È più criminale fondare una banca che rapinarla..

Io ho un carattere socievole e mi piace ridere e scherzare. Odio la volgarità, la prepotenza e l’ipocrisia.
 Dopo tanti anni di galera, ho acquisito la tendenza a rinchiudermi in me stesso per coltivare i miei sogni, i miei progetti, le mie speranze. Insomma, sono diventato un po’ “orso”, ma appena ho a che fare con persone vive e leali, mi apro completamente. Non è facile sopravvivere in queste paludi d’opportunismo e rassegnazione riuscendo a salvaguardare la propria personalità. Ci si riesce a condizione d’ergere steccati immaginari tra sé e gli altri, tra sé e l’ambiente.
 Io credo d’essere riuscito a mantenermi integro e ci sono riuscito perché ho avuto la fortuna di vivere rapporti intensissimi con compagni e compagne che, da fuori, non mi hanno mai fatto mancare la loro amicizia, il loro affetto, il loro amore.
Ci sono riuscito perché da prigioniero sono sempre riuscito a difendere alcuni spazi inviolabili quali la dignità, l’orgoglio e il rispetto in me stesso.
 La difesa quasi trentennale della propria integrità è stata la lotta più dura e silenziosa. Il resto, i fatti di cronaca, le lotte, le evasioni riuscite e quelle tentate, sono episodi importanti ma non determinanti all’interno d’un percorso esistenziale complessivo… 
Quando qualche secolo fa iniziai a rapinare le mie prime banche mi trovai subito appiccicato addosso i soprannomi “Il rapinatore gentile”, “Il rapinatore solitario” e “La primula rossa”. 
”Rapinatore solitario” perché le banche le rapinavo da solo. “Primula rossa” per l’inventiva (scarsa) di un giornalista che aveva intervistato mio padre durante la mia latitanza. Ma perché “rapinatore gentile”?
 Ecco, la spiegazione di questo e il racconto di alcuni particolari inerenti al mio “stile” di rapinare le banche…
 Intanto, perché ad un certo momento mi sono messo a rapinare banche e perché solo banche? E perché le rapinavo da solo?
In realtà, dopo aver letto le vicende della “Banda Bonnot” e anche Brecht (“È più criminale fondare una banca che scassinarla”), parlai con alcuni compagni anarchici del mio progetto di rapinare (allora non si diceva ancora “espropriare”, al ’68 mancavano alcuni anni…) banche per rivitalizzare economicamente la stampa anarchica. Fui quasi preso per un pazzo. Se non fossi stato il figlio di Libero, m’avrebbero persino preso per un provocatore.
 Allora, mi misi a rapinare banche da solo.
 Come le rapinavo le banche? 
Prima studiavo attentamente le strade del posto. Cercavo sempre le banche periferiche o situate in piccole città. Cercavo di capire dove ci sarebbero stati i primi posti di blocco e cercavo stradine periferiche, deviazioni, per non dover passare in quei punti “caldi”. Se possibile, dopo pochi km abbandonavo la macchina in un posto dove non l’avrebbero trovata subito e prendevo un pullman oppure un autobus e mi portavo fuori dalla “zona calda”.
 Una volta rapinai una banca in provincia di Bergamo, sulla strada che da Bergamo scende ad Iseo. Il paese era Tagliuno. Rapinata la banca, scappai verso Iseo. Prima d’entrare in Iseo lasciai la macchina in un garage, dicendo di cambiare l’olio e di lavarla, affermando che sarei passato a riprenderla dopo alcune ore. Poco lontano c’era una fermata dell’autobus. Presi l’autobus e rifeci a ritroso la strada fatta per scappare. Arrivati a Tagliuno, davanti alla banca che avevo rapinato quindici minuti prima, c’erano i carabinieri e una gran folla. La gente sull’autobus faceva commenti pesanti e una signora accanto a me disse che ci voleva la pena di morte per chi rapinava banche… ed io le davo ragione. Arrivato alla stazione degli autobus di Bergamo salii su un pullman diretto a Milano. In quel periodo autobus e pullman di linea non venivano fermati ai posti di blocco, a meno che non si fosse trattato di fatti gravissimi.
 Ma perché “rapinatore gentile”? Perché non urlavo e mi rivolgevo agli impiegati fermamente ma con gentilezza, spesso scherzando per sdrammatizzare. Perché se nella banca c’era gente aspettavo pazientemente il mio turno, facendo finta di controllare delle cifre su di un foglio, finché la banca si svuotava. Allora mi avvicinavo alla cassa poggiavo la mia borsa sul tavolo e, al posto di una cambiale da pagare tiravo fuori la pistola e, tranquillamente dicevo all’impiegato: “Stai assolutamente calmo e non ti succederà nulla. Prendi tutti i soldi che hai in cassa e poggiali sul banco”. Gli altri impiegati non si accorgevano subito di ciò che succedeva. Quando realizzavano che c’era una rapina, alzavano subito le mani, allora io gli dicevo di poggiare le mani sul tavolo, di stare tranquilli, di comportarsi normalmente. Se per caso fosse entrato un cliente mentre la rapina era in corso, cosa che è successa molte volte, non si sarebbe accorto che era in corso una rapina. Poi quando arrivava vicino a me, gli mostravo la pistola e anche a lui dicevo di stare tranquillo e lo facevo andare in un angolo lontano dalla porta d’uscita. Quando mi avevano consegnato i soldi, dicevo a tutti di stendersi per terra e di non alzarsi per cinque minuti, che c’era un mio complice, fuori, che sarebbe intervenuto se si fossero alzati prima dei cinque minuti e lui non era così tranquillo come me…
 Solitamente, aspettavano realmente i cinque minuti. A volte entrava un cliente e vedendo gli impiegati per terra, era lui a dare l’allarme.
 Una volta, durante una rapina, un’impiegata ebbe un lieve malore per la paura. Il giorno dopo sul giornale lessi le sue generalità e tramite la Fleurop le mandai un mazzo di fiori scusandomi per la paura che le avevo causato.
 Ecco, così nacque il “Rapinatore gentile”.
 Ma la mia gentilezza è innata, non affettata. Diciamo che sono gentile per natura, fa parte del mio carattere e quindi traspare anche in situazioni anomale nelle quali, normalmente, la gentilezza non dovrebbe avere diritto di cittadinanza… Horst Fantazzini, 1998

