Primitivismo o industrialismo

primitivismoLa Resistenza all’industrialismo deve poggiare su un’analisi e, crediamo che alla luce di quello che sta succedendo si possano individuare alcuni punti essenziali:
1) L’industrialismo – l’ethos che racchiude i valori e le tecnologie della civilizzazione occidentale – sta minacciando seriamente l’esistenza sociale e ambientale di questo pianeta e deve essere contrastato dai valori e dalle tecnologie di un’ethos olistico, che cerchi di preservare l’integrità, la stabilità e l’armonia della comunità biotica e della comunità umana al suo interno.
2) L’ antropocentrismo – e la sua manifestazione nell’umanesimo e nel monoteismo – è la regola principale di tale cultura, cui si deve opporre il principio biocentrista e l’identificazione spirituale dell’uomo con tutte le specie e i sistemi viventi.
3) Il globalismo – con le sue espressioni economiche e militari – è la strategia guida di questa civiltà, cui si deve opporre la strategia del localismo, fondata sul potenziamento della coerente bioregione e della piccola comunità.
4) Il capitalismo industriale – ovvero un’economia costruita sullo sfruttamento e sulla degradazione della terra – è l’impresa produttiva e distributiva di quella civilizzazione, cui va opposta la pratica di un’economia ecologica e sostenibile, basata sull’adattamento e sul dovere verso la terra e rispettosa dei principi di conservazione, di stabilità, di autosufficienza e di cooperazione.
Un movimento di resistenza, che parta con tali principi come punti di forza della sua analisi, avrebbe almeno un fondamento solido e coerente su cui poggiare e una visione chiara e ispirata di come procedere.
Bisogna quindi riprendere certi valori che sono stati lasciati indietro quando ci siamo buttati a capofitto nella scia del progresso industriale: dobbiamo chiederci cosa abbiamo guadagnato da tutto ciò e meditare su quanto abbiamo perso.
E infine, significa asserire che un certo tipo di società ecologica primitiva, che affondi le radici in quelle tradizioni ancestrali, animistiche, autoctone, deve essere ripensata come meta indispensabile e attuabile per la sopravvivenza delle persone e l’armonia sulla terra.

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L’ecologia sociale di Dimitri Roussopoulus

signora-ecologiaLa crisi ecologica è il risultato di una distruzione del tessuto organico della società e della natura allo stesso tempo. Lo sviluppo, a livello storico, della gerarchia e della dominazione, così come dello sfruttamento, ha portato alla sostituzione della diversità organica all’interno delle culture umane e degli ecosistemi naturali con un sistema mondiale complesso, ma omogeneo. Secondo l’ecologia sociale, è necessario creare delle eco-comunità e delle eco-tecnologie che possano ristabilire l’equilibrio tra umanità e natura e invertire il processo di degradazione della biosfera. Una comunità ecologica non tenterà di dominare l’ambiente circostante, ma sarà piuttosto parte integrante del suo ecosistema. Invece di continuare il sistema di una produzione e di un consumo ossessivi, incontrollati, la comunità praticherà una vera e propria eco-nomia, rispettando ed applicando con attenzione “le regole dell’economia domestica”. La misura in cui gli uomini possono avere un impatto desiderabile sull’ecosistema può essere decisa solo attraverso un’analisi prudente della nostra capacità di agire per conto della natura, e degli effetti deteriori del nostro turbamento degli equilibri naturali. Il modo per salvare il pianeta, pertanto, ivi inclusi il razzismo, l’ineguaglianza tra la donna e l’uomo e la società di classe. L’unica forma di governo alla quale gli ecologisti sociali possono partecipare è quella a livello municipale, dove le dimensioni limitate permettono a tutte le decisioni di passare attraverso assemblee di vicinato, applicando allo stesso tempo tutti i principi della democrazia diretta . L’ecologia sociale è anticapitalista e predica la municipalizzazione dell’economia. Grazie ai contributi filosofici e politici del suo principale teorico, Murray Bookchin, l’influenza dell’ecologia sociale e del Left Green Network è cresciuta e di recente è stata fondata in Canada una Confederazione dei Verdi Municipali. È importante notare che la maggior parte degli anarchici interessati all’attualità contemporanea dell’anarchismo nel Nord America sono ecologisti sociali e che, per principio, questo movimento non si impegna con politiche a livello statale, vale a dire che non aderisce all’elettoralismo a livello nazionale o provinciale/statale. Viene invece sviluppato l’aspetto del municipalismo libertario o confederale. Questa scuola rivoluzionaria di ecologia e anarchismo trova eco in Europa.

