LA MODA ECOLOGICA

La sofisticazione, che la moda ecologica ci ha insegnato a cogliere nei cibi, nell’aria che respiriamo, nella crescente distruzione dell’ambiente naturale, ha in ultima analisi le sue radici nell’uomo stesso, nella sua attuale natura di UOMO DEL CAPITALE.
Nella metamorfosi reciproca di uomo in capitale (capitalizzazione) e di capitale in uomo (antropomorfosi) si può cogliere il momento di passaggio dai sistemi ideologici del passato all’ideologia materializzata del presente.
Certamente non ci si deve aspettare che il capitale metta in atto la denuncia della sofisticazione complessiva della vita con la stessa prontezza e lo stesso zelo interessato con cui ha imparato a criticare i suoi settori separati: denunciando infatti astutamente la scadente qualità di prodotti particolari (la coppia, il latte, il dentifricio, la democrazia, il formaggio, le automobili ecc.) non si fa altro che inventarne e garantirne la genuinità nella nuova confezione; denunciare invece la totale mostruosità del complesso sociale, la sua assoluta disumanità, significherebbe denudare il re, mostrandolo vulnerabile alle pietre e ai desideri dei suoi sudditi oppressi nella repressione. E quando cade il tabù subito il totem lo segue nella caduta, tanto più rovinosa quanto più pesante è il feticcio. Resta il fatto che una spessa cortina, ormai ben più corposa di una nebbia, funziona da filtro tra le frustrazioni dei sudditi e l’arroganza del potere. Un potere che, per esigenze della sua stessa natura, ha dovuto traslocare la sua immagine, un tempo riflessa nelle eteree e ben sicure regge del cielo, alle individuabili e ben più attaccabili “cities” dei quartieri metropolitani.
Mentre per diluire la forza della protesta i flauti di un rinnovato revival mistico hanno sostituito (insieme all’eroina) le trombe degli angeli e le campane dei profeti, le chitarre elettriche della scienza meccanicistica sviluppano il concerto a DIO capitale nel suo sforzo conclusivo verso l’eternità e l’autonomizzazione.
A questo punto non è più pensabile operare per una trasformazione radicale della società se non avendone innanzitutto svelato la vera natura sacrificale nascosta nell’armatura ideologica.
La sofisticazione globale è in atto ormai da tempo e tutti noi continuiamo ad inghiottirla nonostante che i nostri corpi e le nostre menti diano ormai evidenti segni di intossicazione.
Uscire dall’ideologia resa ecologica ma sempre più drammaticamente biodegradante, significa riconoscere le trappole copiose della falsa coscienza in ciascuno di noi e fra noi tutti come corpo sociale; significa cominciare a distinguere i nostri desideri SPECIFICI da quelli indotti e lottare per la loro realizzazione; significa cominciare ad essere i soggetti reali della nostra vita e non più “persona/e” (=maschere) di una rappresentazione.
In principio ciò passa probabilmente per una condizione di terribile isolamento, ma proprio in questo isolamento disperato e dalla sua rabbia angosciosa e cosciente, non disponibile ai compromessi, potrà germogliare una comunità reale contro l’osceno spettacolo delle complicità che si sostituiscono all’amore.
Mai come in questo momento ci sono stati più tanti complici e meno amanti. Per questo l’amore ha bisogno di riconoscersi prima di tutto nella denuncia delle complicità e delle loro giustificazioni: l’ideologia.
(Tratto da PUZZ numero unico settembre 1975 Milano)

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René Daumal. Inalare freon per sentirsi irrimediabilmente perduto.