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LA Vera Fame

La critica radicale è il movimento stesso in cui i proletarizzati lottano contro il dominio del fittizio, smascherando l’organizzazione delle apparenze. Da quando il fittizio e la sua avvelenata promessa si insinuano in ogni esistenza svuotandola di ogni senso vivo e presente, trova a resisterle il furore crescente di una fame di vero e di senso, che parte dal corpo stesso della specie.

A mano a mano che in ogni forma dell’esistente si realizza un momento del valore autonomizzato, a mano a mano che l’antropomorfosi del capitale mette in scena “un’umanità” di automi, insorge a combatterla ciò che le è irriducibilmente alieno.

La lotta in processo è innanzitutto smascheramento e denuncia del falso, rottura violenta degli schemi frapposti tra il fine reale della rivoluzione e il furore degli oppressi deviato in falsi scopi. Al punto estremo di contraddizione tra capitale e vivente, il fine reale della rivoluzione non può essere meno che la distruzione del capitale e la realizzazione della specie umana quale comunità vivente in un rapporto di coerenza organica con l’universo naturale. Il dominio del capitale su una collettività sotto-umana e su un pianeta avvelenato, sempre più si rivela come l’ultimo ostacolo che separa l’autogenesi creativa della comunità-specie dal suo modo latente. È quando la critica radicale, attaccando ogni forma di rappresentazione fittizia, indica nel suo muoversi. Perciò da sempre esso suscita l’odio più nero dei gestori della finzione. Ogni sorta di amministratori fraudolenti di “crisi” parcellari, di “politiche” alternative, di “battaglie” immaginarie, trova in essa il nemico irriducibile. Essi si provano a combatterlo con i mezzi che sono loro congeniali: la calunnia, la deformazione della storia, sino al ripudio di quanto, nel passato, la loro “cultura” indica come anticipazione dello stesso movimento. (Tratto da PUZZ n° 20 giugno-agosto 1975)

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Maggio ’68: bilancio dei danni e dei saccheggi

Nelle manifestazioni dei mesi di maggio e giugno 1968, il patrimonio della città di Parigi è stato danneggiato in modo considerevole.

È così che:

– 10.000 m2  di pavé sono stati prelevati dalla strade;

– 35 impianti semaforici sono stati danneggiati;

– 15 lampioni sono stati abbattuti;

– 6 dispositivi d’allarme della polizia e 1 dei vigili del fuoco sono stati distrutti;

– 500 segnali stradali sono stati resi inutilizzabili;

– diverse dozzine di banchi pubblici sono stati fatti a pezzi;

– 96 alberi diverse migliaia di sono stati abbattuti e altri 100 hanno subito danneggiamenti;

– diverse migliaia di griglie degli alberi sono scomparse.

