Jean-Pierre Garnier – “Metropoli”: concetto nonché paradigma, oppure marchio pubblicitario?

Central Park della smart city di Songdo, 65 km da Seoul, Corea del Sud.

Secondo la geografa urbana Cynthia Ghorra-Gobin, molto apprezzata nel mondo accademico, «il concetto di metropoli è un paradigma che permette di cogliere il carattere inedito delle dinamiche urbane contemporanee e chiarire le questioni sollevate dalla pianificazione del territorio». Dinamiche che riassume con l’aiuto di alcune parole chiave: “globalizzazione”; “mondializzazione”, “spazio di reti e di flussi”. La storia della metropolizzazione, come processo e come politica, è ricostruita in modo totalmente “apolitico” come garanzia di scientificità.

La fine del XIX secolo sarebbe coincisa con «l’avvento della modernità», una nozione pigliatutto e dunque passe-partout. Secondo Ghorra-Gobin, ciò avrebbe avuto un triplice effetto, naturalmente benefico: la crescita demografica grazie al «progresso tecno-scientifico», l’estensione spaziale di alcune grandi città situate «al cuore della modernizzazione» e «mutazioni culturali» positive. Vedere George Simmel, secondo cui la concentrazione urbana delle attività produce delle «esternalità economiche positive»: calo dei costi di produzione e perciò dei prezzi di vendita con conseguente aumento del consumo e, altro effetto benefico trascurato, quello dei margini di profitto.

Nel 1970, sempre secondo Ghorra-Gobin, nell’ambito di una politica energica di pianificazione del territorio portata avanti in Francia dallo Stato, la promozione di otto «metropoli di equilibrio» – per porre rimedio alle diseguaglianze territoriali si tentava di riequilibrare le regioni riducendo il contrasto tra Parigi e il deserto francese (titolo dell’opera di un altro geografo, Jean-François Gravier) – avrebbe avuto effetti positivi per la crescita economica (PIL) e, si potrebbe aggiungere, per la borghesia francese in fase di monopolizzazione. In breve, pianificazione = sviluppo. Lo Stato è ai posti di comando.

Alla fine del novecento/inizi del duemila, si assiste a un continuo slancio da parte delle grandi aziende e dei gruppi che continuano a diventare multinazionali o, più esattamente, a transnazionalizzarsi dato che le loro dinamiche si rendono sempre più autonome rispetto all’ambito dello Stato nazione (si veda FMI, Banca Mondiale, CEE). La traduzione spaziale di questo processo è al tempo stesso nazionale e sovranazionale. Si tratta di ciò che i giapponesi chiameranno glocalizzazione (dochakuka). In effetti la transnazionalizzazione del capitale cortocircuita la scala nazionale oltre a favorire la centralizzazione e la concentrazione delle attività decisionali e direttive in un limitato numero di aree urbane considerate come punto di appoggio strategico per l’espansione di un capitalismo diventato senza frontiere, sotto il segno – mistificatore – della «concorrenza libera e non falsata». Il termine metropolizzazione designa la polarizzazione socio-spaziale che ne risulta.

Infatti, s’inscrive all’interno di una ristrutturazione del sistema capitalista per arrestare il calo del tasso di profitto. Ciò che ormai da anni viene chiamata “la Crisi”. In realtà, il passaggio dal keynesismo al neo-liberalismo corrisponde all’applicazione di un nuovo modello di accumulazione del capitale di cui la transnazionalizzazione rappresenta solo una parte. Ne conta altre tre, che interagiscono con questa e tra di loro: la tecnologizzazione, la finanziarizzazione e la flessibilizzazione. La metropolizzazione si trova all’incrocio tra questi quattro processi.

Secondo la visione ottimista di Ghorra-Gobin che riprende i discorsi dei “decisori” dell’urbanismo, la diversità delle interazioni all’interno della metropoli sarebbe favorevole all’innovazione, alla diversificazione dei profitti e a migliorare le competenze dei cittadini. In compenso, nulla si dice dell’aumento delle differenze tanto all’interno delle metropoli quanto tra queste e il resto del territorio nazionale, in cui la polarizzazione socio-spaziale va di pari passo con l’impoverimento, la precarizzazione e la marginalizzazione di massa. Aumenta la segregazione tra, da un lato, i “bei quartieri” borghesi e i vecchi quartieri popolari “gentrificati”, situati entrambi al centro delle aree metropolitane, e dall’altra le zone di relegazione periferica, sempre più lontane, sotto equipaggiate e mal servite, in cui sono parcheggiate le classi popolari e la cui popolazione è diventata invisibile agli occhi dei cittadini benestanti a tal punto che in Francia, ormai da un anno, torna a essere visibile indossando un gilet giallo.

I discorsi, scientifici o meno, sulla metropolizzazione sono discorsi di legittimazione. Discorsi di accompagnamento. Oltre a favorirla, la fanno percepire positivamente. In conformità alla “vocazione”, alla doppia funzione delle scienze sociali: illuminare i decisori e gettare fumo negli occhi (ingannare) le popolazioni che subiscono le loro decisioni.