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René Daumal

Dopo tutta una serie di fenomeni ben conosciuti da coloro che hanno subito un’anestesia generale (rumore di motore a scoppio, formicolio di punti luminosi, ecc), i fosfeni assumevano all’mprovviso un’intensità tale che, anche a occhi aperti formavano davanti a me un velo, irnpedendomi di vedere dell’altro; nello stesso tempo si disponevano in un mosaico di cerchi e di triangoli, neri, rossi e bianchi, inscrivendosi e circoscrivendosi gli uni cogli altri e muovendosi in base ad una logica rigorosa per quanto geometricamente assurda. […] Con un’evidenza, una chiarezza di cui non posso dare la minima idea, tanto questo carattere di certezza, di necessità assoluta è ignorato dal pensiero umano normale, capivo il senso, sconvolgente, disperante per la sua semplicità come per la sua evidenza, di quel movimento visivo e sonoro: l’ultima parola di tutto, la spiegazione, detta tramite la voce di un assoluto di crudele ironia, dell’esistenza del mio spirito, stava in una specie di ragionamento ultra-logico terribilmente semplice, impossibile da tradurre. Non ho mai accettato, e non potrò mai accettare la fede cristiana in una dannazione eterna; tuttavia in quel momento, che posso recuperare se lo voglio in pochi istanti, ho la certezza, semplice e clamorosa, d’essere proprio io il solo essere irrimediabilmente perduto (e la parola perdita è soltanto una vaga approssimazione) che non sono altro, proprio io, che un semplicisimo circolo vizioso. René Daumal 1930

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Antonin Artaud. Peyotl: capii che stavo inventando la vita.

tumblr_m7thqlwrWU1rwl0c9o1_500Ci si sente come rovesciati e ribaltati dall’altro lato delle cose e non si capisce più il mondo che si è appena lasciato. Dico: ribaltati dall’altro lato delle cose, e come se una forza terribile vi avesse dato la possibilità d’essere restituiti a ciò che sta dall’altro lato. Non si avverte più il corpo che si è lasciato e che vi garantiva nei suoi limiti, in cambio ci si sente molto più felici d’appattenere all’llimitato che a se stessi, perché si capisce che ciò che era noi ci è giunto dalla testa di questo illimitato, l’lnfinito, e che lo vedremo. Ci sentiamo in una sorta di onda gassosa e che emette da ogni parte un crepitio incessante. Sostanze uscite da qualcosa che po-trebbe essere la vostra milza, il fegato, il cuore o i polmoni si sprigionano incessantemente e scoppiano in questa atmosfera incetta fra il gas e l’acqua, ma che sembra richiamare a sé le cose e ordinar loro di riunirsi. […] E tutta la serie di lubrichi fantasmi proiettati dall’nconscio non possono più ostacolare il soffio vero dell’UOMO, per il fatto stesso che il Peyotl è l’UOMO non già nato, ma INNATO, e con lui la conoscenza atavica e personale è interamente animata e dispiegarsi. Lei sa ciò che è buono per lei e ciò che non le serve a nulla: e quindi i pensieri e i sentimenti che può accogliere senza pericolo e con profitto, e quelli che sono nefasti per l’esercizio della sua libertà. Sa soprattutto fin dove arriva il suo essere, e fin dove non è ancora arrivata. NON SI HA IL DIRITTO Di ANDARE SENZA PRECIPITARE NELL’IRREALTÀ, IL NON-FATTO, IL NON-PREPARATO. Antonin Artaud 1936

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Altrove nello spazio e nel tempo

