Raoul Vaneigem – Per un’internazionale del genere umano

Gli schiavi sono più disprezzabili dei padroni. Se le moltitudini rinunciano a scacciare i loro tiranni, perché i tiranni dovrebbero rinunciare al potere che il servilismo consente loro?

Tuttavia il disprezzo è partecipe della logica dello sfruttamento. Non è più sufficiente porgere uno specchio e dire: “Guarda a che punto di bassezza e di ignominia sei caduto.” Rendere la vergogna ancora più vergognosa, come lo proponeva Marx, è come porre buone domande suscitando cattive risposte, perché il senso di colpa scortica il desiderio e lo rivolta come la pelle di un animale morto.

La confusione e lo smarrimento aumentano sempre più in quanto in ogni essere esiste abbastanza vita per combattere ciò che lo opprime e lo degrada. Ma paradossalmente è da questa forza inutilizzata e intenzionalmente ignorata che nasce la propensione a ricercare la morte e l’autodistruzione.

Con il disprezzo di quanto ha in sé di più vivo e di più umano, la maggioranza si disprezza con una morosità giubilatoria e propaga intorno a sé l’odio che porta. Da qui le rivolte imbecilli, le rabbie corporative, le collere fasulle, le tirannie demagogiche, le pseudo-radicalità, la peste emozionale e il fascismo banalizzato perfino nel comportamento dei suoi più risoluti avversari.

[…]

Protestare contro le condizioni che opprimono gli uomini senza progettare di porvi un termine è il marchio degli schiavi.

L’unico modo di non atrofizzarsi in una società che esonda in distruzioni assurde la rabbia di non vivere, è costruire le situazioni in cui creare la propria felicità quotidiana, che insegna a creare una società sempre più umana.

Non si tratta insomma di affrettare la presa di coscienza del cambiamento radicale che, a partire dal maggio 1968, cammina irreversibilmente benché il peso del passato, l’arcaismo delle abitudini e la paura di una mutazione imminente lo abbiano finora occultato.

La vita è l’unica violenza in grado di farla finita con tutte le violenze. Dobbiamo aprire al mondo le porte del vivente.

“Nulla è finito, tutto ha inizio e maturerà al vento che semina la tempesta.”

Tratto da Pour une internationale du genre humain, Le cherhe midi, 1999

Di RAOUL VANEIGEM, pubblicati da Nautilus: https://nautilus-autoproduzioni.org/autore/raoul-vaneigem/

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Ciao Raoul Vaneigem

Lo scrittore e filosofo belga Raoul Vaneigem, figura di spicco del movimento libertario e critico della società dei consumi negli anni ’60, è morto all’età di 92 anni. Nato nel maggio del 1934 nell’Hainaut, nel Belgio francofono, Raoul Vaneigem fu, insieme a Guy Debord, una delle figure di spicco dell’Internazionale Situazionista, movimento di protesta radicale contro il capitalismo e la “società dello spettacolo” che ispirò il Maggio ’68. Pubblicato nel 1967, il suo Trattato sul vivere per l’uso delle giovani generazioni fu uno dei breviari degli studenti del ’68 a Parigi, un’esaltazione dell’emancipazione individuale contro il consumismo trionfante. Negli ultimi anni divideva il suo tempo tra il Belgio, la Francia e Sant Pol de Mar, paesino sulla costa catalana a circa 50 km da Barcellona, dove risiedeva, secondo quanto riferito da un amico. È morto nella notte tra martedì e mercoledì nella sua casa di Sant Pol de Mar, ​​per cause naturali e pacifiche.

La rivoluzione della vita quotidiana liquiderà le nozioni di giustizia, di castigo, di supplizio, nozioni subordinate allo scambio e al parcellare. Noi non vogliamo essere dei giustizieri, ma dei signori senza schiavi che ritrovano, al di la della distruzione della schiavitù, una nuova innocenza, una grazia di vivere. Si tratta di distruggere il nemico, non di giudicarlo. Nei villaggi liberati dalla sua colonna, Durruti  radunava i  contadini, domandava loro di segnalare i fascisti e li fucilava sul campo. La prossima rivoluzione ripercorrerà lo stesso cammino Serenamente. Noi sappiamo che non ci sarà più nessuno per giudicarci, che i giudici saranno assenti per sempre, perché li si sarà mangiati.

La nuova innocenza implica la distruzione di un ordine di cose che  non ha fatto che ostacolare in ogni tempo l’arte di vivere, e che oggi  minaccia anche l’ultimo resto di autenticità vissuta. Io non ho nessun bisogno di ragioni per difendere la mia libertà. Il potere mi pone ad ogni istante in posizione di legittima difesa. In questo breve  dialogo fra l’anarchico  Duval e il poliziotto incaricato di arrestarlo, la nuova innocenza può riconoscere la sua giurisprudenza spontanea: – Duval,  io vi arresto in nome della Legge. – E  io ti sopprimo in nome della Libertà.

Gli oggetti  non sanguinano. Coloro che pesano del peso morto delle cose moriranno come delle cose. Come quelle porcellane che i rivoluzionari mandavano in pezzi, al sacco Razumovskoé – glielo si rimproverò ed essi risposero, riferisce Victor Serge: «Noi romperemo tutte le porcellane del mondo per trasformare la vita. Voi amate troppo le cose e non abbastanza gli uomini… Voi amate troppo gli uomini come cose e non abbastanza l’uomo». Ciò che non è necessario distruggere  merita di essere salvato: è la forma più succinta del nostro futuro codice penale.

(tratto da: Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni)

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Le conseguenze della convergenza NBIC

Ricordiamone l’origine: N per “nanotecnologie”, B per “biotecnologie ”, I per “scienze dell’informazione ” (Big Data, algoritmi, “intelligenza artificiale”…) e C per “scienze cognitive” (principalmente neuroscienze). A cavallo tra gli anni 2000 e 2010 si è assistito a una convergenza tra queste diverse discipline, forme di “fertilizzazioni incrociate che oggi confluiscono in un vero e proprio cambio di paradigma tecnoscientifico. La maggior parte delle nuove tecnologie che ne derivano sono al centro della competizione tecnologica tra i maggiori paesi di questo mondo.