I discorsi di architetti, urbanisti, geografi, sociologi e in generale dei ricercatori neo-piccolo borghesi infeudati nell’ordine borghese, è seminato di manipolazioni lessicali: le contraddizioni diventano “disfunzionamento”; le ineguaglianze, “disparità”; i conflitti, “tensioni”; la devastazione ecologica, “fragilizzazione dell’ambiente”; l’artificializzazione della vita sociale, “modernizzazione”. Incensata dai capitalisti che prosperano nell’high tech, la “civiltà urbana nell’era digitale”, la “smart city” o “città intelligente” nei fatti è sempre più popolata di cretini “connessi” robotizzati e lobotomizzati la cui esistenza è guidata da algoritmi.

Cosa diventano a questo punto la “politica” e la “democrazia”? Il secondo termine serve come pretesto per interminabili dibattiti pseudo-scientifici, confusi e sterili, sulla “partecipazione cittadina” che fanno dimenticare che l’urbanizzazione è retta dalla logica capitalista: a livello internazionale, dai gruppi finanziari e i marchi industriali o commerciali, a livello nazionale e locale da politici e tecnocrati sottomessi ai precedenti, consigliati da “esperti” e “specialisti”. Di modo che la politica urbana ormai è presa in considerazione solamente sotto l’angolo della “governance metropolitana”, pseudo concetto depoliticizzato, e depoliticizzante, da cui ne deriva un altro, anch’esso mistificatore, il partenariato pubblico-privato che dissimula il fatto che diventare “metropoli” dipende in larga misura dagli interessi di una mafia politico-affarista.

Per Ghorra-Gobin «si tratta della questione di inventare una vita politica che abbia tutta la sua legittimità perché nata dal suffragio universale». In realtà, si tratta di una sopravvivenza di un tipo di politica totalmente discreditata agli occhi della massa di cittadini che non votano più o votano male.

Jean-Pierre Garnier

Esposizione-dibattito alla Scuola superiore di architettura di Lione, 24 marzo 2018

 

Anarchia-e-architettura

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Le Droghe e Philip Kindred Dick

La critica letteraria ha tramandato un’immagine di P.K. Dick corrispondente a quella di un esperto di droghe, che spesso componeva le sue opere sotto i loro effetti. Questa rappresentazione, piuttosto diffusa ai suoi tempi e che sopravvive ancora oggi, è stata divulgata da amici, giornalisti e curatori per differenti motivi, sia positivi che negativi. Lo stesso Dick avrebbe tollerato e anche incoraggiato tale rappresentazione. Di contro, da un certo punto in poi della sua vita l’autore avrebbe espresso sulle droghe un giudizio negativo, perlomeno sugli allucinogeni.
Se questa immagine di Dick è vera relativamente ai farmaci e alle amfetamine di cui ha spesso fatto uso, per quanto riguarda gli allucinogeni sembra che le sue esperienze non siano state frequenti, e tra quelle più significative ricordiamo quelle con l’LSD. Tuttavia gli effetti delle droghe erano funzionali ai temi delle sue opere, in particolare al concetto di realtà e tempo e al fenomeno religioso in senso generale.
Ma la predilezione di Dick era per i farmaci. Impiegava stimolanti, calmanti e sonniferi e altri prodotti per una serie di disturbi, come tachicardia e agorafobia. Aveva una vera e propria attrazione per essi e ne apprezzava la precisione e relativa costanza degli effetti, oltre alle numerose possibilità di combinazione. Quando li assumeva, a volte percepiva le persone e le cose dall’interno, in particolare le persone gli sembravano formate da una serie di componenti metallici e plastici.
In diversi materiali biografici si riporta che Dick si interessava di allucinogeni e “polveri”. Le sue sperimentazioni con gli allucinogeni sarebbero state volte a “sviluppare un concetto più profondo dell’invisibile universo di mancanza di cambiamento al di sotto della superficie transitoria della realtà di ogni giorno”.
Tra le droghe usate o comunque conosciute da Dick citiamo gli stimolanti come le amfetamine, gli allucinogeni classici come l’LSD, la mescalina e i funghi, il DOM (derivato dell’amfetamina), i dissocianti come la fenciclidina (PCP) e il protossido di azoto (gas esilarante), una sostanza denominata “Mello Jell-O” e la cannabis (Cannabis spp.). Citiamo infine le cosiddette “vitamine “orto molecolari”, non propriamente delle droghe ma sostanze su cui l’autore ha speculato.
“Ho preso droghe (non importa quali), e ho sperimentato ciò che a essi piace chiamare un’ ‘espansione della coscienza’. E ora non sono adatto al mondo reale (sai, il koinos kosmos). Non sono mai ritornato. Ho visto Dio e l’Antagonista (relazionato, come Bergman sapeva, alla Morte), persino il gancio di Dio.