Come insegnano ormai i bambini, il piacere di vivere non deve più affermarsi pagando un tributo alla retorica della sua sconfitta. A dispetto delle antiche oppressioni, l’amore di sé, quale lo scoprono l’infanzia e la nuova coscienza degli amanti irradia da una potenza di cui la potenza industriale, perfettamente concentrata nell’irradiazione nucleare, sarà stata il mortale surrogato. È il motivo per cui io considero l’esigenza amorosa di essere tutto, in ogni tempo e ovunque, come l’unica alternativa alla società mercantile.
O l’economia porterà a compimento la perdizione del vivente, o la società si fonderà sulla predominanza dei desideri affrancati dall’universo mercantile. O noi periremo nella stupidità crescente del profitto e del prestigio promozionale, o il primato del godimento porterà alla rovina il lavoro attraverso la creatività, lo scambio mediante il dono, il senso di colpa tramite l’innocenza, la volontà di potenza grazie alla volontà di vivere, gli appagamenti angosciati per mezzo del ritmo naturale del piacere e del dispiacere.
Una scommessa aperta. Tra la tendenza ad abbandonare il meglio per il peggio, e la trasmutazione dell’Es individuale. Tra il disprezzo di sé, questa virtù di cui si onora lo schiavo, di rimettersi ad una guida – politico, prete, medico, psicanalista, pensatore, istituzione, governo -, e un’arte di godere, pazientemente decantata dalle impregnazioni della morte.
Il movimento del Libero Spirito ha posto la domanda nel momento storico in cui il processo mercantile iniziava la sua accelerazione. La fine del XX secolo sentirà la risposta nell’esplosione finale della macchina per snocciolare l’individuo. Ma nelle parole pericolosamente strappate al linguaggio di Dio, e nelle parole trascinate, ai nostri giorni, nella derisione di una sopravvivenza insignificante e di una vita che non ha un senso riconosciuto, è lo stesso ciclone del godimento che, con la sua violenza intemporale, spazza la storia. La ricerca di un amore da inventare nella pura materia dell’umano fonda la misura universale di una società radicalmente nuova.

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Movimento 2 giugno. Le rapine per finanziarsi

G.v.R-PolizeiFotoQuando si «faceva» una banca si portavano sempre armi di precisione, una misura precauzionale nel caso gli sbirri fossero intervenuti prima del previsto. Per fortuna, nelle azioni del «2 giugno» questo non successe mai. Se i rapinatori facevano di tutto, e con la massima velocità, per non trovarsi davanti gli sbirri, questi ultimi spesso e volentieri davano una mano per evitare tali incontri indesiderati. Una volta, la polizia partì dopo una segnalazione radio di rapina in corso per catturare un povero disoccupato armato di scacciacani. Subito furono allertate le unità mobili, che si diressero verso la banca segnalata. Ma dopo questo primo allarme «muto» (lanciato senza che il rapinatore se ne accorga), un impiegato telefonò alla centrale da una stanza sul retro della banca e fece una descrizione della rapina in corso. Una nuova segnalazione fermò allora le macchine della polizia: «Qui centrale! Attenzione, rapina in corso alla banca… in via… Prendere misure di sicurezza, si tratta di due donne e un uomo (l’impiegato non aveva visto il terzo uomo, appostato in macchina davanti all’entrata) armati di pistole automatiche!». Era chiaro ormai che si trattava di «terroristi». 500 metri prima di arrivare alla banca segnalata la volante si fermò e chiese allora alla centrale «nuove istruzioni». Nessuno in centrale riusciva a capacitarsi di come le volanti non riuscissero a trovare una banca con l’insegna cosi ben visibile dalla strada.

Anche se gli attivisti erano molto parsimoniosi, la guerriglia urbana costava parecchio. A metà degli anni Settanta, un gruppo di dieci persone aveva bisogno di circa 10.000 euro al mese, solo per le spese di servizio. Servivano poi altri soldi per preparare le azioni, procurarsi le attrezzature, affittare appartamenti e macchine. La sinistra povera non se lo poteva permettere. Chi doveva lasciare un appartamento non più sicuro non si metteva a richiedere indietro i  soldi della caparra e, se aveva bisogno di un posto tranquillo per sparire per un po’, non poteva fare troppo il difficile ed era disposto a pagare qualsiasi cifra. Non parliamo poi dei biglietti di treni, aerei e delle macchine noleggiate, che erano sicure e non destavano alcun sospetto, ma erano care. Poi ciclostili, fotocopiatrici, attrezzature varie, armi e munizioni. Le banche tedesche finanziavano anche, senza saperlo, progetti sociali (centri giovanili, gruppi di solidarietà con i detenuti), giornali, libri, attività di quartiere e programmi di cooperazione con paesi esteri, come il Cile. Non tutti sapevano chi riempiva i loro salvadanai con banconote dacento marchi, ed era meglio così, per la loro e la nostra sicurezza. Alcuni se lo immaginavano, altri lo sapevano con certezza e, anche chi in seguito dichiarò di essere sempre stato contrario ai metodi illegali, i soldi li ha sempre presi e usati volentieri.