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Autoproduzione II

autoproduzione-xxmila-leghe-001L’autoproduzione, a mano a mano che il capitalismo convertiva in merce ogni possibile attività umana, è divenuta sempre meno funzionale agli equilibri sociali è perciò sempre meno accettata, con la conseguenza di essere crescentemente sospinta ai margini e anche oltre i margini della legge. Si pensi a tutte le regole igieniche e sanitarie, chiaramente concepite per definire igenico il veleno industriale e antigienico l’orto individuale; si pensi alle regole sul copyright, che praticamente considerano illegale tutto ciò che non nasce e non muore in forma di merce; si pensi alle normative sulla sicurezza, che presuppongono la fabbrica come luogo naturale della produzione.                                                                           L’autoproduzione, comunque la si guardi, non riesce proprio ad essere legale: prima ancora che a causa dell’ostilità aperta dell’industria (che vi intuisce una concorrenza inafferrabile) e dello stato (che vi si scorge un’evasione totale del meccanismo fiscale), a causa della sua indefinibilità. E’ una materia su cui è impossibile legiferare validamente: è un terreno in cui, per definizione, ciascuno fa quel che gli pare. Se non gli permetti di agire così, smette. Per ricominciare da un’altra parte. E’ l’equivalente del nomadismo in campo produttivo, contraddice apertamente i principi fondanti della società capitalista, ma è assurdo sperare di cancellarla.                                                                                                             L’autoproduzione è perciò, diciamolo pure, costitutivamente anarchica.

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AUTOPRODUZIONE

xxxAutoproduzione è, da un pezzo, parola di moda. E’, come ogni altra parola alla moda, rappresenta un concetto vago, tale da permettere a molti di imprimervi i propri significati e, in alcuni casi, anche i propri interessi. Vi è chi, ad esempio, si impegna a confonderla con il mitico terzo settore, da cui tanti sperano di trarre denari e carriere in cambio di un po’ di declamazioni eque e di un pizzico di chiacchiere solidali. vi è persino chi pretende di identificarla con l’odiosa e spregevole autoimpresa, il coniglio transgenico uscito dal casco dell’autonomo e della tuta bianca del disobbediente, oppure con l’autovalorizzazione grata a tutti coloro che sono ansiosi di monetizzare l’antagonismo proprio e, del caso, pure quello altrui (un esempio caratteristico è la messa in vendita di filmati, materiali, scritti di esperienze collettive gratuite, quali quelle del Virus di via Correggio a Milano). Converrà perciò precisare che noi intendiamo qui per autoproduzione, ogni attività che degli individui, o dei gruppi, rinunciando volontariamente a ricorrere alle possibilità esistenti sul mercato, scelgano di svolgere con forze proprie per fruirne essi stessi, da soli o insieme con altri, ma sempre in uno spirito di gratuità e senza chiedere contraccambio alcuno. Autoproduzione tipica, e particolarmente immediata è quella della coltivazione della canapa. Autoproduzione tradizionale e diffusissima è quella che si svolge ai margini delle metropoli negli orti abusivi. Ma anche attività più complesse e meno alimentari, come i giornali, i cd, le fanzine, i manifesti, i volantini, sviluppati in proprio, con propri strumenti, magari assemblati senza passare per la cassa di alcun negozio. Affini all’autoproduzione sono il riciclaggio, appunto, di strumenti informatici, elettronici, meccanici, di mobili, abiti, giocattoli, le mille soluzioni creative alla complessità delle esigenze e alla banalità delle soluzioni offerte dal bazar delle merci e delle bugie. (Continua)

 

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Richard Evans Schultes

RichardEvansSchultesForse la massima autorità nel campo dell’etnomedicina e delle piante psichedeliche, pioniere nella ricerca etnobotanica su peyote, ayahuasca e funghi sacri. Già professore di biologia alla Harvard University e direttore dell’ Harvard Botanical Museum. Per quattordici anni ha vissuto e lavorato tra le tribù dell’Amazzonia, studiandone i costumi e la farmacopea, dividendo con loro usi e costumi.
Dotato di uno spiccato senso dell’umorismo, ha sempre dimostrato una sensibilità straordinaria verso i popoli che incontrava; nelle sue spedizioni in terre inospitali e potenzialmente ostili, non ha mai portato con se un’arma, convinto che non esistessero Indiani ostili, e che la loro gentilezza poteva venire alla luce soltanto trattandoli con reciproca gentilezza. Nel corso della sua lunga vita ha documentato l’uso di oltre 2000 piante medicinali, raccogliendo qualcosa come 24.000 campioni e dando il nome a 120 specie, tra cui la Pauroma schultesii, la cui radice trova impiego contro l’ulcera, e l’Hiraea schultesii, le cui foglie vengono utilizzate nel trattamento delle congiuntiviti.
Già editore del prestigioso Economic Botany, è stato membro di numerose accademie scientifiche, tra cui la National Accademy of Sciences e ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui spiccano la medaglia d’oro della Linnean Society e la decorazione del governo colombiano per il suo lavoro in Amazzonia; il suo nome è legato inoltre a un parco protetto di oltre due milioni di acri nella foresta pluviale colombiana.
Sopravvissuto alla moglie Dorothy e a tre figli, a infinite malattie tropicali, tra cui la malaria e il beri-beri, si è spento nella sua casa di Boston nell’aprile del 2011, sconfitto da una salute ormai cagionevole e dal morbo di Alzheimer.