Per approfondire:

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La città radiosa nell’era digitale di Jean-Pierre Garnier

Lungi dall’annunciare l’avvento del “migliore dei mondi” urbani, la promozione della smart city da parte dei servitori del capitalismo tecnologico (responsabili politici, ingegneri, urbanisti, architetti, ricercatori in scienze sociali e “comunicatori” vari) non farà che contribuire a spingere al parossismo la disumanizzazione della vita sociale e dell’essere umano stesso.
La smart city rappresenta il culmine: l’uomo-macchina nella sua “macchina per abitare”, nella città-macchina, in un mondo-macchina; l’uomo come insieme di dati numerici la cui vita — se si può ancora adoperare questo termine per definire la sua esistenza meccanizzata — è guidata da un supporto algoritmico. È questo l’ideale che stanno recuperando i padroni della Silicon Valley e tutta la casta di ingegneri che pianificano la “città del domani”. In California, in Cina, a Parigi, a Barcellona e in qualunque altra parte del mondo, nasce la smart city, la versione 2.0 della polizia urbanistica, dell’organizzazione ottimizzata dell’ordine pubblico al servizio dei poteri privati (il cosiddetto “partenariato pubblico-privato”); questa “città intelligente” costellata di sensori, attraversata da “flussi”, da “reti”, da innumerevoli virtualità”, e popolata da cretini “connessi e aumentati” che battono febbrilmente sulle tastiere o sugli schermi dei loro computer, tablet o i phone per non perdere il contatto con ciò che credono sia la realtà. Non è che il reale stia scomparendo, ma è di volta in volta modellato per soddisfare le “preferenze” dell’utente, facendogli perdere il senso del limite attraverso l’illusione di onnipotenza data dalla manipolazione compulsiva delle sue protesi elettroniche.

Se vuoi approfondire:

 

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L’INTERROGATORIO di Erich Muhsam

Si chiama? mi domandò il commissario di polizia.
Dissi il mio nome.
Nato?
Si!
Quando, intendevo.
Dissi la data.
Religione?
Non sono affari suoi.
Scriva: giudeo! E il funzionario scrisse.
La sua professione?
Lirico.
Cosa?
Li-ri-co
Cosa?
Deliro.
De-li-ran-te! Sillabò il funzionario.
L’interrogatorio durò a lungo. Alla fine tutte queste
domande mi davano fastidio.
Accidentaccio! Esclamo. Sono qui in un manicomio?
Certo! Rispose gentilmente il commissario
e mi fece mettere una camicia di forza.

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The Orkustra la prima orchestra sinfonica elettrica psichedelica