I costi di sostituzione e riparazione dell’insieme dei beni ammontano a 2.500.000 franchi.

Per quanto riguarda i beni privati distrutti o danneggiati, al momento, le domande di danneggiamento raccolte dall’amministrazione riguardano:

– 298 automobili distrutte o danneggiate;

– 276 danni verso immobili e mobili (vetrine spaccate comprese).

Queste cifre sono suscettibili d’aumenti nella misura in cui nuove denunce saranno depositate in vista di un indennizzo.

A questi differenti bilanci è necessario aggiungere i danni che la Prefettura di Polizia ha subito e che possono essere quantificati nel seguente modo:

– 9 caserme della polizia saccheggiate (Commissariato Odéon, Sainte-Avoie, Plaisance, Saint-Thomas d’Aquin, Saint-Germain-des-Prés, Batignolles, Clignancourt, Montparnasse, Vigie Gotte d’Or);

– 3 autoambulanze della polizia incendiate;

– 10 veicoli deteriorati:

– materiale di comunicazione distrutto;

La riparazione per i danni ai locali della polizia verranno a costare 347.000 franchi per i danni immobiliari e 60.000 franchi per i furti mobiliari. LIAISONS Revue mensuel d’information et de relations publiques de la Préfecture de Police, settembre 1968

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L’esperienza psichedelica è un tesoro

Permettetemi di chiarire le ragioni per le quali trovo che l’esperienza psichedelica sia un tesoro. Sono assolutamente convinto che c’è una gran quantità d’informazioni dentro di noi, con miglia di conoscenza intuitiva arrotolate nel materiale genetico di ogni singola cellula. Qualcosa di simile ad una libreria contenente una miriade di tomi, ma senza un cartello d’entrata. E, senza accedervi, non c’è modo nemmeno di iniziare ad intuire l’estensione e la qualità di ciò che vi si nasconde. Le droghe psichedeliche permettono l’esplorazione di questo mondo interiore, e fanno luce sulla sua natura.

Questa è la ricerca che è stata parte della vita umana dai suoi primissimi momenti di coscienza. La coscienza della sua propria mortalità – coscienza che lo separa dai suoi cari animali – è ciò che dà all’Uomo il diritto, la licenza, di esplorare la natura della sua stessa anima e del suo spirito, di scoprire ciò che può sulle componenti della psiche umana. Ognuno di noi, in qualche momento della propria vita, si sentirà uno straniero nella terra straniera della propria esistenza, assetato di risposte a domande che sono cresciute dal profondo della sua anima e non se ne andranno. Sia la domanda che la risposta hanno una stessa fonte: se stessi. Questa fonte, questa parte di noi, è stata chiamata con molti nomi nella storia dell’uomo, il più recente dei quali è “l’inconscio.” I freudiani lo temono e gli junghiani ne sono estasiati. È la parte profonda che ti tiene d’occhio quando la tua mente conscia scivola via, che ti suggerisce cosa fare in un momento di crisi, quando non c’è tempo per ragionamenti logici e per prendere decisioni. È il posto in cui possono essere trovati demoni ed angeli e tutto ciò che c’è in mezzo.

Questa è una delle ragioni per cui considero gli psichedelici un tesoro. Possono dare accesso a parti di noi che hanno risposte. Possono, ma ripeto, non necessariamente e probabilmente non lo faranno, a meno che quello sia lo scopo con cui vengono utilizzati. Sta a te usare bene questi strumenti, nel modo giusto. Una droga psichedelica può essere paragonata alla televisione. Può essere rivelatoria, molto istruttiva, e – con una ponderata cura nella scelta dei canali – un modo per raggiungere straordinarie intuizioni. Ma per molte persone, le droghe psichedeliche sono semplicemente un’altra forma di intrattenimento; non si cerca nulla di profondo e quindi, di solito, nulla di profondo si trova. La possibilità degli psichedelici di dare accesso all’universo interiore credo sia la loro proprietà più importante. Alexander Shulgin

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Il maggio ’68 visto dalla polizia

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Nel 2008, in occasione dei quarant’anni dall’inizio della rivolta parigina del maggio, la Prefettura parigina ha pubblicato un numero speciale della sua rivista per raccontare “dall’altra parte della barricata” quei giorni. Decine di testimonianze di poliziotti ormai in pensione (tra cui quella, per molti aspetti preziosa, del prefetto dell’epoca) e soprattutto documenti e moltissime foto inedite. Ad essere intervistati sono soprattutto agenti semplici, o personale catapultato in fretta e furia a fronteggiare i rivoltosi. L’impressione che se ne ricava, leggendo i rapporti di polizia o le testimonianze è che, per tutte le forze dell’ordine e la gente comune, il momento fu veramente straordinario, un misto di paura (per la prima) e resistenza per gli altri.

