La città radiosa nell’era digitale di Jean-Pierre Garnier

Lungi dall’annunciare l’avvento del “migliore dei mondi” urbani, la promozione della smart city da parte dei servitori del capitalismo tecnologico (responsabili politici, ingegneri, urbanisti, architetti, ricercatori in scienze sociali e “comunicatori” vari) non farà che contribuire a spingere al parossismo la disumanizzazione della vita sociale e dell’essere umano stesso.
La smart city rappresenta il culmine: l’uomo-macchina nella sua “macchina per abitare”, nella città-macchina, in un mondo-macchina; l’uomo come insieme di dati numerici la cui vita — se si può ancora adoperare questo termine per definire la sua esistenza meccanizzata — è guidata da un supporto algoritmico. È questo l’ideale che stanno recuperando i padroni della Silicon Valley e tutta la casta di ingegneri che pianificano la “città del domani”. In California, in Cina, a Parigi, a Barcellona e in qualunque altra parte del mondo, nasce la smart city, la versione 2.0 della polizia urbanistica, dell’organizzazione ottimizzata dell’ordine pubblico al servizio dei poteri privati (il cosiddetto “partenariato pubblico-privato”); questa “città intelligente” costellata di sensori, attraversata da “flussi”, da “reti”, da innumerevoli virtualità”, e popolata da cretini “connessi e aumentati” che battono febbrilmente sulle tastiere o sugli schermi dei loro computer, tablet o i phone per non perdere il contatto con ciò che credono sia la realtà. Non è che il reale stia scomparendo, ma è di volta in volta modellato per soddisfare le “preferenze” dell’utente, facendogli perdere il senso del limite attraverso l’illusione di onnipotenza data dalla manipolazione compulsiva delle sue protesi elettroniche.

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