NUCLEARE, NO GRAZIE

Alla COP28, 22 Paesi si impegnano a triplicare la capacità nucleare nel tentativo di ridurre i combustibili fossili. Gran Bretagna, Canada, Francia, Ghana, Corea del Sud, Svezia ed Emirati Arabi Uniti sono stati tra i 22 paesi che hanno firmato la dichiarazione di triplicare la capacità rispetto ai livelli del 2020. L’Italia non ha firmato.
E’ noto che in tutti i maggiori conflitti regionali del XX e XXI secolo, la disputa sulle risorse energetiche ha svolto un ruolo importante, e spesso determinante, nelle cause e negli esiti di queste guerre. Ma la maggior parte dei commentatori e degli storici (la “propaganda” che si spaccia per giornalismo) che analizzano questi eventi sottovalutano o addirittura ignorano completamente questo ruolo dell’energia. Come in passato, l’interpretazione di tutti i conflitti attuali o recenti si concentra sulle ideologie, il “bene” contro il “male” per spiegare e giustificare le avventure o le sequenze di questi conflitti.
Anche in Italia comunque, l’industria nucleare sta vivendo una ripresa impressionante: sul tavolo del governo, e in particolare del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, sarebbe approdato il piano per il ritorno al nucleare dell’Italia. Il contenuto delle 35 pagine del documento, presentato nelle scorse settimane al ministro Gilberto Pichetto Fratin dai vertici di Edison, Ansaldo Nucleare, Enea, Politecnico di Milano e Nomisma Energia, parla di un investimento complessivo da 30 miliardi di euro per costruire in tutto 15-20 mini centrali nucleari, con il primo cantiere aperto nel 2030, da concludersi entro il 2035, per proseguire al ritmo di un reattore l’anno fino al 2050. Intanto l’ENI si concentra sui progetti legati alla fusione nucleare. L’energia nucleare, su cui fino a poco tempo fa aleggiava l’ombra di Chernobyl e Fukushima, è diventata un’arma contro il riscaldamento globale : nel luglio 2022 ha ottenuto, non senza polemiche, l’integrazione nella tassonomia ‘verde’ della Commissione Europea. C’è stata un’epoca, il lontano 1966, in cui l’Italia era il terzo produttore al mondo di energia elettronucleare, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. Un record difficile da mettere a fuoco con le lenti di oggi, dopo i due referendum che nel 1987, all’indomani del disastro di Chernobyl (1986), e poi nel 2011, dopo quello di Fukushima, hanno messo la parola fine al nucleare nel nostro Paese, che oggi impiega combustibili fossili per oltre la metà del proprio fabbisogno e importa dalle nazioni confinanti quote importanti di energia, prodotta anche con impianti nucleari. Ma dall’esperienza nucleare dei cinque maggiori paesi occidentali che hanno adottato in modo convinto questa forma di energia (USA, Francia,UK, Giappone e Germania) risulta che su 170 reattori attualmente operativi, ben 114 risalgono a prima del 1986 (si avvicinano quindi ai fatidici 40 anni di servizio per i quali erano stati concepiti), solo 12 progetti sono stati avviati nel XXI secolo (5 già realizzati e 7 in costruzione), mentre 151 unità sono state permanentemente disattivate. In Gran Bretagna e Giappone la potenza dismessa è attualmente maggiore di quella installata, mentre la Germania nel 2011, dopo i fatti di Fukushima, ha abbandonato definitivamente l’avventura atomica. Inoltre, questa energia, che richiede molta acqua dolce per garantirne il raffreddamento, è vulnerabile ai cambiamenti climatici. Il rischio poi di un grave incidente evitato per un pelo nella centrale elettrica ucraina di Zaporizhia nell’agosto 2022 ci ha ricordato l’esposizione dell’energia nucleare agli attacchi militari . La gestione di una produzione di energia così pericolosa necessita poi di un’organizzazione centralizzata e controllata al massimo. L’industria nucleare dovrà presto affrontare anche la dura prova materiale e finanziaria dello smantellamento della flotta esistente, irta di incertezze su tempi, costi, esposizione radiologica e stoccaggio dei rifiuti. La necessità di gestire le scorie e di smantellare le centrali fuori servizio (decommissioning) rappresenta un fardello non da poco per i nuclearisti di vecchia data.
Per farsi un’idea della portata del problema, si pensi che la Sogin nel 2022 doveva aver completato il decommissioning dei reattori italiani al 45%, malgrado la nostra esperienza nucleare sia terminata nel 1987 e riguardasse solo quattro unità.
Come si fa a presentare ancora una volta questa energia controversa, fragile e invecchiata come un’ancora di salvezza tecnologica?
La preoccupazione alla base di queste proposte sono il picco del petrolio e il cambiamento climatico, ma non è il problema più grande che il mondo deve affrontare. È un sintomo del problema molto più ampio del superamento del limite sostenibile delle risorse del pianeta, che sta avvenendo a causa del consumo in costante aumento di energia e delle attività industriali. Ciò significa che gli esseri umani utilizzano le risorse naturali e inquinano a ritmi superiori alla capacità del pianeta di riprendersi.
Il superamento dei limiti è più difficile da contestare rispetto al cambiamento climatico: la distruzione delle foreste pluviali, il declino della popolazione di altre specie, l’inquinamento della terra, dei fiumi e dei mari, l’acidificazione degli oceani e la perdita della pesca e delle barriere coralline. Questi non fanno parte di alcun processo naturale e l’attività umana ne è chiaramente responsabile. Le auto elettriche, i pannelli solari, le turbine eoliche, le batterie e l’energia nucleare definiti energie “sostenibili” richiedono comunque notevoli input di minerali, metalli e prodotti chimici. La prevista crescita della domanda di questi materiali eserciterà una maggiore pressione sulle risorse naturali del pianeta e richiederà un uso sostanziale di energia fossile per estrazione, trasporto, produzione e distribuzione dei medesimi. Se la crescita economica continuerà, questo si tradurrà in livelli sempre maggiori di impronta materiale della società. Ciò a sua volta suggerisce che una transizione energetica avrà un effetto netto minimo sull’impronta materiale della società sul pianeta.È improbabile che le emissioni di carbonio e il superamento dei limiti planetari diminuiscano finché il consumo di energia e il PIL mondiale continueranno ad aumentare. L’interrelazione di questi fattori con il degrado dell’ecosistema terrestre significa che non esistono soluzioni senza un cambiamento strutturale di tutti questi fattori come punto di partenza: è necessario un cambiamento di paradigma di civiltà.

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