In una società ormai mondiale e ogni giorno sempre più ingovernabile per il moltiplicarsi di crisi e di emergenze di ogni genere, a partire da quella climatica, che è solo un aspetto non trascurabile di un più generale collasso della biosfera terrestre e della distruzione degli ecosistemi, e in un contesto sempre più caratterizzato da corsa tecnologica agli armamenti, guerre, instabilità economica e finanziaria, margini di crescita che vanno vieppiù riducendosi, difficoltà a reperire risorse naturali e di conseguenza una più accesa e estesa competizione economica internazionale, più pressante si fa per le élite dominanti dei vari paesi la necessità, fuori dei confini, di un’appropriazione delle ricchezze attraverso l’intervento diretto o la pressione politica e militare; all’interno di una ristrutturazione di tutti gli ambiti produttivi e delle modalità di lavoro, ma più in generale del nostro stare ai mondo, con il ricorso a soluzioni tecnologiche di punta, frutto della cosiddetta quarta rivoluzione industriale (intelligenza artificiale, algoritmi, machine learning, internet delle cose, robotica, sensoristica, automazione, 5G, droni, per citare solo alcune delle principali tecnologie), con obiettivi da una parte di fare a meno di lavoro umano di colpo in eccesso, dall’altra di un più stringente e pervasivo controllo di ogni azione umana, e di normalizzazione dei comportamenti.

Le innovazioni nel campo delle bio e nano tecnologie, soprattutto mediche e alimentari, sono viste come un progresso a beneficio di tutti ed è diffusa l’idea che lo sviluppo delle neuroscienze comportamentali non potrà che portare benessere (“bioconvergenza” e rivoluzione industriale 4.0).

Nel 2001 si è tenuta a Washington unʼimportante conferenza che ha riunito ricercatori di prestigiose università, industriali e militari, fondazioni e politici per delineare come sarà il mondo tecnico di domani, i “rischi e le opportunità” che gli saranno associati in termini di potenza economica e militare. L’ambizione di “ottimizzare” le facoltà umane attraverso l’innovazione tecnica è il vero cuore del progetto. La “filosofia”, se così possiamo chiamarla, è quella del transumanesimo, nato nella Silicon Valley alla fine degli anni ’80. Lʼidea è semplice, persino semplicistica: noi esseri umani abbiamo creato così tanti problemi su questa Terra, abbiamo reso così complessi molti dei principali sistemi che oggi ci rendono completamente interdipendenti, che avremo bisogno di donne e uomini con capacità superiori per risolvere i problemi che noi stessi abbiamo creato. Altri sostenitori di questo approccio lamentano la fragilità degli esseri umani, le loro debolezze naturali e la loro emotività, e mirano alla loro immortalità. Ad esempio, Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google dal 2012, afferma che “lʼinvecchiamento, le malattie e la morte sono problemi che possiamo risolvere oggi”. Quanto a Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e principale finanziatore di molti di questi progetti, egli ritiene che la tecnologia sostituirà presto la politica: grandi sistemi automatizzati ci diranno cosa fare, quando, dove andare e dove fermarci. Elon Musk è ovviamente nello stesso delirio prometeico… Ciò ovviamente non può non far venire in mente grandi autori, come Aldous Huxley, George Orwell, tra gli altri, che, nei loro libri distopici hanno anticipato gli sviluppi contemporanei suscitando un certo terrore.

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Miguel Amoros: IL ROCK NEL SUO CONTESTO

Oggi, a più di quarant’anni dalla creazione del museo Rock and Roll Hall of Fame a Cleveland e del canale MTV, sembra banale dire che il rock è morto. Le sue spoglie, al massimo, sono oggetto dell’interesse di archeologi musicali, pezzi da museo o materiale da mescolare con altri stili musicali più adatti al consumo giovanile. Non rappresenta affatto la musica delle generazioni attuali; non è un elemento significativo della loro quotidianità, né un’arma della loro ribellione. In realtà, il pop contemporaneo non lo fanno i giovani ma lo fabbricano per i giovani. Chi sceglie la musica che desiderano ascoltare non sono loro, ma i dirigenti dell’industria musicale. Ad ogni modo, se ci atteniamo ai paesi del capitalismo tecnologico di massa, non esiste nemmeno una cultura o subcultura specificamente giovanile, con o senza rock, in opposizione alla cultura dominante, com’era negli anni Sessanta, né in tutta onestà si può parlare di un vero e proprio gap generazionale rappresentato dalla musica pop, che si chiami tecno, hip hop, house, dance, k-pop, trap o reggaeton. Attualmente la gioventù è un fatto universale oggetto di un immenso mercato alimentato da una moltitudine di industrie, di cui quella musicale è solamente una di esse. Nel tempo i suoi limiti si sono fatti sempre più sfumati. Mentre la sua capacità di consumo si è moltiplicata, la durata del periodo giovanile si è prolungata e la frontiera con l’età adulta si è spostata molto oltre la soglia dei 24 anni fissata dall’ONU. Il sistema dominante si riconfigurò ideologicamente integrando nel proprio bagaglio culturale abitudini, valori e comportamenti della gioventù degli anni Sessanta. Grazie a internet e alle reti social, l’adolescenza si è eternizzata nel mercato e la vita adulta è stata seriamente svalorizzata. Se l’esperienza non era più di moda, l’età smise di vendere: tutte le condotte – e perfino i disordini psichiatrici – oggi obbediscono a linee guida giovaniliste, molto più redditizie. In uno stesso processo di alienazione, le differenze di età sono state cancellate. La breccia tra generazioni è scomparsa, però non a causa della comunicazione e alla creazione di obiettivi comuni bensì della progressiva insignificanza per l’economia della generazione adulta, per quanto giovane si creda, o detto altrimenti per la disconnessione dei più giovani dal passato, anche quello recente.

