Jean-Pierre Garnier – “Metropoli”: concetto nonché paradigma, oppure marchio pubblicitario?

Central Park della smart city di Songdo, 65 km da Seoul, Corea del Sud.

Secondo la geografa urbana Cynthia Ghorra-Gobin, molto apprezzata nel mondo accademico, «il concetto di metropoli è un paradigma che permette di cogliere il carattere inedito delle dinamiche urbane contemporanee e chiarire le questioni sollevate dalla pianificazione del territorio». Dinamiche che riassume con l’aiuto di alcune parole chiave: “globalizzazione”; “mondializzazione”, “spazio di reti e di flussi”. La storia della metropolizzazione, come processo e come politica, è ricostruita in modo totalmente “apolitico” come garanzia di scientificità.

La fine del XIX secolo sarebbe coincisa con «l’avvento della modernità», una nozione pigliatutto e dunque passe-partout. Secondo Ghorra-Gobin, ciò avrebbe avuto un triplice effetto, naturalmente benefico: la crescita demografica grazie al «progresso tecno-scientifico», l’estensione spaziale di alcune grandi città situate «al cuore della modernizzazione» e «mutazioni culturali» positive. Vedere George Simmel, secondo cui la concentrazione urbana delle attività produce delle «esternalità economiche positive»: calo dei costi di produzione e perciò dei prezzi di vendita con conseguente aumento del consumo e, altro effetto benefico trascurato, quello dei margini di profitto.

Nel 1970, sempre secondo Ghorra-Gobin, nell’ambito di una politica energica di pianificazione del territorio portata avanti in Francia dallo Stato, la promozione di otto «metropoli di equilibrio» – per porre rimedio alle diseguaglianze territoriali si tentava di riequilibrare le regioni riducendo il contrasto tra Parigi e il deserto francese (titolo dell’opera di un altro geografo, Jean-François Gravier) – avrebbe avuto effetti positivi per la crescita economica (PIL) e, si potrebbe aggiungere, per la borghesia francese in fase di monopolizzazione. In breve, pianificazione = sviluppo. Lo Stato è ai posti di comando.

Alla fine del novecento/inizi del duemila, si assiste a un continuo slancio da parte delle grandi aziende e dei gruppi che continuano a diventare multinazionali o, più esattamente, a transnazionalizzarsi dato che le loro dinamiche si rendono sempre più autonome rispetto all’ambito dello Stato nazione (si veda FMI, Banca Mondiale, CEE). La traduzione spaziale di questo processo è al tempo stesso nazionale e sovranazionale. Si tratta di ciò che i giapponesi chiameranno glocalizzazione (dochakuka). In effetti la transnazionalizzazione del capitale cortocircuita la scala nazionale oltre a favorire la centralizzazione e la concentrazione delle attività decisionali e direttive in un limitato numero di aree urbane considerate come punto di appoggio strategico per l’espansione di un capitalismo diventato senza frontiere, sotto il segno – mistificatore – della «concorrenza libera e non falsata». Il termine metropolizzazione designa la polarizzazione socio-spaziale che ne risulta.

Infatti, s’inscrive all’interno di una ristrutturazione del sistema capitalista per arrestare il calo del tasso di profitto. Ciò che ormai da anni viene chiamata “la Crisi”. In realtà, il passaggio dal keynesismo al neo-liberalismo corrisponde all’applicazione di un nuovo modello di accumulazione del capitale di cui la transnazionalizzazione rappresenta solo una parte. Ne conta altre tre, che interagiscono con questa e tra di loro: la tecnologizzazione, la finanziarizzazione e la flessibilizzazione. La metropolizzazione si trova all’incrocio tra questi quattro processi.

Secondo la visione ottimista di Ghorra-Gobin che riprende i discorsi dei “decisori” dell’urbanismo, la diversità delle interazioni all’interno della metropoli sarebbe favorevole all’innovazione, alla diversificazione dei profitti e a migliorare le competenze dei cittadini. In compenso, nulla si dice dell’aumento delle differenze tanto all’interno delle metropoli quanto tra queste e il resto del territorio nazionale, in cui la polarizzazione socio-spaziale va di pari passo con l’impoverimento, la precarizzazione e la marginalizzazione di massa. Aumenta la segregazione tra, da un lato, i “bei quartieri” borghesi e i vecchi quartieri popolari “gentrificati”, situati entrambi al centro delle aree metropolitane, e dall’altra le zone di relegazione periferica, sempre più lontane, sotto equipaggiate e mal servite, in cui sono parcheggiate le classi popolari e la cui popolazione è diventata invisibile agli occhi dei cittadini benestanti a tal punto che in Francia, ormai da un anno, torna a essere visibile indossando un gilet giallo.

I discorsi, scientifici o meno, sulla metropolizzazione sono discorsi di legittimazione. Discorsi di accompagnamento. Oltre a favorirla, la fanno percepire positivamente. In conformità alla “vocazione”, alla doppia funzione delle scienze sociali: illuminare i decisori e gettare fumo negli occhi (ingannare) le popolazioni che subiscono le loro decisioni.

I discorsi di architetti, urbanisti, geografi, sociologi e in generale dei ricercatori neo-piccolo borghesi infeudati nell’ordine borghese, è seminato di manipolazioni lessicali: le contraddizioni diventano “disfunzionamento”; le ineguaglianze, “disparità”; i conflitti, “tensioni”; la devastazione ecologica, “fragilizzazione dell’ambiente”; l’artificializzazione della vita sociale, “modernizzazione”. Incensata dai capitalisti che prosperano nell’high tech, la “civiltà urbana nell’era digitale”, la “smart city” o “città intelligente” nei fatti è sempre più popolata di cretini “connessi” robotizzati e lobotomizzati la cui esistenza è guidata da algoritmi.

Cosa diventano a questo punto la “politica” e la “democrazia”? Il secondo termine serve come pretesto per interminabili dibattiti pseudo-scientifici, confusi e sterili, sulla “partecipazione cittadina” che fanno dimenticare che l’urbanizzazione è retta dalla logica capitalista: a livello internazionale, dai gruppi finanziari e i marchi industriali o commerciali, a livello nazionale e locale da politici e tecnocrati sottomessi ai precedenti, consigliati da “esperti” e “specialisti”. Di modo che la politica urbana ormai è presa in considerazione solamente sotto l’angolo della “governance metropolitana”, pseudo concetto depoliticizzato, e depoliticizzante, da cui ne deriva un altro, anch’esso mistificatore, il partenariato pubblico-privato che dissimula il fatto che diventare “metropoli” dipende in larga misura dagli interessi di una mafia politico-affarista.

Per Ghorra-Gobin «si tratta della questione di inventare una vita politica che abbia tutta la sua legittimità perché nata dal suffragio universale». In realtà, si tratta di una sopravvivenza di un tipo di politica totalmente discreditata agli occhi della massa di cittadini che non votano più o votano male.

Jean-Pierre Garnier

Esposizione-dibattito alla Scuola superiore di architettura di Lione, 24 marzo 2018

 

Anarchia-e-architettura

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