“La popolazione era globalmente contro di noi, soprattutto all’inizio. Era dura da sopportare nella vita d’ogni giorno: I bistrot e i ristoranti si rifiutavano di servirci, sicuramente per paura di rappresaglie”.

“Siamo arrivati alla Sorbona nelle prime ore del conflitto. Mi ricordo di vasi di fiori ed altri oggetti che volavano giù sulla mia testa e quella dei colleghi. Non eravamo preparati, non c’immaginavamo un tale movimento di massa. Siamo arrivati di notte, solo con il kepì, senza nulla per proteggerci”.

“Tra lo stupore dei passanti e dei genitori, la guardia alle scuole è stata assicurata da “C.R.S”. Malgrado i tentativi di spiegazione, tutti erano persuasi che la rivoluzione fosse prossima. Il kepì rassicurava, il casco metteva la gente nel  panico”.

“Il pieno di carburante presto divenne un problema. I depositi erano in sciopero e abbiamo dovuto chiedere all’Esercito. Abbiamo così avuto la sorpresa di scoprire che il servizio “Benzina per l’Esercito” era tenuto da personale civile in sciopero. Non davano benzina  se non ai servizi di soccorso e men che mai alla polizia. Siamo andati, di notte a cercare benzina con nostre autocisterne e quelle di un trasportatore privato a cui avevamo requisito i mezzi”.

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Il Libero Spirito

“Se qualcuno indaga su quale libertà rivendichi, digli: «Io sono libero grazie alla mia verità. Nessun uomo e nessuna creatura può essermi d’ostacolo.»”

“Se ti domandano: «Qual è il fondamento della libertà e della verità, e come giungervi?», rispondi: «Io appartengo alla libertà di natura. La soddisfo in tutto ciò che esige da me e le concedo tutto a sufficienza.»”

“Se richiamo l’attenzione di una donna durante la più santa delle notti, placo in tal modo i miei appetiti senza il minimo scrupolo di coscienza. Non vedo alcun peccato in ciò, perché, grazie alla mia libertà di spirito, io sono un uomo secondo natura. È quindi mia prerogativa soddisfare liberamente le opere della natura.

“La perfetta libertà, eccola: tutto ciò che l’occhio vede e desidera, la mano l’ottenga! Se un ostacolo si erge davanti ad essa, che lo sopprima a buon diritto. Poiché, se un uomo tiene testa a ciò che lo contraria, la sua libertà non è intaccata.

“Fratello, quando colpisci chi ti colpisce, uccidi chi ti vuole uccidere, non averne cattiva coscienza, non confessarti ad un prete. Quello che hai ucciso, ti sei soltanto accontentato di rimandarlo al suo principio iniziale, da cui proveniva”. Una volta giunti a un simile grado di perfezione nella liberà, i fratelli che vivono nello spirito si trovano totalmente e corporalmente trasmutati: essi sono resi uno con Dio e Dio è totalmente e corporalmente con essi. A causa di una siffatta unione, gli angeli sono incapaci di distinguere, nello specchio della Trinità, fra Dio e l’anima che ha vissuto in libero spirito. Fra Giovanni da Brunn, ex aderente al Libero Spirito.

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Decrescita o rivolta?

