Crimethinc: lottando sul nuovo terreno

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Al volgere del secolo, potevamo immaginare l’anarchismo solo come una diserzione da un ordine sociale onnipotente.

Dieci anni fa, da giovani folli idealisti, pubblicammo Days of War, Nights of Love, insperatamente uno dei libri anarchici più venduti nel decennio successivo. Se pur controverso all’epoca, in retrospettiva si rivelò ragionevolmente rappresentativo di quanto molti anarchici andavano chiedendo: immediatezza, decentramento, autoproduzione quale pratica di resistenza al capitalismo. Aggiungemmo alcuni elementi di provocazione: anonimato, plagiarismo, illegalità, edonismo, rifiuto del lavoro, delegittimazione della storia a favore del mito, l’idea che la lotta rivoluzionaria potesse essere un’avventura romantica.
Il nostro approccio si inscriveva in un contesto storico preciso. Il blocco sovietico era da poco crollato e le imminenti crisi politiche, economiche ed ecologiche non si erano ancora profilate; il trionfalismo capitalista era al suo apice. Volevamo scalzare i valori borghesi, perché parevano sintetizzare le aspirazioni di ogni persona; presentammo la lotta anarchica come un progetto individuale, perché era difficile immaginare qualcosa di diverso. Quando il movimento antiglobalizzazione prese slancio negli Stati Uniti e lasciò il passo al movimento contro la guerra, giungemmo a concettualizzare la lotta in un’ottica più collettiva, se pur derivante da una decisione personale di opporsi a uno status quo profondamente radicato.
Oggi buona parte di ciò che proclamavamo è acqua passata. Il capitalismo è entrato in uno stato di crisi permanente, le innovazioni tecnologiche sono penetrate sempre più a fondo in ogni aspetto della vita, e l’instabilità, il decentramento e l’anonimato hanno finito per caratterizzare la nostra società, senza portarci minimamente più vicino al mondo dei nostri sogni.
Spesso i radicali pensano di trovarsi in una landa desolata, senza contatti con la società, quando in realtà ne costituiscono l’avanguardia – pur non avanzando necessariamente verso le mete cui anelano. Come sostenemmo poi nel n. 5 di Rolling Thunder, la resistenza è il motore della storia: genera sviluppi sociali, politici e tecnologici, costringendo l’ordine prevalente a innovarsi di continuo per aggirare o assimilare l’opposizione. Possiamo pertanto contribuire a trasformazioni formidabili, senza mai raggiungere il nostro obiettivo.
Con questo non vogliamo attribuire ai radicali la capacità di determinare gli eventi mondiali, semmai affermare che spesso ci ritroviamo inconsciamente al loro apice. Rispetto all’immensità della storia, qualunque azione è infinitesimale, ma il concetto stesso di teoria politica implica che è ancora possibile sfruttare questa capacità di agire in maniera significativa.
Quando studiamo le singole strategie di lotta, dobbiamo fare attenzione a non avanzare rivendicazioni che possano essere smontate da riforme parziali, onde evitare che i nostri oppressori neutralizzino i nostri sforzi limitandosi a fare qualche semplice concessione. Alcuni esempi di progetti radicali che possono essere facilmente recuperati sono talmente ovvi che è quasi una banalità ricordarli: il feticismo della bicicletta, la tecnologia “sostenibile”, gli acquisti “a kilometro 0” e altre forme di consumo etico, il volontariato che mitiga le sofferenze provocate dal capitalismo globale senza metterne in discussione le cause.
Ma questo fenomeno può verificarsi anche a livello strutturale. Dobbiamo esaminare i modi in cui abbiamo reclamato una trasformazione sociale generale che potrebbe avere luogo senza scuotere le fondamenta del capitalismo e della gerarchia, cosicché la prossima volta i nostri sforzi possano portarci fino in fondo.

Oggi deve diventare la pista di decollo da un mondo  in rovina. Crimethinc 2011
(segue)

 

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L’ecodittatura possibile

 

__TFMF_zroyf255arckpm55bwmnm2ec_83ec2ba2-af40-46c0-9f91-c5010cc6e09f_0_aperturaL’economia e la vita sociale non possono ribellarsi alle condizioni dell’evoluzione restando sistematicamente impunite.(…) Un nuovo ordine economico deve provare perciò ad essere, in maniera appropriata e intelligente, in  grado di seguire quelle norme dell’ordine naturale che hanno validità assoluta. Questo l’hanno già riconosciuto qualche secolo fa i fisiocratici: tutte le qualità sociali dei sistemi che caratterizzano le società si determinano in base al fatto se riescono, costruttivamente e non distruttivamente, ad accettare le condizioni dell’ordine naturale. (…) Gli ordini economici esistenti fino ad ora si sono occupati poco di questo compito. La natura, per loro, non è stata fin ora all’ordine del giorno. Tanto più si dovrebbe affrontare questo compito con impegno: l’ordine economico che riesce a utilizzare l’ordine della natura attraverso azioni e decisioni economiche senza metterla in pericolo sarà superiore a tutti gli altri.
Notevoli sono le ripercussioni sul rapporto tra individuo e società: un ordine economico ecologico non condurrà a un’ecodittatura, soltanto se il comportamento economico degli individui potrà essere modellato in modo che la prassi sociale di vita e la stabilità economica non entrino in contraddizione tra loro. Sarà invece inevitabile una dittatura se gli ordini economici industriali si abbandonano a un’aggressiva controproduttività degli ecosistemi. Questa prospettiva di sviluppo industriale e civilizzatore non è improbabile. (…) La libertà dell’individuo potrà continuare in futuro nella misura in cui lo permette l’ordine della natura. Frattanto c’è un grande compito sociale di formazione. Si devono trovare le regole etiche e morali, che favoriscano in modo particolare queste libertà dell’individuo, che garantiscano prima di tutto la riproduzione delle qualità naturali. Però se gli individui non sono pronti a fare fondamentalmente di più per la “loro natura” non ci sarà alcun futuro realizzabile. Hans Himmler.