Il testo Rock per principianti ha come argomento il rock all’epoca dei suoi inizi e al suo apice, mettendolo in relazione con le circostanze storiche – sociali e culturali – che determinarono il suo sviluppo, espansione e universalizzazione. Il rock appartiene al suo tempo, quello in cui il divertimento era sovversivo e la sessualità un tabù, e la sua essenza naufraga al di fuori di quell’epoca, perdendo il suo vero significato. Gli anni del dopoguerra furono anni di prosperità che resero possibile la nascita nelle città di uno spazio giovanile autonomo, libero dalle costrizioni lavorative. Paradossalmente, e nel caso concreto degli Stati Uniti, là dove iniziò tutto, fu un’epoca in cui l’infelicità, l’insoddisfazione, la noia e la decadenza politica penetrarono a fondo nei giovani di tutte le classi, situazione che spinse a cercare rifugio nel mondo delle emozioni, nell’erotismo, nella cannabis e nella musica negra. Frutto di tutto questo fu il rock. Un’espressione musicale che mettendo radici e dispiegandosi in compagnia del soul e del folk, favorì il cammino della coscienza e l’utopia. «I tempi stanno cambiando», canterà Dylan. Messa in luce la separazione tra le generazioni, non era altro che l’inizio di un conflitto di classe di nuovo tipo, in cui il poetico, il ludico e la gratuità acquisirono grande importanza. Divertirsi era una trasgressione, così come portare i capelli lunghi, fare l’amore o fumare marijuana forme irriverenti di esercitare la libertà e scontrarsi con il puritanesimo ipocrita del sistema. Secondo questo punto di vista insolito e innovatore, la rivoluzione nel “primo mondo” sarebbe una festa, un gioco comunitario, un ballo cerimoniale senza fine. Jerry García, il chitarrista dei Grateful Dead, sottolineava che, più che una di una protesta, si trattava di una celebrazione.

Una serie costante di invenzioni e miglioramenti tecnici – il giradischi, gli amplificatori, il microfono, il basso elettrico Fender, il transistor, il disco a 7 pollici, la “Hit Parade” eccetera – favorirono la penetrazione della musica pop nella vita quotidiana e suscitarono l’interesse per la musica negra, in cui il ritmo era la parte dominante. L’accentuazione ritmica la rendeva più ballabile, e di questo si trattava. Le prime tracce di quello che molto dopo sarà il rock le si possono trovare nel fraseggio pianistico sovrapposto a un ritmo quattro quarti marcato dal sax del brano “R. M. Blues”, composta nel 1945 per Roy Milton. Questo tipo di musica iniziò ad essere chiamata “Rhythm and Blues” come rifiuto della sua denominazione corrente di “musica di razza” e fa la base su cui si costruì il rock and roll nel corso dei primi anni Cinquanta. Il R’n’B non era una musica omogenea, e si può dire che la ogni città aveva il suo proprio stile. Di conseguenza, il rock’n’roll comparve simultaneamente in diversi luoghi – New Orleans, Chicago, Memphis, Los Angeles – con caratteristiche distinte prese in prestito dal rhythm’n’blues più o meno mescolato con il boogie, il country o il blues elettrico, con la prevalenza del sax tenore oppure della chitarra e batterie o ancora delle armonie vocali e della coreografia. Il risultato di questa «musica brutale, orrenda, degenerata e viziosa che mi ha disgustato ascoltare», secondo l’opinione di Frank Sinatra, rivoluzionò lo “Show Business”, abbatté le frontiere tra la musica “bianca” e quella degli afroamericani, ma al tempo stesso favorì l’espansione del mercato musicale, un qualcosa che ebbe conseguenze negative per la ribellione giovanile. La distrazione, il fare festa, i fiori nei capelli, se entravano nell’ingranaggio industriale non erano un segno di disobbedienza. L’intruppamento evasivo dei concerti e dei festival rappresentavano il principale segnale di accordo con il dominio.

Circostanze particolari fecero sì che il rock si rianimasse di nuovo in Inghilterra e da lì, grazie soprattutto ai Beatles, “invadesse” gli Stati Uniti per proiettarsi in seguito nel mondo intero attraverso i dischi. Un fenomeno di massa di tale calibro fu immediatamente sfruttato dal capitale, in quanto generatore di profitti, e in quanto nuova cultura di natura permissiva, dalla politica. Fuori controllo poteva diventare una minaccia per il sistema ma, ben incanalato, un imponente fattore di rinnovamento. I ministeri della cultura e l’industria dello spettacolo puntarono sulla modernizzazione, e il rock divenne sempre più teatrale e sempre meno sovversivo. La perdita di autenticità del rock avvenne già prima, con l’ingresso negli studi di registrazione. Era una musica fatta per essere ascoltata alla radio ma, soprattutto, in diretta in spazi non troppo grandi. Tuttavia l’ingegneria del suono trasformò la musica introducendo molteplici modificazioni ed effetti speciali impossibili da riprodursi dal vivo. Il business della vendita dei dischi e la televisione svilirono le esibizioni nei club e nelle sale, favorendo in una sola mossa la trasformazione degli interpreti in idoli. Le esibizioni fake della televisione anticiparono il trattamento spettacolare dei videoclip promozionali, che con l’aiuto di Youtube sarebbero diventate lo strumento più efficace al momento di infondere nei giovani gli obiettivi, i desideri e i valori del dominio. I concerti negli stadi o in grandi spazi recintati, con potenti impianti sonori, più propizi alle vedette e alla passività, accentuarono il declino. Infine i disk-jockey delle megadiscoteche alla moda crearono una musica senza musicisti a partire dalla miscela e campionamento di vinili. Con la tecnologia digitale che bussava alla porta, il rock, incluso nelle sue forme più conservatrici “orientate” agli adulti, era stato condannato. S’inaugurava un’altra epoca in cui la musica passava dai microsolchi analogici alla codifica in linguaggio binario dei CD e tutto diventava più matematico, più regolare, più prevedibile e più noioso. Attualmente qualsiasi sonoro strumentale è processato da macchine e ricostruito in un “taglia e cuci” capace di simulare una band che suona dal vivo. La performance – a parte i parafernali visivi di luci e i corpi di ballo – è puro karaoke.