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IL GIOCO

bimbi altalenaDefinizione di gioco: Il gioco è un’attività che può possedere una funzione ricreativa, una educativa, una biologica e sociale; coinvolge una o più persone ed è basata su: un obiettivo che i/il giocatore/i devono cercare di raggiungere (che può anche essere diverso per ciascun giocatore) nell’ambito dell’attività del gioco.
Definizione situazionista del Gioco: Non si può  sfuggire alla confusione del vocabolario e alla confusione pratica che circondano la nozione di gioco se non considerandola nel suo movimento. Dopo due secoli di negazione attraverso una continua idealizzazione della produzione, le funzioni sociali primitive del gioco si presentano solo più come sopravvivenze imbastarditeframmiste a forme inferiori he deivano direttamente dalle necessità dell’organizzazione attuale di questa produzione. Nello stesso tempo, in rapporto dello sviluppo stesso delle forze produttive, compaiono delle tendenze progressive del gioco. La nuova fase di affermazione del gioco sembra debba caratterizzarsi con la scomparsa di ogni elemento competitivo. Il problema di vincere o di perdere, finora quasi inseparabile dalla attività ludica, appare legato a tutte le altre manifestazioni della tensione tra individui per l’appropriazione dei beni. Il sentimento dell’importanza del vincere nel gioco, che si tratti di soddisfazioni concrete o più spesso illusorie, è il prodotto avvelenato di una cattiva società. Questo sentimento è ovviamente sfruttato da tutte le forze conservatrici che se ne servono per mascherare la monotonia e l’atrocità delle condizioni di vita che impongono. Basta pensare a tutte le rivendicazioni sviate per mezzo dello sport agonistico. Non solo le folle si identificano con giocatori professionisti o con certe squadre, che assumono lo stesso ruolo mitico delle stelle del cinema che simulano la vita e degli uomini dello stato che decidono in vece loro, ma anche il succedersi senza fine dei risultati di queste competizioni non cessa di appassionare chi vi assiste. La partecipazione diretta a un gioco, anche preso tra quelli che richiedono un certo esercizio intellettuale, è altrettanto poco interessante appena si tratta di accettare una competizione, fine a se stessa, nel quadro di regole fisse.
L’elemento di competizione dovrà scomparire a vantaggio di una concezione davvero più collettiva del gioco: la creazione comune degli ambienti ludici scelti. La distinzione centrale che bisogna superare è quella che si stabilisce tra il gioco e la vita corrente, in quanto il gioco viene considerato un’eccezione isolata e provvisoria. La vita corrente, condizionata finora dal problema del sostentamento, può essere dominata razionalmente e il gioco, che rompe radicalmente con un tempo e uno spazio ludici delimitati, deve invadere l’intera vita. In questa prospettiva storica il gioco non appare affatto al di fuori dell’etica, del problema del senso della vita. L’unica riuscita che si possa concepire nel gioco è la riuscita immediata sul proprio ambiente e l’aumento costante dei propri poteri. Mentre, nella sua attuale coesistenza con i residui di questa fase di declino, il gioco non può liberarsi completamente da un aspetto competitivo, il suo scopo deve essere perlomeno quello di provocare delle condizioni favorevoli per vivere direttamente. In questo senso è ancora lotta e rappresentazione: lotta per una vita a misura del desiderio, rappresentazione concreta di una simile vita.

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variis58

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Un bicchiere di vino

vino 5Possiamo constatare come il vino determina ogni sorta di comportamento, qualora si osservi come gradualmente muta i bevitori: se li coglie freddi di sobrietà e silenziosi, bevuto in quantità modesta li rende più ciarlieri, ma parlatori abili e arditi se la dose aumenta; conferisce baldanza nelle opere a chi continua a bere, ma se la quantità è eccessiva rende sfrenati ed esaltati, e quando è decisamente troppa toglie ogni inibizione e fa impazzire, come se si fosse epilettici dall’infanzia.
L’indole di individui diversi corrisponde così a quei mutamenti di carattere provocati nel singolo dal bere e dall’ingerire una data quantità di vino. Si può essere dunque ciarlieri, agitati, facili al pianto, per natura o per un passeggero stato di ebbrezza: tali infatti, alcuni vengono resi dal vino, come secondo la rappresentazione omerica:”e dice che, appesantito dal vino, versò lacrime copiose.”
C’è chi diviene compassionevole e selvaggio e taciturno: quest’ultima, in particolare è la caratteristica precipua del “melanconici”, che finiscono con l’uscire di senno. Il vino rende anche espansivi: ne è indizio che chi ha bevuto è indotto anche a baciare chi, per l’aspetto e per l’età, nessuno bacerebbe da sobrio.
Il vino, tuttavia, non rende eccezionali per molto, ma per poco tempo: la natura, sempre, finché si viva; arditi, taciturni, compassionevoli, vili, lo si è, infatti, pure per natura; è allora evidente che il vino e la natura determinano il carattere di ognuno con lo stesso procedimento, che consiste nel regolare con il caldo ogni funzione dell’organismo.

