo) Gerbino

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Dadaumpa DAdaDAdaDA Dada

Dadà è un cane, un compasso, l’argilla addominale, né nuovo né giapponese nuda, gazometro dei sentimenti in bolle, Dadà è brutale e non fa propaganda, Dadà è un quantum vitale in trasformazione trasparente senza sforzo e rotatoria.

Dadà è un microbo vergine, Dadà è contro il caro vita, Dadà società anonima per lo sfruttamento delle idee, Dadà ha 391 posizioni e colori differenti secondo il sesso del presidente. Si trasforma, afferma, dice simultaneamente il contrario, senza importanza, grida, pesca con la lenza, Dadà è contro il futuro. Dadà è morto. Dadà è idiota. Viva Dadà. Dadà non è una scuola letteraria, urla.

Dadà lavora con tutte le sue forze all’instaurazione dell’idiota dovunque. Ma coscientemente. E tende lui stesso a diventarlo sempre di più. Dadà è terribile: non si commuove per le sconfitte dell’intelligenza. Dadà è pittosto vigliacco, ma vigliacco come un cane arrabbiato, non riconosce nessun metodo né l’accesso alla persuasione.
Dadà non è una dottrina da mettere in pratica: Dadà, per dire una bugia è: un affare che rende bene. Dadà fa debiti e non se ne sta in panciolle. Il buon Dio ha creato una lingua universale, è questa la ragione per cui non lo si prende sul serio. Una lingua è un’utopia. Dio può permettersi di non aver successo: anche Dada. Ecco perché i critici dicono: dadà si concede lussi, o Dadà è in calore, Dio si concede lussi o Dio è in calore. Chi ha ragione: Dio, Dadà o il critico?

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Quello che si intende per sperimentazione concreta di libertà

Quello che si intende per  sperimentazione concreta di libertà e di comunità è tutto dentro la dinamica dell’opposizione ostinata all’esistente societario. La libertà, infatti, può essere sperimentata solo attraverso le forme di negazione materiale dell’illibertà sociale o comunque introiettata individualmente; la comunità reale può essere pre-vissuta come comunità di intenti, di tensioni, di agire. Ciò non è permesso. Per questo la trasgressione assume valenza positiva, seppur degna di smitizzazione e soprattutto di non fissazione. La trasgressione in sé non porta valori comunque umani, ma ne nega altri codificati; se essa, però, si trasforma in riaffermazione differente di ciò che prima ha rifiutato non è altro che forma recuperata, produttiva di comportamento sociale controllabile. La trasgressione cui noi ci riferiamo è quella che contiene tanto la negazione del presente quanto l’allusione al futuro. Non ci interessano certo i ladri che si fanno banchieri né i banchieri che diventano ladri! La trasgressività è quanto, pur prodotto dalla società, tende ad affermare caratteri diversi, antagonici, di comunità. Quando si contrappone il concetto di comunità reale a quello di società – come che si sia storicamente manifestata – non è certo per riprodurre una sorta di guerra di tutti contro tutti, l’homo homini lupus di lontana memoria, né tanto meno per ricordare nostalgicamente le società-comunità primitive (poiché allora effettivamente i due termini si confondevano tra di loro). L’appartenenza reciproca, il riconoscimento delle differenze e la loro corretta valutazione, il superamento di appiattimenti egualitarizzanti, la riscoperta dell’originalità singola e collettiva contro il processo di identificazione: ecco i caratteri dell’essere-vivere comunità, ecco quanto è stato sottomesso e soggiogato dalla forma-società. Riccardo D’Este. 1983

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Ecatombe

Venerdì 27 maggio, il tribunale di Cherburg, cittadina francese della Bassa Normandia, ha condannato a 40 ore di lavoro socialmente utile e a 100 euro di multa un ventottenne che la notte del 24 luglio 2009, cantava, mentre era alla finestra di casa, Hecatombe, una canzone di Georges Brassens. Tre poliziotti che passavano nella via non hanno apprezzato le parole considerandole oltraggiose nei confronti delle forze dell’ordine ed hanno segnalato al Tribunale l’oltraggio subito ricavandone una denuncia per vilipendio. La canzone, del 1953, racconta di una bagarre avvenuta al mercato di Brive-la Gaillarde tra un gruppo di donne e di poliziotti. Nella colluttazione al maresciallo le donne urlano “morte aux vaches (lo slogan adottato dagli anarchici francesi sin dal 1890 contro i gendarmi) morte alle leggi, viva l’anarchia!”. Questo mentre a Parigi si svolgeva una mostra su “Brassens o della libertà” e tutti i ragazzini francesi la trovano sui libri scolastici e al conservatorio se ne studiano musica e parole.

“Questa è una canzone che si può cantare davanti ad uno specchio, cantata di fronte ai poliziotti diventa un oltraggio”. La cosa non poteva finire così. Una trentina di persone qualche giorno successivo si è radunata davanti al commissariato di Toulose per protestare contro questa condanna al canto di Hecatombe. Anche i poliziotti di Toulouse non hanno apprezzato Brassens e il coro è stato circondato e condotto in commissariato. 29 coristi sono stati convocati dal giudice: il reato è sempre quello di vilipendio.

Ecatombe 

Video georges Brassens Hécatombe 

Al mercato ieri mattina
per un mazzo di qualche ortaggio
di massaie una dozzina
si esibiva in un bel pestaggio.

A piedi, a cavallo, in vettura
intervenne l’autorità
a provarsi nell’avventura
di fermare le ostilità!

Senza dubbio sapete tutti
di una ben radicata usanza
se per dar contro ai poliziotti
tutti quanti fanno alleanza.

Sui gendarmi furiosamente
si gettarono le matrone
dando vita in quel frangente
ad un numero d’eccezione!

Nei confronti dei piedipiatti
sono pervaso da tanto amore
che nel vederli sopraffatti
io tifavo per le signore.

E dal lato del mio abbaino
le mie grida univo al clamore
incoraggiando il plotoncino
come fosse la squadra del cuore!

Attaccandosi una comare
a un maresciallo di polizia
“Morte alla legge!” lo fa gridare
ed inneggiare all’anarchia.

Una delle più forsennate
stringe il cranio di un questurino
tra le chiappe sue smisurate
come macine d’un mulino!

La più grassa del gruppetto
con due tette che fanno per sei,
sbottonato il reggipetto,
mena sberle alla Cassius Clai.

Il fioccare di tali bombe
è il sigillo della vittoria,
è la fine di un ecatombe
da citare nei libri di scuola!

Non contente del consuntivo
e di quella bella razione
come oltraggio definitivo
prima di lasciar la tenzone.

Le comari a quel nemico,
perdonatemi l’indecenza,
certe cose volevan tagliare,
per fortuna ne eran già senza!

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