La sconfitta delle rivolte anticapitaliste nel mondo si rifletté culturalmente nella postmodernità, fase caratterizzata dalla decadenza delle ideologie progressiste, dalla perdita di valore del passato, dalla sfiducia nel futuro, dal consumo di massa, dalla riduzione della vita a immagine e dall’individualismo estremo. La categoria “gioventù” non spiegava più nulla. La festa, l’intrattenimento, il viaggio, lo spettacolo erano modalità universali, per qualsiasi pubblico, perfettamente integrate nella società e promosse dalle istituzioni. Perdendo la propria specificità, la gioventù cessò di essere un punto di riferimento identitario separato. E non soltanto per la sua presunta condizione di perennità o per la generalizzazione delle tematiche giovanili, ma per l’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro, per il loro assoggettamento forzato alle leggi economiche all’interno delle condizioni più precarie che ci si potesse aspettare. Ovvero, per la loro proletarizzazione. La durezza delle crisi economiche ridusse a zero le loro possibilità di autonomia. La gioventù ormai non era altro che una parte neutra di un mercato in cui tutto, e naturalmente la musica, seguiva le regole dettate dalla logica spettacolare del denaro. Un mercato importante che la catturava e che le offriva prodotti etichettati come suoi. La musica, ad esempio, qualunque tipo di musica, perché nell’ottica individualista le preferenze erano questione di gusto personale e soggettivo. Tutti gli stili si caratterizzavano, più o meno esplicitamente, per il fatto di esaltare gli ideali consumistici. Decisamente, la musica non cambierà il mondo.

Gli anni Ottanta del secolo scorso segnarono l’inizio della globalizzazione, periodo in cui il commercio e le finanze si sarebbero precipitate ad amalgamarsi con la cultura, il divertimento gregario, con la stessa nostalgia e la musica pop. Trionfò il collage musicale e visivo, il vecchio assieme al nuovo, il tradizionale con lo sperimentale, il semplice con il sofisticato, l’analogico con il digitale… In seguito, i gusti e gli stili giovanili si sarebbero basati esclusivamente su modelli di mercato. Nessuno spazio – nemmeno, ovviamente, la “gioventù” – sarebbe rimasto ai margini. I video su richiesta di musica pop saranno uno dei principali strumenti di legittimazione del nuovo ordine delle cose. Tuttavia, il pubblico giovanile non potrà evitare di essere una riserva di manodopera in momenti di difficoltà, le cui prospettive lavorative e di vita saranno più che problematiche e, musicalmente parlando, poco definibili. L’enorme contrasto tra il modo di vivere frivolo, feticista e accelerato che veicola il messaggio mercantile e la povertà reale di chi non può salire sul carro edonista offre un buon bagno di realtà. Si apriranno nuove brecce e si creeranno nuovi conflitti che, in generale, proveranno a far sì che il dominio, così com’è adesso, se ne vada da un’altra parte assieme alla sua musica. Così sia.

Miguel Amorós

Per la presentazione di Breve histoire sociale du rock (versione francese di Rock per principianti), 6 settembre 2025 al Petit Festival de Puylaurens, Occitania.

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Lenore Kandel: SULL’AMORE

Estratti da un’intervista a John Bryan (aprile 1967)

LENORE – Ritengo ci sia talmente da fare… per l’appunto, cercare di conoscere la gente. In America abbiamo un sacco di problemi semplicemente perché le persone non si conoscono fra loro, non si incontrano, non sanno come si somigliano. Come quell’uomo che ieri concionava, in un certo posto dove ero andata per tenere un discorso (era un Rotary Club). Ebbene, quell’uomo era completamente ossessionato dal sesso. Non gli riusciva di pensare ad altro che a ragazzine sedicenni in atto di farsi fottere; non riusciva a levarsi dalla mente questa immagine delle ragazzine con le loro minigonne e con i loro ragazzi, e lui era ossessionato da tutte le repressioni che aveva in corpo, da tutte le più pazze fantasie. Era proprio invidioso. Se lui da ragazzo non lo aveva fatto, come osavano loro?!

Io riesco ad ottenere un gran successo nel mio rapporto con gli altri perché mi rendo conto delle nostre somiglianze e le accetto. Qualche volta riesco a far rilevare chiaramente alla gente queste rassomiglianze, e le persone che prima non se ne erano mai accorte si rendono conto di quanto siamo simili. Una delle cose che debbo accettare e affrontare e propagandare, è insegnare agli uomini (e alle donne) che essi sono belli. Devo convincere i poliziotti e i giudici che essi sono delle belle creature, dei begli esseri umani…

Sono veramente convinta che se si accetta la propria e l’altrui bellezza e la propria e l’altrui divinità non si può volontariamente nuocere agli altri. Così io devo cercare di arrivare a questo tipo di persone.

Tutto quel che posso dire in The Love Book è che l’umanità è bella. Tutte le sue parti sono belle. Tutte le parti del corpo umano sono belle. Tutto, nell’umanità, è divino.

Un giorno, in tribunale, c’era un pastore battista; era completamente fuori di sé.

Credo fosse un bellissimo esempio di quella mentalità che ha portato alla persecuzione di The Love Book.

Era stato nell’esercito come ufficiale di linea nella seconda guerra mondiale invece che come cappellano, perché preferiva adoperare il fucile.

Ha usato termini come “colpevole di rapporti sessuali” ed ha affermato che le mie poesie erano decisamente omosessuali perché insinuavano che la gente normale fa cose come il coito orale.

Ha dichiarato che i rapporti sessuali non dovrebbero essere mai trattai né nei romanzi né in altri generi letterari… ma soltanto nei manuali scientifici, i quali potrebbero forse… e considerava questa una interpretazione molto liberale… essere esaminati nell’intimità della propria stanza da letto, con le porte e le persiane ben chiuse.

Ma in tribunale c’era anche qualche persona a posto. Come quella signora, figlia di un pastore metodista, e sposata con un pastore della Chiesa congregazionista, la quale aveva chiesto di deporre come teste in quanto aveva trovato che il libro le aveva chiarito talmente le cose che, per quanto non le fosse di solito molto facile esprimersi a parole, e non fosse mai stata capace di spiegare le proprie sensazioni erotiche al marito, gli aveva fatto vedere il libro e questo era stato sufficiente.

Lei sentiva che il libro era così chiaro e così religiosamente bello che lo aveva regalato per Natale a molte sue amiche.

Moltissime donne avevano fatto come lei perché, prima di leggere The Love Book, non erano mai riuscite ad esprimersi e non avevano avuto un’idea chiara su quel che fossero le reazioni di una donna, le sue reazioni amorose nei riguardi del sesso.