Molti esperimenti in cui si tenti di svincolarsi, che rivendichino o meno la decrescita, sono encomiabili perché in tempi oscuri hanno la forza dell’esempio a condizione, questo sì, di presentarsi per quel che sono, modi di sopravvivenza più tollerabili, per riuscire a riprendere fiato se possibile, ma niente affatto panacee. Sono un inizio, dato che oggi la secessione è la condizione necessaria della libertà. Tuttavia, questa non ha valore se non come frutto di un conflitto, cioè unita al sovvertimento dei rapporti sociali dominanti. Costituendo una specie di guerriglia autonoma. Il rapporto con le lotte sociali e la pratica dell’azione diretta è quel che conferisce il carattere autonomo allo spazio, non la sua esistenza in sé. L’occupazione pacifica di fabbriche e territori abbandonati dal capitale talvolta potrà essere lodevole, però non fonda una nuova società. Gli spazi di libertà isolati, per quanto paiano molto meritori, non sono barriere che impediscono la schiavitù. Non sono fini a sé stessi, come non lo erano i sindacati in altri periodi storici, e difficilmente possono essere strumenti per la riorganizzazione della società emancipata. Durante gli anni trenta venne messo in discussione questo ruolo, attribuito allora ai sindacati unici, perché si supponeva fosse riservato alla collettività e ai municipi liberi. Il dibattito è degno di essere ricordato, senza dimenticare che nell’ora della verità l’autonomia di ciascuna istituzione rivoluzionaria, sindacati compresi, fu assicurata dalle milizie e dai gruppi di difesa. Oggi però le cose sono diverse: l’emancipazione non nascerà dall’appropriazione dei mezzi di produzione ma dal loro smantellamento. Le zone relativamente segregate oggigiorno esistono proprio perché sono fragili, perché non costituiscono una minaccia, non perché sono una forza. E soprattutto perché non oltrepassano i limiti dell’ordine: in Francia, il contributo principale del milione di neo-rurali non è stato altro che «votare a sinistra». In fin dei conti anche loro sono contribuenti. Gli isolotti auto-amministrati non trasformano il mondo. La lotta sì. Non siamo all’epoca dei falansteri o delle Icaria. La democrazia diretta e l’autogoverno devono essere risposte sociali, opera di un movimento nato dalla frattura, dall’esacerbarsi degli antagonismi sociali, non dal volontarismo campagnolo, e non devono prodursi alla periferia della società, lontano dal chiasso mondano, ma al suo centro. Lo spazio sarà effettivamente liberato quando un movimento sociale cosciente lo strapperà al potere del mercato e dello Stato, creando al suo interno delle contro-istituzioni. L’uscita dal capitalismo sarà opera di un’offensiva di massa o non sarà. Il nuovo ordine sociale giusto ed egualitario nascerà dalle rovine di quello vecchio, dato che non si può cambiare un sistema senza prima averlo distrutto. Miguel Amoros Documento completo

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Dialogo tra credenti e non credenti

Noi non crediamo alla giovinezza e alla vita. De Gaulle salvaci tu.  NOI CREDIAMO ALLA RINASCITA, ALL’ENTUSIASMO, ALLA MARCIA IN AVANTI. SALVIAMOCI DA SOLI.

Noi non crediamo alla solidarietà degli studenti e dei lavoratori. De Gaulle salvaci tu. NOI VOGLIAMO DISTRUGGERE LO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI E DEGLI STUDENTI. SALVIAMOCI DA SOLI.

Noi non crediamo alla forza del popolo. De Gaulle salvaci tu. NOI SAPPIAMO CHE SOLO IL POPOLO DIRIGE IL SUO DESTINO. SALVIAMOCI DA SOLI.

Noi non crediamo all’intelligenza e all’immaginazione. De Gaulle salvaci tu. NOI DISTRUGGIAMO LE BARRIERE DELL’ABITUDINE, DELLA STUPIDITÀ E DELLA NOIA. SALVIAMOCI DA SOLI.

Noi non crediamo alla responsabilità degli individui e alla fraternità fra gli uomini. De Gaulle salvaci tu. NOI PROCLAMIAMO IL DIRITTO DI CIASCUNO ALLA VERITÀ E ALL’INIZIATIVA. SALVIAMOCI DA SOLI.

Noi vogliamo che nulla si muova, fino all’immobilità della tomba. De Gaulle salvaci tu. NOI VOGLIAMO LA RIVOLUZIONE DEI CUORI, DEGLI SPIRITI, DELLE ISTITUZIONI, DELLA VITA. SALVIAMOCI DA SOLI.