L’autofinanziamento per mezzo delle rapine in banca è una pratica che appartiene al passato. Oggi la sinistra usa altri strumenti, molto meno rischiosi per tutti: il lavoro, le eredità, le sottoscrizioni, i fondi statali. Certo, è un’altra sinistra quella che ha scelto di abbandonare gli espropri e si è messa a riempire moduli per ricevere sovvenzioni dallo Stato, sono diverse non solo le forme, ma anche la sostanza, il rapporto con lo Stato, con la ricchezza, con le organizzazioni istituzionali.
Le rapine non hanno mai ridistribuito la ricchezza nella società ma quando si «faceva» una banca si dava un segnale di rottura, si rifiutava il legame con il lavoro e lo sfruttamento su cui si basa il sistema economico capitalista che, come è noto, non è meno ladro di un commando di compagni che irrompe in una banca.
Sono molti i militanti che hanno trascorso anni in carcere per aver «fatto» delle banche. Solo per rapina, gli attivisti del «2 giugno» hanno ricevuto in tutto più di Ioo anni di carcere. Di poca consolazione è il fatto che tutti sono stati condannati per altri reati, e che le rapine non abbiano, di fatto, inasprito la loro pena. Chiedersi oggi se sia valsa la pena di «farsi» le banche equivale a chiedersi se abbia avuto un senso tutta l’attività della sinistra radicale negli anni Settanta, per la quale non era importante guadagnarci qualcosa, ma vincere. Senza «farsi» le banche, le attività e i progetti della sinistra militante non avrebbero avuto alcuna efficacia. Ma la vittoria dipendeva dal momento storico, dai rapporti di forza nella politica.
Avere abbastanza spiccioli era solo un aspetto. E una preoccupazione in meno. Klaus Viehmann Movimento 2 giugno

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La Cannabis nella medicina ayurvedica II

ayurvedaEcco due ricette della tradizione popolare ayurvedica:

Tondai: si lavano bene, in acqua fredda, circa tre tola di cannabis, si riducono in polvere, si mescolano con uguali parti di pepe nero, petali di rose secche, semi di papavero, mandorle, cardamomo, semi di cetriolo e di melone, e vi si aggiungono zucchero, mezza pinta di latte e altrettanta acqua. Questo basta a provocare effetto stupefacente in una persona già assuefatta (un quarto o metà di tale dose sono sufficienti per chi non vi sia abituato). L’ebbrezza prodotta dalla bevanda induce a cantare e a ballare, a parlare continuamente, a mangiare con grande  gusto e a ricercare i piaceri del sesso. L’effetto inebriante dura circa sette ore ed è seguito dal sonno. Non si hanno nausea né disturbi allo stomaco o all’intestino. Il giorno seguente si riscontreranno leggere vertigini e iperemia oftalmica, ma non altri sintomi degni di nota.
anche il Majoon viene utilizzato. Il sapore è dolce, il profumo assai gradevole. Ha effetto molto affascinante, poiché provoca felicità estatica, esaltazione, impressione di volare, appetito vorace e intenso desiderio sessuale. Questi due rimedi sono utilizzati per curare casi di impotenza e mancanza di vitalità in persone sessualmente deboli: ciò fa supporre la presenza, nella cannabis, di ormoni sessuali capaci di risolvere quei disturbi.
L’effetto stimolante e tonico della cannabis viene usato per alleviare la fatica e aumentare la resistenza fisica in condizioni di affaticamento e superattività. La cannabis è particolarmente efficace nella cura dell’emicrania in tutte le sue forme: nella dose di 0,180 g di estratto resinoso preso due volte al giorno si rivela un vero rimedio elettivo. Nella stessa dose è un ottimo rimedio calmante per coliche addominali. Il succo di foglie di cannabis si può usare come antiforfora e antisettico del cuoio capelluto. Cataplasmi di foglie fresche si usano come rimedio esterno in caso di nevralgie localizzate, emorroidi e infiammazione dei genitali. L’olio estratto dai semi è un efficace antireumatico, massaggiato sulle parti doloranti e infiammate.
La scienza dell’Ayurveda considera la cannabis un medicamento molto potente, capace di ridare vitalità e vigore in quelle persone in cui queste qualità sono assenti. Al contrario, in persone sane, tende a portarle all’eccesso. Inoltre, le proprietà antispasmodiche e sedative aiutano le persone che sono in uno stato di eccitazione nervosa, mentre deprimono ulteriormente coloro che si trovano in condizioni di depressione nervosa. Essendo infine l’Ayurveda la scienza della ricerca dell’equilibrio nella cura delle malattie (e nella vita, più in generale), essa ci insegna che la cannabis va utilizzata con consapevolezza e con moderazione, perché “solo coloro che agiscono dopo una debita indagine sono considerati saggi”. (M.P. Cannabis N°3)

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LA DREAMACHINE

Gyson, Burroughs e la Dreamachine

La Dreamachine venne ideata da Brion Gysin, artista, viaggiatore, scrittore ed alchimista. Uno dei pittori inglesi non celebrati del ventesimo secolo. Espulso da Breton dall’ambiente dei Surrealisti influenzò inizialmente William Burroughs avviandolo all’utilizzo dell’illustrazione nella scrittura. Il suo vasto bagaglio culturale l’indusse a conoscere anche il mondo dei Rolling Stones ed in particolare di Brian Jones il quale lo introdusse al Master Musicians di Joujouka.
Gysin inventò la Dreamachine osservando gli effetti provocati dal percorrere veloce di una strada alberata, il tremolio della luce del sole lo faceva entrare in uno stato di coscienza alterato. Tale effetto è ben noto a tutti coloro che hanno guidato lungo strade alberate, ciò ha indotto gli ingegneri che si occupano del traffico stradale a riconsiderare l’utilizzo di alberi uniformemente spaziati, per fiancheggiare lunghi tratti di strada dritta. Gli effetti del tremolio sono potenti. Lo stesso procedimento era conosciuto anche presso i membri delle tribù nordafricane, i quali entravano in trance attraverso il movimento rapido delle mani e delle dita sugli occhi chiusi, mantenendo la testa rivolta verso il sole. Attualmente con le brain-machines ad alta tecnologia così in voga, l’idea iniziale elaborata da Gysin e dal suo collaboratore Sommerville, ci fa ricordare volentieri che mentre la tecnologia avanza velocemente, la base concettuale per la ricerca interiore è tanto antica quanto lo sono il sole e gli alberi. La sua bellezza giace nella sua semplicità e nel fatto che la sua costruzione rispetta principi ecologici, in quanto richiede soltanto un foglio di carta e il riciclaggio di un qualsiasi giradischi.
Molti di coloro che utilizzano la Dreamachine la definiscono un viaggio senza necessità di medicinali, insistendo sul fatto che si tratta di un viaggio interiore negli stati del sonno inconscio. Gli obiettivi della Dreamachine costituiscono realmente un passaporto per accedere a queste zone, ed una volta raggiunte non ci sono dogane da superare, blocchi della polizia. Si tratta più semplicemente di un viaggio di esplorazione senza restrizioni.
“Oggi in autobus diretto a Marseilles ebbi una straordinaria tempesta di visioni colori. Percorrevamo una strada lunga ed alberata ed io chiusi gli occhi contro la luce del sole. È proprio allora che un ondata travolgente di colori di una brillantezza intensa esplose dietro le mie palpebre: un caleidoscopio multidimensionale roteava rapidamente attraverso lo spazio. Fui trascinato fuori dal tempo, mi trovai in un mondo di numero infinito. Tale visione si interruppe improvvisamente nel momento in cui lasciammo la strada alberata. Si trattava di una visione? Cosa mi era accaduto?”
(Tratto dal diario di Brion Gysin, 21/12/1958)