BRYAN – I mariti in effetti non capiscono.

LENORE – Né vogliono capire. Una delle più grosse questioni nel nostro paese è questa faccenda tra i sessi. Moltissimi consultori matrimoniali hanno comprato il libro perché lo hanno ritenuto di inestimabile importanza, in quanto uno dei più grossi problemi è proprio questa incapacità, tra un uomo ed una donna, di parlare di sesso.

BRYAN – Nemmeno la semplice ammissione che a una donna piace fare l’amore.

LENORE – Proprio così. Il libro presenta alcuni aspetti che prima non avevo considerati. Non credo che sarebbe diventato un affare così grosso. È capitato nel momento più opportuno e necessario ed è servito a tante belle cose ed a tantissima gente. Ritengo che il mio pregio sia la chiarezza.

BRYAN – Ti rendi conto di quali e quante cose questo libro ha svelato alle donne?

LENORE – E agli uomini. Li costringe a pensare ed a capire meglio la questione. Ed è certo che, dopo, le cose vanno meglio.

BRYAN – Una volta che l’uomo si è levato dalla testa che fare l’amore deve divertire lui solo…

LENORE – Non diventa più uno scherzo. Questa gente si rende conto di ciò che io dico in The Love Book perché riconosce che è vero. Sono rimasta molto colpita dalla sincerità di molti uomini di chiesa, anche cattolici, che ho occasione di incontrare, perché ritenevo che la religione fosse finita, mentre ora so che c’è una speranza.

Quel che ha veramente colpito il giudice distrettuale è stato quando mi sono rivolta a lui in aula ed ho cercato di convincerlo che era proprio bello.

So che se egli riconoscerà la propria bellezza, riconoscerà allora questa manifesta partecipazione al divino. Come quel tizio che condannava in blocco i giovani d’oggi perché sono capaci di stabilire tra loro rapporti fisici, e che si vantava delle proprie convinzioni dimenticando che i giovani sono in rapporto tra loro anche sotto altri aspetti, e diventano pertanto degli esseri completi, di corpo e di anima. Ma lui era talmente attaccato a questa repressione del suo corpo – che considerava così brutto – da esserne tutto deforme.

The Los Angeles Free Press, 7 aprile 1967

(Tratto da Le voci degli hippies, a cura di Jerry Hopkins, Laterza, Bari 1969)

Se vuoi approfondire:

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SE RINASCO FACCIO RECLAMO

— Vieni è pronto in tavola.
— Solo un momento che ne ho ancora un paio da mandare affanculo!

Spesso poteva capitare di sentire questo dialogo in casa. Paolo da qualcuno è stato definito “leone da tastiera” per insultarlo.
Invece io lo considero un complimento. Perché credo che avendo visto ridursi di molto le sue forze fisiche e la vista, non ha mai comunque perso la forza d’animo di un leone, o per meglio dire di un grosso micio, tanto combattivo quanto giocherellone e scherzoso, capace di graffiare e mordere ma spesso anche di giocare a rimpiattino o fare le fusa, a seconda dell’umore e sempre mosso dalle sue passioni mai spente per la libertà e l’amore.
È stato un privilegio vivere insieme. Ed è con un senso di stima e di onore oltre che di struggente nostalgia, che ho voluto cercare e raccogliere queste tracce sparse, delle sue urla e dei suoi sguardi sorridenti, mescolati alle proverbiali battutacce come alle osservazioni più acute, per non parlare delle affermazioni provocatorie e ostili al politicamente corretto.
Molti in questi anni si sono divertiti a discutere e ragionare insieme con lui sui social e quindi potranno ricordare alcuni di questi pensieri sparsi. Non ho mai aggiunto nulla di mio e nemmeno modificato lo stile che più di tutto volevo rimanesse quello inconfondibile di Paolo.
Questa esplorazione è stata anche un’esperienza, un percorso di elaborazione di un lutto che da insostenibile angoscia per un’assenza incolmabile si trasformava via via in una sensazione di grande gratitudine e di dolore quasi sopportabile, intriso della dolcezza di infiniti ricordi meravigliosi, oltre che della convinzione che con le sue parole sarà sempre qui, vicino e presente, almeno finché io vivrò o finché a qualcuno le sue parole susciteranno un ricordo vivo, un sorriso o una bestemmia, come se fosse ancora con noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo.
Gilda Caronti

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Transumanesimo

«Prima che gli inventori creassero motori per sostituire gli uomini, i governanti degli uomini avevano addestrato e irreggimentato moltitudini di esseri umani: avevano scoperto come ridurre gli uomini a macchine.»
Lewis Mumford, Tecnica e cultura, 1934