The Orkustra, un gruppo musicale che si è definito come la “prima orchestra sinfonica elettrica psichedelica” e si è esibito a San Francisco dall’autunno del 1966 a metà estate del 1967. Dopo un periodo di ricerca di musicisti, con audizioni e prove, il gruppo ha creato una “forma comprensibile di musica improvvisata” e ha iniziato a esibirsi in locali del posto, offrendo ciò che il fondatore di The Orkustra chiamava “un’avventura musicale controculturale”. Il gruppo si esibì al Love Pageant Rally, uno degli eventi distintivi di Haight-Ashbury il 6 ottobre 1966 (per ricordare la messa fuorilegge dell’LSD in quel giorno). Si sono esibiti al Wail in the Panhandle di Capodanno il 1 ° gennaio 1967, l’evento su cui gli Hell’s Angels hanno dato riconoscimento ai Diggers e che è stato l’ispirazione del servizio di notizie istantanee della Communication Company. Gli Orkustra (la forma abbreviata del loro nome originale “The Electric Chamber Orchestra”) suonarono all’Invisible Circus il 24 febbraio 1967. Una delle (molte) cose interessanti di questo evento furono i momenti che cambiarono la vita per molti dei partecipanti. Ho scritto di Cecil Williams e della sua epifania nella Chiesa in cui si svolse l’Invisible Circus. Un’altra persona la cui vita è stata cambiata è stata Bobby Beausoleil, il giovane musicista che aveva formato The Orkustra a seguito di una visione che aveva avuto al Golden Gate Park. Kenneth Anger, il cineasta underground, si è avvicinato a Beausoleil dopo che il gruppo ha eseguito il set di apertura all’Invisible Circus e gli offrì il ruolo principale nel suo film “Lucifer Rising”. Beausoleil accettò e si trasferì in un’orbita diversa. L’Orkustra continuerà come gruppo fino a metà estate. (Dopo il suo film con Kenneth Anger, Beausoleil finì a Los Angeles dove fu coinvolto nel circolo di Charles Manson e fu successivamente arrestato e condannato per il primo omicidio del gruppo ordinato da Manson. Attualmente sta scontando l’ergastolo nel sistema carcerario dell’Oregon).
Ecco un resoconto di Beausoleil sul coinvolgimento della band con i Diggers:
«La nostra prima esibizione significativa, e determinante per la band, ha avuto luogo una domenica pomeriggio nella sezione Panhandle del Golden Gate Park. Fu il primo di una serie di concerti gratuiti che si sarebbero svolti in quel luogo, organizzati dai famigerati Diggers. A questo punto, centinaia di giovani erano già emigrati nella comunità di Haight e altri arrivavano ogni giorno. Molti di loro avevano lasciato da poco le case dei loro genitori, arrivando a Haight con poco o nessun denaro, nessuna esperienza di strada e mal preparati per provvedere alle necessità della sopravvivenza di base. I Diggers avevano preso l’impegno di coordinare gli aiuti, trovando e fornendo cibo essenziale, vestiti, alloggi comuni e cure mediche ai nuovi arrivati, il tutto gratuitamente. I concerti gratuiti della domenica nel parco erano eventi di teatro-guerriglia urbano messi in scena dai Diggers, nello spirito del divertimento e della bella vita, per dare un senso di armonia e unità alle crescenti folle di ex hippy. Oltre alla musica dal vivo, erano disponibili enormi pentole di stufato di verdure saporite per chiunque avesse fame. L’associazione dell’Orkustra con i Diggers inizialmente era una sorta di semplice vicinanza reciproca. Il vecchio magazzino di Page Street che usavamo come una sala prove era situato esattamente dall’altro lato della strada rispetto a una fila di garage in legno abbandonati che i Diggers avevano procurato e trasformato nel loro quartier generale. Sopra le porte dei garage c’era un cartello stravagante che li proclamava “The Free Frame of Reference”, il negozio gratuito dei Diggers, dove si potevano avere vestiti di seconda mano, coperte, utensili da cucina e articoli vari per la casa. Mentre i membri dell’Orkustra e alcuni Diggers si incontravano quotidianamente, si formò una relazione casuale. Emmett Grogan, uno dei membri fondatori e dei principali istigatori dei Diggers, aveva una particolare predilezione per The Orkustra. Gli piaceva il nostro stile musicale libero e il nostro atteggiamento spericolato, essendo così simile alla sua stessa natura, e ci ha invitato a suonare il primo dei concerti gratuiti nel Panhandle. Un palcoscenico improvvisato è stato allestito sotto gli alberi ed è stato predisposto un generatore per fornire elettricità per gli amplificatori. Quando abbiamo iniziato a suonare, la folla è aumentata rapidamente intorno a noi. La nostra esibizione è stata molto ben accolta da tutti tranne che dagli sbirri che si sono presentati per informarci che la folla aveva superato il numero di persone che potevano essere legalmente riunite in un parco pubblico senza permesso. Ci è stato permesso di suonare un’altra canzone prima di dover terminare. Ne abbiamo fatta una lunga. In seguito, i Diggers prendevano accordi preventivi con i funzionari della città per ottenere i permessi e con un camion a pianale che fungeva da palcoscenico e fonte di energia, i concerti del fine settimana nel Panhandle sono diventati una caratteristica regolare della vita a Haight per qualche tempo. Gli Orkustra hanno suonato più volte in quel luogo, insieme ai Grateful Dead, ai Charlatans, ai Big Brother e altri luminari delle band rock di San Francisco del periodo. Abbiamo suonato in così tanti eventi dei Diggers, di fatto, che in alcuni ambienti eravamo noti come la band dei Diggers. Uno dei più memorabili eventi furono le cerimonie inaugurali che lanciarono le famigerate feste del Circo Invisibile alla Glide Memorial Church, in cui l’Orkustra eseguiva un accompagnamento musicale per una troupe di danzatrici del ventre seminude che erano state portate allo scopo dichiarato di dare il via all’evento. I nostri sforzi collettivi sono stati un grande successo dal mio punto di vista, ma i padri della chiesa e i funzionari della città lo hanno visto da un altro punto di vista.»

(Tratto dal sito Digger feed: dinosaurs are dancing )

 

Per approfondire:                                                        

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Dibattito CRITICA AL TRANSUMANESIMO

Registrazione del dibattito che si è svolto sabato 11 maggio 2019 in occasione della seconda edizione di LIBRINCONTRO, nella piazza dell’ExMoi, via Giordano Bruno, Torino, per la presentazione del libro CRITICA AL TRANSUMANESIMO (Autori vari) pubblicato nel maggio 2019 da NAUTILUS – http://www.nautilus-autoproduzioni.org/

https://soundcloud.com/user-738430881/librincontro-critica-al-transumanesimo-01

https://soundcloud.com/user-738430881/librincontro-critica-al-transumanesimo-02

https://soundcloud.com/user-738430881/librincontro-critica-al-transumanesimo-03

https://soundcloud.com/user-738430881/librincontro-critica-al-transumanesimo-04

https://soundcloud.com/user-738430881/librincontro-critica-al-transumanesimo-05

https://soundcloud.com/user-60628840/librincontro-critica-al-transumanesimo-06

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Lenore Kandel: The love book

Questi versi per qualche arcano motivo hanno dato vita, loro malgrado, a uno dei casi giudiziari più noti nella storia di San Francisco quando, a metà degli anni ’60, The Love Book è stato sequestrato dagli scaffali della libreria City Light e dallo Psychdelic Shop, e tre commessi sono andati a processo per aver messo in vendita “materiale osceno”. Queste rime, in apparenza inoffensive, che cantano l’atto d’amore in modo gioioso, mai volgare, senza l’intento di provocare o scandalizzare, racchiudono un potere profondo, quasi magico.