 

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Gerard Winstanley. I diggers contro la compra e la vendita

diggers(2)Quando gli uomini cominciarono a comprare e a vendere, persero la loro innocenza, poiché allora iniziarono ad opprimersi e a frodarsi a vicenda dei diritti che spettavano loro per nascita. Prendiamo quest`esempio: se la terra appartiene a tre persone, e due la comprano e la vendono, alla terza che rifiuta di dare il suo consenso è negato il suo diritto, e i discendenti saranno coinvolti in una lite. (…)
La pratica della compra e vendita pertanto suscitò ed ancor oggi suscita malcontento e guerre che hanno tormentato a sufficienza l’umanità. E le nazioni del mondo non impareranno mai a trasformare le loro spade in vomeri, e le loro lance in falcetti, e non smetteranno di farsi la guerra, finché quest”espediente truffaldino di comprare e vendere non sarà gettato via tra i rifiuti del potere regale.
Ma un uomo non potrà mai diventare più ricco di un altro?
Non ce n’è bisogno, poiché la ricchezza rende l’uomo vanaglorioso, orgoglioso, e lo porta ad opprimere i fratelli; ed è causa di guerre”.
Nessun uomo può arricchirsi se non grazie al suo lavoro o al lavoro di altri uomini che l’aiutano. Se un uomo non riceve alcun aiuto da parte del vicino, non potrà mai accumulare una proprietà che gli renda centinaia e migliaia all’anno. Se altri uomini l’aiutano nel lavoro, allora quelle ricchezze appartengono ai suoi vicini tanto quanto a lui, poiché sono il frutto delle fatiche altrui oltre che delle proprie.
Tutti i ricchi vivono nell’agiatezza, si nutrono e si vestono grazie al lavoro di altri uomini”, non del proprio; ciò è la loro vergogna, non la loro nobiltà. C’è infatti più felicità nel dare che nei ricevere”. I ricchi ricevono tutto ciò che possiedono dalle mani del lavoratore, e quando danno, danno il frutto del lavoro altrui, non del proprio. Non agiscono pertanto con giustizia. Gerard Winstanley 1651

 

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Richard Alpert. Avevo bisogno di un corpo