Il transumanesimo è guidato dall’ambizione centrale di utilizzare le nuove tecnologie per migliorare gli esseri umani e le loro prestazioni intellettuali, fisiche ed emotive, al fine di raggiungere niente meno che un nuovo stadio evolutivo. Oggetto di fascino, fantasia e controversie, il transumanesimo è oggi promosso da un’ampia gamma di attori e sostenuto da grandi aziende.
«Nel Medioevo, tutto era ordinato da Dio e non poteva essere messo in discussione. In un’epoca più tarda si parlava in modo simile della “mano della Provvidenza”. Oggi che molte persone trovano impossibile credere in una divinità di questo tipo, il computer offre un sostituto. Crederlo in grado di risolvere tutti i nostri problemi, anche se può sembrare una credenza giustificata, potrebbe benissimo essere una trappola psicologica mortale per l’uomo.»
I sostenitori del pensiero transumanista ipotizzano che questi vari processi tecnici saranno un giorno perfettamente padroneggiati, in modo da poterci liberare dalle limitazioni fisiche e mentali acquisite nel corso della nostra evoluzione. Ecco perché gli esseri umani potrebbero diventare molto più intelligenti e persino virtualmente immortali.
Poiché lo scopo ultimo di questa mutazione verso il transumano è quello di eliminare tutti i meccanismi di dolore, sia fisico che mentale, scaricare la mente su un supercomputer potrebbe essere la soluzione finale a tutti i nostri tormenti. Basterebbe copiare i diversi stati dei neuroni del nostro cervello su una “chiavetta” ad alta capacità e poi trasferirli sulla memoria di un supercomputer.
Sebbene sia innegabile che i formidabili progressi tecnici della biologia e delle neuroscienze ci portino a credere che la maggior parte delle malattie scomparirà e che tutte o quasi tutte le diverse parti del corpo potranno essere riparate o sostituite, questo approccio puramente computazionale alla vita, che porterebbe a un aumento infinito delle nostre capacità mentali, tuttavia non è scientificamente fondato.
Prima di crederci, vale la pena ricordare il contesto in cui la nozione di cyborg, (parola nata dalla contrazione di cibernetica e organismo), è apparsa per la prima volta. Alla fine degli anni Cinquanta, si cominciò a prendere in considerazione l’idea di colonizzare lo spazio. Il problema tecnico più spinoso da risolvere non era quello di costruire astronavi in grado di attraversare lo spazio interstellare, ma quello di garantire la sopravvivenza degli esseri umani che avrebbero dovuto trasportare. Da qui l’idea che germinò all’inizio degli anni Sessanta: invece di lottare per ricreare artificialmente le condizioni di vita terrestri all’interno delle astronavi, non sarebbe stato più semplice modificare la costituzione degli astronauti per consentire loro di sopravvivere in condizioni extra-terrestri?
Questa modifica delle funzioni vitali doveva comportare un’amalgama del corpo umano con la macchina attraverso l’incorporazione di componenti esogene, che è esattamente ciò che oggi chiamiamo potenziamenti.
Questa origine della nozione di cyborg dà da pensare: l’ambizione è quella di permettere a un essere umano di continuare a vivere in un ambiente per il quale non è fatto ed è in questo modo che il transumanesimo deve essere visto oggi non come qualcosa che ci porterebbe a una condizione superiore, ma come qualcosa che ci permetterebbe di sopravvivere in condizioni sempre più insopportabili per gli esseri umani che siamo. Piuttosto che di potenziamento dovremmo parlare di kit di sopravvivenza in ambienti ostili. Norbert Wiener, fondatore della cibernetica, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, disse: «Abbiamo modificato il nostro ambiente in modo così radicale che ora dobbiamo modificare noi stessi per vivere in questo nuovo ambiente».
Ma oltre una certa soglia di trasformazione, la tecnologia inizia a creare un mondo così lontano dalle nostre facoltà naturali che ci risulta sempre più difficile viverci, prosperare e crescere. La tecnologia avrebbe dovuto adattare il mondo ai nostri bisogni e desideri, e ora siamo noi a doverci adattare al mondo trasformato trasformando noi stessi.
I transumanisti idolatrano il potere tecnologico fino a credere che spetti a noi adattarci alle sue esigenze e consegnargli il nostro stesso corpo. Per conquistare alla loro causa le popolazioni riluttanti, non esitano a promettere tutto e il contrario di tutto, fino all’immortalità.
Ma gli esseri umani non diventeranno affatto immortali, radicalizzeranno però la loro già esorbitante dipendenza da un gigantesco sistema economico-tecnologico su cui non hanno alcun controllo e che saranno costretti a servire senza battere ciglio a rischio di essere disconnessi.
Il transumanesimo appiattisce le fantasie infantili di onnipotenza, ma prepara uno stato di totale dipendenza, ed è proprio per questo che gode dell’appoggio di potenti aziende che traggono grandi vantaggi da questa totale dipendenza.
Insistendo sul fatto che i veri cambiamenti sono davanti a noi, il transumanesimo suggerisce che i cambiamenti che sono già avvenuti o che stanno avvenendo in questo momento non valgono la pena di essere presi in considerazione: mentre ci preoccupiamo di un ipotetico futuro transumano, critichiamo con minore virulenza gli sviluppi in atto che, nonostante il loro aspetto già disumano, appaiono al confronto rassicuranti. Penso qui innanzitutto alla galoppante artificializzazione della procreazione, alle modifiche genetiche di animali e piante, che sono attualmente l’aspetto più saliente del transumanesimo in azione.
Per superare i tempi caotici che ci aspettano credo che dovremo fare affidamento non tanto sull’eccessiva sofisticazione dei sistemi quanto sulla solidità dei nostri stili di vita: i nostri beni più preziosi non saranno gli impianti ma le facoltà e le virtù umane che saremo stati in grado di mantenere in vita.

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Appunti per il discorso di chiusura di Pinot Gallizio al I° Congresso Mondiale degli Artisti liberi

a Jorn — che determinò col suo movimento la scomparsa di Max Bill dall’Università Ulm
agli amici di Ulm l’augurio di ritrovare la giusta e vecchia via della Bauhaus. Saluti cordiali ai lettristi coraggiosi — che colla loro internazionale hanno gettato giustamente lo scompiglio nel mondo della
biacca essi furono il primo e decisivo solvente del dopoguerra.
Agli amici cecoslovacchi che nel travaglio di una nuova umanità sono corsi a noi pieni di entusiasmo.
agli amici dei gruppi Cobra olandesi e belgi-danesi
agli amici dei movimenti nucleari —
agli architetti
Agli amici del Laboratorio — della rivista Eristica
La fabbrica crea attorno a sé la città
Siamo una natura nella natura stiamo accelerando i tempi geologici quasi affrettando una nuova glaciazione che congeli e decanti le nostre idee-forma per un’umanità concreta che dovrebbe ritornare fra milioni di anni
Oppure noi ci difendiamo inconsci sterilizzando altri esseri distruggendo loro gli elementi di vita – noi siamo dei costruttori non dei distruttori — costruttori di cose inutili ed utili mai dannose — mai noiose
siamo l’antinoia — antimonotono
siamo la vita — la natura lo sghiribizzo
preistoria della era atomica (macchina)
l’umanità lotta geologica per sopravvivere
come nella preistoria i clan erano artisti tutti
l’arte usciva dalla polemica quotidiana ed era funzionale-magica
con le iscrizioni rupestri — Monte Bego santuario
noi ci stiamo evolvendo come alimenti
prima la carne poi la vegetazione
dal macro alimento ora ritorniamo al micro-alimento – e cerchiamo negli insetti i nostri schiavi pappa reale fanghiglia delle termiti
la cellulosa creerà l’uomo-cellulosa con attrezzature
Urbanistica — musica urbanistica
città amaca
il nostro congresso è come un’enorme e sconosciuta reazione chimica —
esperienze acidi idee basi
catalizzatori = lettristi
non conosciamo il prodotto finale
come d’altronde è dimostrato
l’esplosione a catena
non sappiamo e non conosciamo perché noi siamo senza superbia
questi enormi fermenti che provocheranno risultati sconosciuti ed apparentemente inutili
se ieri il mondo fu dei cristalli in trasformazione
lenta sta a noi non lasciarlo polimerizzare
oggi il mondo è colloidale
noi della prima gioventù bruciata
non abbiamo imparato niente dalle accademie solo la Bauhaus ci permise di dare un senso alla nostra vita – questa interpretazione sperimentale della nostra azione ci indirizzò a seguire fra le nostre attività antidogmatiche ricerche – quelle utili e quelle inutili nulla scartando se non le noiose
può darsi che si pianga
può darsi che si ride
queste sono le espressioni – umorali dell’uomo
nella gioia e nel dolore noi siamo gli uomini della gioia e del dolore
soltanto la noia non sa né piangereridere
l’uomo annoiato non sa né vivere — né morire.