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ARCHITETTURA E ANARCHIA

periferiaQuale rapporto, che non sia a priori contraddittorio, possono intrattenere l’architettura e l’anarchia? l’architettura è certamente un simbolo dell’autorità, ma non solo: essa è stata fin dal principio uno dei suoi strumenti, e non tra i minori, poiché costituisce una delle modalità indispensabili del suo esercizio.
«Ancora più che la rappresentazione ostentatoria del potere, l´architettura sta alla base di un´arte del comandare. Tutto il potere si esercita architettonicamente.»

I poteri pubblici introducono innumerevoli dispositivi di “pacificazione” con il contributo dell’architettura e dell’urbanistica, che devono dissuadere il “nemico interno” dall’entrare in azione e, in caso lo faccia, facilitarne la repressione, confermando così il legame tra la pianificazione urbana e il mantenimento dell’ordine sociale.

Se vuoi approfondire:

Anarchia-e-architettura

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FORSE DA QUALCHE PARTE di Horst Fantazzini

horst fRagazzo,
senti il rumore del tuono?
Forse da qualche parte un uomo sta lottando.
Lotta per te, per me, per tutti,
ma pochi sanno dirgli grazie …
ragazzo,
senti lo stillicidio della pioggia?
Forse da qualche parte
Una vita si sta spegnendo
E questa pioggia è l’eco di un lontano dolore …
Ragazzo,
senti il peso di questo improvviso silenzio?
Forse da qualche parte un uomo è stato vinto,
fucili di venduti fratelli
gli hanno impedito di gridare “Libertà!”.
ragazzo,
il dolore di uno
dovrebbe essere il dolore di tutti
e non è giusto che
mentre tu piangi
altri ridono
e mentre tu ridi
altrove altri si disperano.
Ragazzo,
al prossimo tuono
non spaventarti,
alla prossima pioggia
non chiudere la tua finestra,
al prossimo silenzio
mettiti a gridare con rabbia!

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HORST-F

 

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CIVILIZZAZIONE O FUTURO PRIMITIVO

johnzerzanProduzionismo o futuro primitivo: due materialità. Una provocata dall’estinzione dello spirito, l’altra dall’aver abbracciato lo spirito nella sua realtà terrena. L’abbandono volontario del modo di vivere industriale non è una rinuncia, ma una regressione salutare. Abbandonando la condizione e la direzione attuale del mondo, andiamo a cercare una guida presso quelli che hanno continuato a vivere spiritualmente nella natura. Il loro esempio mostra cosa ci serve per percorrere la nostra strada verso ciò che tuttora attende, tutt’attorno a noi.
Il primitivismo trae forza dall’aver capito che, a prescindere da quanto le nostre vite siano state deprivate negli ultimi 10000 anni, gli essere umani paiono aver vissuto in modo sano e autentico per gran parte dei quasi due milioni di anni sul pianeta. Questa corrente antiautoritaria, si sta muovendo nella direzione del naturalismo primitivo e contro una totalità che si sposta esattamente in direzione opposta a questa condizione. La rivista “Terra Selvaggia” ha descritto questo sentimento in modo ammirevole: “E poi, in fondo, cos’è questa globalizzazione di cui si parla ultimamente, forse il processo di espansione dei mercati verso lo sfruttamento dei paesi più poveri, e delle loro risorse, a scapito di quelli ricchi? Forse l’uniformarsi delle culture e la diffusione di un modello dominante? Ma allora, perché non usare il termine civilizzazione, che suona sicuramente meno minaccioso, ma è calzante, senza necessita di neologismi. Non c’è dubbio che i media, e non solo, abbiano il loro buon tornaconto a mischiare di tutto nel vago minestrone anti-globalizzazione; sta a noi dunque fare chiarezza nelle cose, approfondire le critiche e agire di conseguenza”.
In questa lotta, o tutto o niente. Anarchia è solo un nome per quelli che abbracciano la sua promessa di riscatto e pienezza, e cercano di guardare in faccia il fatto che arrivarci sarà un lungo viaggio. Noi umani stavamo là, un tempo, se dobbiamo credere agli antropologi. Ora scopriremo se possiamo ritornarci.
Molto probabilmente, è la nostra ultima possibilità come specie.

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