ram_dass8_medQualche ora dopo mi isolai per riflettere su quello che mi stava accadendo. Una calma profonda pervadeva il mio essere. Il tappeto stava strisciando e i quadri mi sorridevano, ero deliziato. Improvvisamente mi si parò davanti una figura ad un paio di metri di distanza, stava lì dove ero sicuro un momento prima non c’era nessuno. L’osservai attentamente nella penombra e vi riconobbi me stesso che indossavo il cappellino e la toga da professore universitario. Era come se una parte di me, il professore di Harvard, si fosse separata o dissociata da me.
Pensai: Guarda un po’, un’allucinazione esterna… tutto questo è interessante. Ho fatto tanto per diventare qualcuno, ma è stato tutto inutile, non ne avevo alcun bisogno”. Mi ero seduto su una poltrona, finalmente separato dal mio essere professore, quando la figura cambiò aspetto. Mi piegai ad osservarla bene. Ero ancora io, nei panni di uomo di mondo. “OK, liberiamoci anche di questo!”, pensai. Le figure continuavano a cambiare rivelando altri aspetti della mia personalità…(…)  Ad ogni mia nuova rappresentazione mi rassicuravo del fatto che nessuna di queste personalità mi era necessaria.
Ad un certo punto mi apparve il mio aspetto di Eìchard Alpertaggine, la mia identità di base, il vecchio Richard di sempre. (…)  Era attraverso quel nome che avevo sviluppato tutti gli aspetti del sé.
Cominciai a sudare. Non ero molto convinto che avrei potuto farcela senza essere Richard Alpert. Stavo soffrendo di amnesia? Era questo l’effetto della droga? Sarebbe durato per sempre? Avrei dovuto chiamare Tim? Ma che diavolo… mi decisi di mollare anche Richard Alpert. Avrei sempre potuto assumere una nuova identità. Perlomeno mi era rimasto il corpo… Ma avevo parlato troppo presto.
Mentre gettavo un sguardo alle mie gambe per riassicurarmi, l’unica cosa che riuscivo a vedere erano le ginocchiere ,poi lentamente con orrore vidi scomparire a poco a poco le membra e poi il torso, sinché tutto ciò che riuscivo a vedere con i miei occhi aperti era la poltrona su cui stavo seduto. Sentii un urlo formarsi nella mia gola. Sentivo che stavo per morire perché non c’era nulla nel mio universo che potesse indurmi a credere che, dopo aver abbandonato il corpo, potesse esserci ancora vita.
Potevo farcela senza essere un professore un amante e persino senza essere Richard Alpert, ma avevo bisogno di un corpo.
Il panico aumentava, il mio sistema nervoso era ingolfato di adrenalina, avevo la bocca secca, ma oltre a queste sensazioni iniziavo a percepirne un’altra, c’era una voce dentro (dentro a che cosa non saprei), una voce molto intima che mi stava chiedendo con molta tranquillità, con un tono che mi sembrava quasi scherzoso, considerando il mio stato di follia…: “Ehi, chi è rimasto a badare al negozio?”. Richard Alpert

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LA GELOSIA

Gelosia

La gelosia è uno degli strumenti con cui si costruisce la prigione.
La gelosia nasce soprattutto dall’umiliazione che ciascuno di noi ha subito nei primi anni della propria vita quando è stato messo in ginocchio, piangente, di fronte a una qualsiasi immagine dell’autorità. Questa stessa immagine-fantasma è l’antagonista occulto che ci accompagna, angelo custode all’aspetto di Frankestein, pronto a rinnovare la sua impresa spezzandoci nuovamente nell’umiliazione; ed ha come alleato la parte di noi che, per avere già acconsentito, sa di poter cedere nuovamente. In questo senso la vera paura celata dalla gelosia è quella del tradimento di noi stessi, non già di quello altrui. Ancora, essa nasce dall’immagine culturale, patriarcale e cristiana in particolare, della donna come proprietà da difendere e della sua (per il tutto una parte) vulva come ricettacolo passivo. In questa logica noi raffiguriamo noi stessi come i soli autorizzati allo stupro: dagli altri temiamo lo stesso stupro che noi immaginiamo di poter compiere legalmente.
Così ancora una volta si umiliano il corpo e l’amore, e si rinnega prima di tutto in sé e poi negli altri il fuoco che accende di vita il corpo e gli dona tutta la grazia della divinità.
Nella visione pornografica cristiana dello stupro e del sesso, inteso come peccato e cosa immonda, sta la chiave della nostra avarizia prima di tutto nei nostri confronti e poi in quelli degli altri.
Insomma, la gelosia umilia chi è geloso doppiamente: prima di tutto perché lo inginocchia di fronte ad un fantasma del passato, ripetendo così una esperienza traumatica infantile; e poi perché avvilisce l’oggetto d’amore così che, tradito l’amore, si trasformerà in oggetto di sisprezzo.

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