(8 settembre 1956)

Se vuoi approfondire:

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Intorno al drago – La droga e il suo spettacolo sociale

Dagli archivi di Nautilus: QUI il PDF del libro (esaurito)

Questo libro tratta di “droga”, del Drago, in maniera abbastanza inusuale, almeno secondo i modelli diffusi. Vuol essere essenzialmente una tessera nel mosaico unitario della critica allo spettacolare integrato. In questo caso, scegliendo il “fenomeno droga” come osservatorio privilegiato.
Vi sono state molte esitazioni nel redigerlo sotto questa forma che è, volutamente, sufficientemente teorica ma anche frammentaria, sufficientemente analitica ma anche “di battaglia”, sufficientemente polemica ma anche descrittiva, talora narrativa o poetica.
In realtà, c’era chi stava pensando e lavorando ad un libro sul Drago-droga da tempo. Però in un’ottica diversa e sganciata dalle immediatezze e dalle contingenze, con la pretesa di dire qualcosa di definitorio, se non di definitivo, sul tema. Sul suo carattere di merce per eccellenza, su ciò che ha significato nella gestione degli Stati contemporanei, sui suoi risvolti politici, ideologici, morali e repressivi, sulla sua immensa forza produttiva (di nulla) e riproduttiva (di società spettacolare e di merci).
In tempi recentissimi, è parso più utile sospendere momentaneamente quella ricerca ambiziosa e intervenire immediatamente, coagulando e restringendo le ricerche già compiute, ma valorizzandone le “tesi” fondative. Un testo di battaglia, quindi, ma anche di documentazione, di testimonianza, di analisi. Perché la traccia teorica è rilevabile comunque, e comunque questo libro non vuole inserirsi nelle diatribe da pollaio fra gli ultra e muscolosi repressori e gli anemici difensori delle “libertà” sotto l’egida, comunque, dello Stato.
Però ai nostri lettori si deve dar ragione di questa scelta. Non vi è dubbio che il clima di guerra “a tutto campo” lanciato da Bush e, si parva licet, da Craxi in Italia ha giocato la sua parte; come l’ha giocata la drogata attenzione massmediatica al “problema”, di modo che non v’è speranza che passi giorno senza dover leggere o ascoltare opinioni in merito da parte dei soliti politici ed “esperti”. Sì, tutto ciò ha avuto il suo peso. Ma, onestamente, non sarebbe bastato per far (momentaneamente) interrompere un lavoro di tutt’altro spessore, né per far “scendere in campo” chi scrive, né, soprattutto, per farci intervenire in una “polemica” già di per sé squalificata, rompendo così un nostro gusto per le cose ben fatte, la giusta lentezza e, se si vuole, l’amata pigrizia.
Due sono stati gli elementi decisivi.
Il primo è che non si riusciva, e sino ad ora non si è riusciti, a leggere, ascoltare, vedere alcunché di veramente accettabile, di davvero interessante, di non vieto e ripetitivo nel “dibattito” in corso, fatte salve alcune rarissime ed encomiabili eccezioni. E si dice solo accettabile, non buono od ottimale. Si è giunti così alla conclusione a cui già altri in passato erano giunti: se volevamo leggere qualcosa degno di interesse, capace di stimoli, ebbene: dovevamo scriverlo noi. E’ stata una molla fondamentale.
Il secondo è stato quello della solidarietà reale con tutte le vittime dello spettacolo integrato, dello Stato muscoloso ed etico, noi per primi. Se molte vittime – i più – non hanno voce o non la sanno usare o non sanno di possederla, è compito di chi sa riconoscerla, di alzarla ancora di più. Non per un avanguardismo che presupponga una delega, entrambi ripugnanti, ma come prima e legittima autodifesa. Di sé e, se possibile, di tutti. Tra cui soprattutto i “drogati”, materia prima, forza lavoro, utensili e consumatori in questo enorme mercato che avviene, letteralmente, sulla loro pelle, che scorre, letteralmente, nel loro sangue.

Nel silenzio della schiavitù si ode solo il rumore delle catene, la voce dei delatori e le grida dei moderni aguzzini – per parafrasare Châteaubriand. Prendere parola in difesa della verità, così negletta e maltrattata in quest’epoca di menzogna organizzata e diffusa, ci è parso un compito irrinunciabile, ancorché faticoso. E questa è stata una molla ancor più decisiva.
Il libro non sarà quello che alcuni di noi avrebbero voluto che fosse, nei loro motivati sogni radicali, ma per lo meno sarà, è.
Con l’esplicito impegno a non considerare chiusa la faccenda con questo intervento.
Tutt’altro. Una prima base, nulla più. Di lancio, si spera.
Perché i conti con il Drago, i suoi inventori e i suoi amici siamo ben lontani dall’averli regolati.
Un’ultima avvertenza. In questi testi, non cerchino suggestioni per facili slogan coloro che in passato hanno cercato, e tuttora lo fanno (ridotti, ahiloro, a ciò a cui i fatti li hanno ridotti), di usare la “lotta alla droga” come una “campagna” meramente politica ed ideologica, cadendo nella trappola voluta dal sistema spettacolare e costruendo formule riprovevoli, (tipo “sbirri e tossici fuori dai
coglioni” accomunando carcerieri e carcerati), per accattivarsi le simpatie dell’opinione cosiddetta pubblica e certamente drogata. Questo libro non è solo contro Bush o contro Craxi, ma contro l’insieme della società dello spettacolo, del dominio delle merci, del potere dello Stato.
Ci prendano sul serio, invece, coloro che ci accuseranno di essere degli “irresponsabili
fautori del permissivismo, di tutte le libertà”. Forse lo siamo, ma soprattutto, radicalmente, di una libertà: quella di vivere a gusto.