Non è chiaro il motivo per cui la censura poliziesca venne attratta proprio da questo libro. Forse perché l’autrice, parla di sesso in modo esplicito, adoperando spudoratamente termini come cazzo, fica, scopare; e come se non bastasse, mescola il tutto con la sfera del sacro, celebrando l’amore come unione carnale e spirituale tra due angeli

Di sicuro, dietro questa storia si celano questioni molto più complesse di una semplice crociata contro l’oscenità, sebbene il lato erotico ne sia indubbiamente l’elemento scatenante, l’arma mediatica da adoperare in un momento in cui Frisco è invasa da migliaia di giovani che predicano e praticano l’amore libero. Se guardiamo alla scena del “crimine” e a quando viene “commesso” molte cose diventano chiare. Siamo a Haight-Ashbury, quartiere generale della new generation in cui si stanno riversando ondate di giovani e da qualche mese teatro delle incursioni dei Diggers. Il sequestro avviene pochi giorni dopo l’elezione di Ronald Reagan a governatore della California e s’inserisce in una più vasta ondata repressiva contro i gruppi radicali dell’epoca, in un clima d’intimidazioni e violenze da parte della polizia verso studenti, neri, omosessuali, “drogati e capelloni”…D’altronde l’anno precedente il sindaco era stato esplicito: «questa non è una città aperta.»

Queste poesie – riemerse dalle incrostazioni del tempo, dall’oblio generazionale e dagli scaffali impolverati dove si vorrebbe racchiudere le esperienze passate, soprattutto quelle così scomode e irrecuperabili – parlano e palpitano ancora. Lascito di libertà e bellezza incommensurabili, sono il canto di una donna che, elevando la sessualità al rango di divinità, ha provato a sottrarla alle leggi dello scambio economico, alla sottomissione e allo sfruttamento, a liberarla dalle catene millenarie del peccato, della vergogna e del sacrificio, suggerendo che l’amore, fatto con rispetto e reciprocità, può innalzarci al settimo cielo, non quello blindato dei monoteismi, ma quello accessibile a chiunque consideri l’esigenza amorosa di essere tutto, in ogni tempo e ovunque, come l’unica alternativa alla società mercantile.

 

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Contro l’alta velocità degli uomini merce

L’epopea di paccottiglia elaborata dall’ideologia dei cavalieri d’industria, golden boy e simili ronzini avrà finalmente portato i suoi frutti.
La desertificazione delle campagne l’ammucchiarsi in periferie e città invivibili, l’omologazione delle esistenze, la scomparsa di ogni comunità possibile come di ogni individualità profonda, la vita dominata totalmente dagli imperativi economici, il tempo detto libero e gli svaghi divenuti essi stessi merci, il crescente sentimento dell’assurdità di una simile vita.
Vi è una specie di armonia finora poco turbata fra potenti che dettano quel che deve essere la vita e poveri che hanno perso l’idea di ciò che potrebbe essere; industriali dell’alimentazione o della cultura adulterate e consumatori messi nell’incapacità di gustare altro; pianificatori che nulla ferma nella loro distruzione di città e campagne e abitanti che nulla trattiene dove si trovano all’infuori dell’incatenamento a un lavoro qualunque; tecnocrati ai cui occhi paesi e paesaggi esistono solo per essere attraversati sempre più velocemente e utenti sui trasporti con sempre maggior fretta di fuggire dalle città divenute invivibili lanciandosi in massa sulle strade, nelle stazioni e negli aereoporti.
Se non vogliamo imparare a essere infelici, sappiamo essere liberi. La prima libertà da prendere consiste nel giudicare e denunciare le nocività. 

Quindi prima che sia imposto a tutti il bisogno del treno ad Alta Velocità, chi è veramente interessato a spostarsi più velocemente, se non coloro che con armi e bagagli vanno a portare più lontano e più velocemente possibile la desolazione? E’ chi vende sufficientemente caro il proprio tempo, sul mercato del lavoro, che ha interesse a comprare il risparmio di tempo proposto dal treno super-veloce. Per gli altri nessuna rapidità di spostamento può recuperare la fuga del tempo mercificato, venduto al lavoro o ricomperato al tempo libero. Il TAV completamente in linea con i dettami imposti contribuirà alla ulteriore rovina dei più per permettere ad ognuno di accedere ad un lugubre simulacro di vantaggio