COMITATO D’AZIONE DE L’EPÉE DE BOIS (Francia, Volantino maggio 1968)

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Locoismo I

Il locoismo è un fenomeno di  tossicodipendenza degli animali nei confronti di numerose piante. Si tratta di un folto gruppo di specie di erbe selvatiche dei campi (almeno una quarantina) appartenenti soprattutto al genere delle Leguminose, che sono psicoattive per diversi animali. Gli animali sino ad oggi individuati coinvolti nella tossicodipendenza da “erba pazza”, nota come locoismo, sono: mucche, muli, cavalli, pecore, antilopi, maiali, conigli, galline. Una volta che l’animale ha appreso a distinguere l’erba che gli procura l’ebbrezza fra le numerose che ingerisce, diventa un ricercatore e consumatore abituale di quella particolare pianta. Una caratteristica del locoismo risiede nella tenacia con cui gli animali cercano la pianta per loro inebriante. Mentre gli allevatori sradicavano l’“erba pazza” dai pascoli, si sono viste mucche e cavalli rubare i sacchi in cui l’erba era stata raccolta, rovesciando addirittura i carri dove questi sacchi erano stati stipati. I cavalli, in preda ad allucinazioni e attacchi maniacali incontrollabili, dopo aver divorato i fiori e le foglie dell’“erba pazza”, si mettono a scavare per estrarre e mangiare anche la radice. Un dato sorprendente riguarda il fatto che, più gli animali si interessano all’“erba pazza”, più questa si diffonde nel pascolo, sino a diventare la pianta dominante. Decine di pascoli sono stati abbandonati dagli allevatori perché oramai invasi esclusivamente dall’“erba pazza”. Nonostante le misure repressive adottate dagli allevatori (sradicamento dell’“erba pazza” dal pascolo, separazione dei piccoli appena nati dalle madri tossicodipendenti, ecc.) sia la pianta che il comportamento animale di ricercarla e consumarla continuano a esistere e ad essere uno dei più importanti flagelli della zootecnia nordamericana. Molti animali dediti al locoismo muoiono, ancor prima che per la tossicità intrinseca dell’“erba pazza”, a causa dei pesanti digiuni da altri alimenti a cui si sottopongono, così impegnati dall’unico interesse che gli è rimasto su questa terra: cercare il “seme pazzo”. http://samorini.it/site/etologia-2/locoismo/

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I sinistri e il lavoro

I sinistri cercano in continuazione di prendersi cura di noi lavoratori per migliorare le nostre condizioni. Il problema è che non ci stanno mai ad ascoltare. Se lo facessero, capirebbero che in sostanza noi non vogliamo lavorare, e non vogliamo lavorare specialmente in un mondo socialista (o anarcosindacalista, né in qualsiasi altro programma di autogestione dei lavoratori). L’idea di autogestire la nostra schiavitù è ancor meno allettante dell’avere un nemico che fa schioccare la frusta. NOI sappiamo che l’industria non ci offre felicità né appagamento, perché ci viviamo dentro e perché l’abbiamo costruita.
 Questa storia della sinistra che ci dice che solo nelle fabbriche gestite dai lavoratori possiamo trovare la liberazione deve finire. Credete che la loro utopia eliminerà l’inquinamento e le sostanze tossiche prodotte dall’industria, l’abuso dei bambini e delle donne prodotto dal disprezzo che si prova per se stessi lavorando come bestie, e l’abuso di se stessi con droghe e alcol per riuscire a sopportare il lavoro o per essere più efficienti ? A tutto questo la risposta è NO!

L’apparato industriale non può funzionare senza nocività. Contrariamente a quanto crede la maggior parte dei sinistri, non esiste una tecnologia eco-compatibile, il computer senza il quale non potete vivere non può essere fabbricato senza sostanze tossiche. Così, mentre liberate voi stessi, avvelenate anche l’aria che respirate e l’acqua che bevete, oltre a uccidere molte altre specie.
 Anche senza i capitalisti, il lavoro servile, duro, noioso, ripugnante continuerà ad esistere finché avremo bisogno di lavorare. Un’economia mercantile non può funzionare senza che la maggioranza delle persone continui a svolgere lavori di routine. Ora, se si crea un mondo in cui possiamo disporre di qualsiasi merce vogliamo: credete che la gente lavorerebbe meno? A quel punto lavoreremmo per la merce stessa, diventando quindi schiavi della merce e non più dei capitalisti.
 Non stiamo lottando per ottenere il nostro posto nella catena di montaggio (che molti sinistri non hanno mai visto né sentito) e passare la vita lavorando. Non crediamo che gli esseri umani siano i razionali “eredi del pianeta”. La sinistra non ha niente da offrire alla nostra rivolta quotidiana. Allora che cosa dobbiamo fare? Ci hanno fatto credere che per cambiare dobbiamo andare a destra o a sinistra. Fottetevene. La risposta è l’insurrezione selvaggia, il SELVATICO. Bedlam Rovers

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