Riccardo d’Este

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Raoul Vaneigem – Efficacia e nocività del militantismo

Il peso dell’oppressione è tutto ciò che rimane al sistema che ci governa. Ha per sé la sua forza d’inerzia. Ciò che gioca a nostro favore è la potenza di una vita in continua rinascita. Essa potrebbe fornire di che rompere la macchinazione del profitto se non si piegasse anch’essa sotto il peso di un passato scombinato dall’espulsione della libertà, appesantito dall’amarezza ricorrente delle delusioni. Ogni sacrificio è un colpo inferto alla vita. Paga il prezzo della sua esuberanza. Ogni volta che il militantismo rinuncia al vivente con il pretesto di garantirne la difesa, si militarizza, restaura il principio gerarchico, traveste in Potere l’organizzazione dell’esperienza vissuta. L’autodifesa del vivente è una reazione spontanea manifestata da individui e comunità confrontate all’intrusione d’imprese devastatrici. Essa attiva delle reti immunitarie simili a quelle che il nostro organismo sollecita all’avvicinarsi di una malattia o di uno squilibrio. La coscienza umana risveglia il corpo a una realtà che è contemporaneamente personale e sociale. Fa delle collettività locali degli spazi dove il lasciare maturare la risposta alle aggressioni dà il tempo di sperimentare una lotta demilitarizzata, una sovversione la cui inventiva respinge l’aggressività e conduce, attraverso le molestie, la guerriglia di una vita che non uccide.

La radicalità elimina il radicalismo.

Anche nelle condizioni di estrema violenza che regnavano in Spagna nel 1936, Durruti rifiutava di dare priorità a una concezione militare del conflitto. Preferiva affidarsi a colonne di volontari armati che stabilissero ovunque l’autorganizzazione di città e villaggi, aprendo vasti e nuovi orizzonti oltre il conservatorismo e il progressismo. Assassinando Durruti, i partigiani della militarizzazione, sostenuta dal partito comunista, hanno offerto al franchismo una via d’accesso insperata. Con la scusa dell’attivismo, i militanti regrediscono a vecchie forme di lotta, del tutto inadeguate – come l’opposizione frontale alle milizie dell’ordine mercantile, come l’appello a una convergenza in cui l’anticapitalismo militante partorisce un nuovo partito. Abbiamo dimenticato la sollevazione degli Indignati diventati i pantofolai di un’organizzazione politica battezzata Podemos? La lotta della vita per la vita esclude il sacrificio. Non vogliamo né un destino da guerrieri né una vocazione da martiri.

Le peggiori dittature imposte al proletariato lo sono state in nome della sua emancipazione. Chi ha interesse a farlo dimenticare? Il gauchismo, la cui mancanza d’immaginazione sguazza nel pantano in cui i burocrati politici e sindacali hanno trascinato il movimento operaio! Schiacciando l’autogestione che muoveva i primi passi nel Movimento delle Occupazioni del maggio 68, l’influenza della sinistra riformista e burocraticamente rivoluzionaria ha gettato il proletariato nello sgomento. L’ha riportato, senza complimenti, nell’ovile delle rivendicazioni salariali e l’ha consegnato all’orco consumista, che ne ha fatto un sol boccone.

Abbiamo dimenticato che l’autogestione che stava timidamente prendendo forma nelle occupazioni delle fabbriche nel maggio 68 è stata aspramente combattuta dal sedicente partito comunista. L’insurrezione di maggio era nata da un rifiuto viscerale della “società del benessere”. Denunciava l’impostura di una felicità ridotta al suo spettacolo. L’ultima vittoria del Partito Comunista prima della sua scomparsa fu di porre fine al movimento puntando sul consumismo che avrebbe completato la demolizione della coscienza proletaria. L’officina operante sotto l’etichetta comunista, è scomparsa dallo schermo elettorale ma ha diffuso i suoi aborti ovunque il malcontento provocava disordini. Un gauchismo retro bolscevico si articola in comitati che strutturano le zone di autodifesa presidiandole con il loro autoritarismo. Questo gauchismo non scomparirà sotto il peso della sua stupidità militante, non ultima quella di stimare che, per garantire la felicità del popolo, sia sufficiente sostituire un potere con un altro. Marcirà per non aver dato all’umano una priorità assoluta (ci si accorgerà presto che senza di essa la lotta contro il populismo di stampo fascista è solo una scemenza).

Il fascismo è soprattutto pericoloso laddove gli individui non prendono coscienza né della mediocrità della loro esistenza quotidiana, né della possibilità di emanciparsene. Laddove manca l’intelligenza delle nuove condizioni, le vecchie riappaiono, favorendo la recrudescenza della peste emozionale. Se non opponiamo le risorse dell’aiuto reciproco e dell’inventiva individuale alla disumanizzazione e alla progressiva sterilizzazione del tessuto sociale, un conflitto assurdo e senza sbocco dissiperà la nostra energia vitale. Ci dissuaderà dal restaurare la gioia di vivere e, con una spinta, ci lascerà cascare nelle macabre celebrazioni dell’autodistruzione. L’antifascismo militante, anch’esso contaminato dalla peste emozionale, è solo un’impostura in più, esposta nel negozio delle rivoluzioni tradite.

 

Tratto da

Pubblicato in '68 e dintorni, Critica Radicale, General, Raoul Vaneigem | Commenti disabilitati su Raoul Vaneigem – Efficacia e nocività del militantismo