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Sognando la California

La California degli anni ’60 viene giù direttamente da un certo tipo di cose che non sono mai state cancellate: la lezione politica dei Diggers, e poi il nomadismo e l’ottimismo e il nichilismo della beat generation.
Poi dalla lezione di Woody Guthrie vien giù un sound pieno di risonanze e di malinconia ma anche di fiducia: ed è Bob Dylan. E con Dylan si formano i Byrds – facce simili ai Beatles.
Nello stesso periodo sono in gestazione i Jefferson Airplane. Marthy Balin si sbatte a San Francisco per organizzare concerti e mettere insieme della gente intorno a un progetto nuovo.
All’eredità della beat generation si aggiunge una vena rock, i Jefferson stanno planando e i Doors vanno più avanti di tutti.
Nomadismo ottimista-nichilista beat, rabbia proletaria rock, psichedelismo magico pop. Dalla California era partito anche Castaneda, e la cultura delle alterazioni compie i suoi primi passi sul terreno delle droghe.
Uno dei punti più alti è probabilmente nell’agosto del ’67, quando a Monterey il concerto più grande raccoglie decine di migliaia di ribelli (hippie, sacerdoti della fine, nomadi e sperimentatori), le diverse culture si incontrano e si fondono in continuazione, nella cosiddetta cultura giovanile. Le culture della liberazione si sedimentano e danno luogo a stratificazioni dell’immaginario e nel comportamento collettivo.
Il ’67 non è solo Monterey, ma è anche l’anno di Berkeley, e le lotte nelle università americane montano contro la guerra nel Vietnam, contro l’uso imperialista della scienza. E la California è anche allora all’avanguardia.
E poi, nel ’68, la Convenzione di Chicago, con Jerry Rubin e gli hippie, e gli incazzati e i neri a scontrarsi per giorni con la polizia. E gli arresti e il grande processo per la cospirazione.
E proprio mentre tutto questo sta ancora montando, in modo molto simile muoiono Jim Morrison e Janis Joplin.

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UN UOMO CHE HA UNA VISIONE. Intervista a Gianni Milano

“…Un uomo che ha una visione non è in grado di servirsi del suo potere finché non ha rappresentato la visione sulla terra, davanti alla gente”

Alce Nero, 1863 – 1950, uomo di medicina Sioux

 

«Forse fu per questo motivo che centinaia di giovani, in Italia, si misero in strada per rappresentare brani della visione ed offrirli al mondo sociale. Nuovi camminanti, santi e guitti nel contempo, si ‘iniziarono’ così allo spirito della natura, della vita, dell’amore. Il codice di riferimento fu la trimurti Pace Amore Liberazione che assorbì in sé le più diverse forme di spiritualità istituzionalizzate apparse sul Pianeta. Non stupirà, quindi, il germogliare rigoglioso e diffuso di termini, comportamenti, icone anarchicamente apparse, fonti di meraviglia, stupore e tenerezza.

Le voci provenienti dall’Oriente non erano una novità ma ora diventavano comportamento, attenzione operativa, compassione. Così in molte case comparve Ganesh, in altre Krishna che flautando flautando indicava nella Bhagavad Gita un’etica rigorosa, lontana dall’insoddisfacente ipocrisia della ‘devozione’ consueta. Krishnamurti non era più il pargolo prodigioso individuato dalla teosofia ma diventava un compagno di viaggio, forse più austero e meno colorato dei ragazzi in autostop sulle strade del mondo; sempre, però, pronto al dialogo e non all’imposizione, all’indottrinamento. Gandhi e la sua ahimsa divennero strumenti di forte contestazione alla violenza istituzionalizzata, alle guerre (allora in Vietnam). Anche un piccolo povero uomo poteva arrestare la ruota ed indurla a girare in senso positivo bloccando gli effetti nocivi di un karma doloroso.

Persino dalla Svizzera giungeva un vento diverso con il Siddharta di Hermann Hesse a portare sulle onde del fiume il messaggio del Buddha con la riflessione di Lao-tze. Così non vuoti erano gli orizzonti, non àfone le strade, risuonanti, tra fame e repressione, di cimbali, colorate di fiori che a Milano, ad esempio, bionde ragazze regalavano agli acquirenti di Pianeta Fresco. Karuna (sorella Compassione) non vestiva sai di rozza tela, non si macerava in digiuni o auto-repressioni, ma fluttuava nella recitazione di mantram in sanscrito (di cui si ignorava il significato ma si conosceva il senso) e fumi di sandalo miscelato al profumo di patchouli.

Dall’Occidente poi, corrusco e triste già nel nome, come topi su una nave corsara giungevano testi, emozioni, illuminazioni urbane. Il termine dharma sempre più si familiarizzava con l’italica parlata e veniva veicolato tra istruiti ed ignoranti, tra poeti e testimoni. Kerouac aveva associato l’idea del nomadismo con la realizzazione del sentiero-dottrina. Aveva fatto provare l’emozione d’essere un nullatenente orgoglioso della sua povertà, in una sorta di francescanesimo poliglotta, eterodosso ed esaltante.

Si dormiva in soffitta, si mangiava quando ce n’era, si faceva la questua a volte, ci si voleva bene. Ecco un’ipotesi di fraternità tribale, senza padroni né (come si diceva allora) ‘capetti’ con la verità in saccoccia. L’Occidente corrusco sbarcato alla portata dei nuovi ‘santi’ (come definii in un poema i pellegrini di quegli anni) grazie alla complicità di zia Nanda (a lei pace – Om) rivelava un modo d’essere religiosi vitalistico, estremo anche, ruvido. “Se incontri il Buddha per strada uccidilo”, ricordava lo Zen, senza muovere ciglio, curando l’eterno giardino di pietra. E su tutti aleggiava la visione, nostra, dei Nativi americani, degli Aborigeni australiani, degli sciamani siberiani. Non apparire, sii!»

(Gianni Milano)

 

 Un panorama ricchissimo, quello del movimento Beat e poi di quello Hippy, che personalmente amo molto, pur senza aver vissuto in quegli anni. Cosa pensi avrei dovuto evidenziare meglio nell’articolo che ha preceduto questa intervista?

A me pare che dovresti sottolineare i fattori entusiasmo, stupore, rigore, creatività. Importante fu il rifiuto delle ideologie a favore dell’esperienza profonda collegata ai fattori di cui sopra. Lo spirito anarchico fu un buon detersivo assieme allo Zen. L’occidente aveva bisogno di spogliarsi delle sovrastrutture intellettuali, maschere sovente dell’immutabile potere. Fratello corpo non fu più estraneo subalterno alla mente e la terra ridivenne cibo e contenitore.

Potresti descriverci il background culturale italiano a ridosso delle contestazioni che si diffondevano nel mondo?

Si viveva in un bolla illusoria ed illudente: la chiamavano ‘boom economico’ che riguardava, come sempre, i soliti e non coloro che più ne avrebbero avuto bisogno. Vero è che le merci giravano e il loro acquisto diveniva uno status symbol ma altrettanto vero è che questo non ampliava l’area di auto- liberazione ed emancipazione. I “più” divenivano “clienti” e consolidavano un sistema repressivo-paternalistico con la benedizione del Vaticano, a volte sornione, a volte corrucciato. Insomma: eravamo, in Italia, come ranocchie in uno stagno, senza grandi visioni, senza ampi respiri culturali e politici: nostalgie di durezze passate, che ogni 25 aprile, per breve tempo commemoravano slanci e morti, reali, mentre l’Italietta ansimava. Mancava, insomma, la percezione della vita come esistenza irripetibile e si preferiva recitare, male, il paludoso dramma d’una rivoluzione abortita nel “tutti a casa”. Anche le contestazioni, in Italia, scivolavano lungo canovacci già praticati: quasi si temeva di volare. Il moralismo,poi, che annichiliva in una burletta il senso dell’etica, ungeva i giorni. Si pativa, credo, la mancanza di “vere” prospettive e di vere domande. Io non mi ci trovavo bene e l’unica possibilità, faticosa e pericolosa, era nuotare controcorrente, tagliandosi fuori dallo stagno dei ranocchi e dal fumo delle cinquecento.

Quale la posizione di Nanda Pivano rispetto agli eventi della contestazione? E quale la tua?

Il 1968 fu letto, da coloro che si erano messi on the road già a partire dal 1964, come una variazione sul tema, un “affare” all’interno del groviglio del sistema che veniva anche definito Moloc. Ricordo che gli studenti universitari, a Torino, nelle loro assemblee mostravano un appetito di leader, parevano canonici che tentassero di decifrare il Verbo, di Marx, tra le righe de Il Capitale. In realtà, a Torino almeno, la polemica politica era contro il PCI. Il mondo delle Università era ristretto a minoranze che tendevano a gestire il mal contento. Io pensavo, e penso che, rispetto all’esperienza on the road, il 1968 nostrano fosse regressivo, addirittura ‘clericale’, alla ricerca d’un padre nuovo visto che quello vecchio era stato cannibalizzato. Ci definivano “leccaculi della borghesia” mentre percorrevano sentieri vecchi come bave di lumache. Temevano la psichedelia, che non comprendevano, e miravano, vecchia storia!, al potere.

Fernanda, maggiormente legata a ciò che avveniva tra la gioventù, e non solo, americana, faceva fatica ad orientarsi nei gergali vetero-sinistra. In Vietnam la guerra era reale e la morte aleggiava sulle masse USA. La domanda urgeva e non era ideologica ma esistenziale. Nanda era una pacifista antimilitarista. Pensava, ed io ero d’accordo con lei, che la vera e prima rivoluzione dovesse avvenire dentro ciascuno di noi, non soltanto come un NO ma in modo creativo, aperto, curioso, creativo. Le cosiddette contestazioni erano risposte provocate dal sistema, risposte prevedibili e meccaniche, escrescenze del sistema in un circuito chiuso.

Incuriosisce, tra l’altro, una presa di posizione di Nanda che in un’intervista ebbe a dire di non curarsi affatto di piacere alle donne: perché era così prevenuta a riguardo?

Nanda non era “femminista” e non usava il “genere” per rivendicare. Non era contraria alle donne ma al fascismo in tutte le sue forme. Di conseguenza più che il “plauso” cercava di avviare una presa di coscienza nuova, alta e non pasticciata. Nanda non ragionava usando i canoni della lotta di classe – non era nella sua storia. Penso si riferisse di più all’universalismo ed al vitalismo dei suoi amici poeti.

Tra le grandi voci della letteratura del tuo tempo, quale consideri più dimostrativo di quegli ideali?

Allen Ginsberg di certo che divenne ponte tra America ed Europa. Lo slancio di Allen contribuì a produrre Pianeta Fresco, esplosione psichedelica e non-violenta nella cultura della seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso. La ruota fu messa in movimento, a mio parere, più dagli hippies che dagli intellettuali monaci laici del ’68. La psichedelia fu lo strumento per tentare di scardinare il sistema di pensiero e comportamento di quegli anni ma, ahimè!, oggi non se ne vede più traccia.

Cosa puoi dirci a proposito delle speranze di Nanda, se ancora ne serbava, che il mondo ritornasse agli ideali di pace e libertà? E quale il tuo parere a riguardo?

Nanda credeva fortemente in uno stare insieme pacifico e solidale, in un tribalismo libertario e creativo. Il mondo non aveva mai sperimentato una realtà alternativa allo sfruttamento ed alle guerre. Quindi non si sperava di “ritornare” ma di andare avanti e nell’andare costruire realtà nuove (pensiamo, in piccolo, alle ‘comuni’ anche italiche). Come poeta e pedagogista presente attivamente in quel tempo ed ora (compatibilmente con i miei 80 anni) questo movimento mi alimentava. Ora è la lotta No TAV che, al di là dei trucchi del sistema, mostra la faccia trucida e volgare . Non si tratta di correnti poetiche ma di lotta, al pari di quelle sostenute dai Nativi americani. Passano gli anni ma l’amor mio non muore.

La psichedelia, una corrente cui ti rifai e che sostieni sia stata abbandonata troppo presto, puoi parlarcene?

La caricatura di quegli anni, caricatura che secondo me, nascondeva un po’ di invidia, era “sesso, droga e rock and roll”. Smontiamo subito questa ridicola affermazione. Il “sesso era allora visto, per lo meno dalla popolazione maschile, e maschilista, come una pratica genitale, quasi esclusivamente. In realtà si sarebbe dovuto parlare di “sessualità” in una visione panica, base dell’essere. Gli stimoli che giungevano dall’India, il loro pansessualismo, fecero sì che l’area si dilatasse oltre lo “scopare”. In realtà il sesso, la pratica sessuale, portava ad una esperienza non frantumata, orgasmica, da inizio del tutto. La percezione unitaria e simbiotica della realtà era psichedelia. Altro argomento (proposto in chiave moralistica e scandalistica) era la “droga”. Dicevo allora che le droghe si acquistavano dal droghiere mentre, nel caso specifico, si trattava di “erbe”, usate in altre culture comunemente. Tali erbe, fumate allora in modo comunitario, miravano al decondizionamento della mente, come scriveva Allen Ginsberg. Io non fumo più nemmeno tabacco perché penso d’aver raggiunto l’obiettivo. Per quel che riguarda la musica, nata come risposta al potere culturale del tempo, vorrei ricordare che il movimento ossessivo è stato anche una pratica preparatoria alla “trance”, come i dervisci ci insegnano. I tre aspetti ridicolizzati dall’establishment erano in realtà una pulsione unica, quella per cui è difficile descrivere “oggettivamente” il movimento underground, somma di esperienze radicali e profonde individuali, soggettive. La poesia parve allora la forma più libera e propria per comunicare, attivamente, il cammino intrapreso, l’on the road di kerouachiana memoria. Almeno così avvenne per me e non posso che parlare della mia esperienza, ormai consolidata visti i miei 80 anni.

A proposito di questo ti trovi d’accordo con quello che oppose Ginsberg, al suo ritorno dall’India, ovvero che la meditazione trascendentale fosse una pratica altrettanto valida per oltrepassare i parametri apparenti della realtá?

Io penso che la “meditazione” deve divenire “fiato” e non soltanto momento specifico e rituale. Inoltre credo che sia bello sentirsi dentro e avvolti dal mistero, olistico. Come dire: essere l’Alfa e l’Omega nel presente, ora e qui. I miei palloncini sono volati via e sono più leggero.

E qui Gianni Milano continua in versi:

La poesia
s’infilò le scarpe
e scese in strada.
Lentamente
la strada s’illuminò
e da ogni angolo inconsueto
emersero doni
e meraviglie e nomi.
Un flash colpì
il camminante
sulla strada dell’Utopia
per l’Utopia
e lo lasciò nudo
senza vili difese ed illusioni.
Quando, ripreso, il camminante
rimirò l’intorno
s’accorse che era giunto
in Utopia
per la brezza che smuoveva i
capelli
e la barba imbiancata.
Un ridere giulivo
senza motivo apparente
gli discendeva dalle labbra.
Il giorno era gioioso
e il sole caldo.
La luce riattivò le percezioni –
si stava bene pacificati e all’erta
quando anche l’erba era più
verde.

Intervista a cura di Jo Gabel, tratta dal sito www.artapartofculture.net. maggio 2018.

 

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