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Debord: ma quanto beveva?

enveloppeChe l’alcol abbia avuto una qualche importanza per i situazionisti è fuori di dubbio; la loro predilezione per questa sostanza psicoattiva – e non altre – è fuori discussione. Delle foto giovanili di Debord e compagnia una buona parte lo ritraggono con il bicchiere in mano; le derive psicogeografiche erano abbondantemente veicolate dagli alcolici e contemplavano frequenti e ripetute visite di caffè e bistrò; Debord ha bevuto abbondantemente per tutta la vita.
Ben pochi, però, per non dire nessuno, ha mai analizzato le idee situazioniste guardandole attraverso il fondo di un bicchiere. Anche Debord lo notava lamentandosi per un unico caso in cui veniva tacciato di essere un ubriacone da un gruppo di “giovani drogati”: «D’altra parte sono un po’ sorpreso, io che ho dovuto leggere così spesso, al mio riguardo, le più stravaganti calunnie o critiche molto ingiuste, di costatare che circa trent’anni, e più, sono passati senza che mai un malcontento abbia denunciato la mia ubriachezza come un argomento, almeno implicito, contro le mie idee scandalose; con un’unica eccezione, peraltro tardiva, di uno scritto di alcuni giovani drogati in Inghilterra, che intorno al 1980 diceva che oramai ero abbruttito dall’alcol, e che pertanto avevo smesso di nuocere.»
Una sorpresa , quella di Debord, probabilmente dovuta alla lontananza e l’incomprensione dei ”giovani drogati” per qualità della sua ubriachezza: «Dapprima ho amato, come tutti, l’effetto di leggera ebbrezza, poi ben presto ho amato quel che è aldilà dell’ebbrezza violenta, quando si è superato questo stadio: una pace magnifica e terribile, il vero sapore del passaggio del tempo.» e della sua valenza creativa: «Si capisce che (il bere) mi ha lasciato ben poco tempo per scrivere, ed è proprio quel che conviene: la scrittura deve restare rara, prima di trovare l’eccellenza bisogna aver bevuto a lungo.» Quanto a lungo, per andare “al di la dell’ebrezza violenta… per gustare il vero sapore del passaggio del tempo”? Può darci qualche indicazione un annotazione dello stesso Guy Debord, sul retro di una busta, in cui ha scrupolosamente annotato tutto quanto ha bevuto il 9 maggio 1962 tra le 14 h e le 6 h dell’indomani mattina. Miscuglio permanente di vino (rosé), di birra e di alcol (Calvados, Cognac) per una somma finale di tre litri di vino, due litri di birra e sei bicchieri di alcol (cioè mezzo litro). Ossia 5,5 litri di alcol in sedici ore. Ossia come media costante, circa 33 cl di alcol per ora.

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La legge Paul Boncour di Benjamin Péret

 

 

 

 

 

 

Avanti cani smorti con il divertire le truppe
e voi ragni con l’avvelenare il nemico
Il bollettino del giorno redatto da scimmie tabetiche annuncia
il 22° corpo d’armata delle cimici
è penetrato nelle linee nemiche senza colpo ferire
Durante la prossima guerra
le monache sorveglieranno le trincee per la gioia dei raffermati
e per farsi bucare l’ostia a furia di scopate
E i bambini col biberon
pisceranno petrolio in fiamme sui bivacchi nemici

Per aver singhiozzato nelle fasce
un eroe di soli tre mesi avrà le mani mozzate
e la legion d’onore tatuata sulle chiappe

Tutti faranno la guerra
uomini donne bambini vecchi cani gatti maiali
pulci maggiolini pomodori alborelle pernici e topi morti
proprio tutti

Squadroni di cavalli selvaggi
respingeranno a calci i cannoni dell’avversario
E in qualche punto la prima linea sarà sorvegliata dalle puzzole
il cui odore trasportato da un vento propizio
asfissierà interi reggimenti
meglio di un peto episcopale
Allora gli uomini che schiacciano i senatori come cacca di cane
guardandosi negli occhi
rideranno come le montagne
obbligheranno i preti ad ammazzare gli ultimi generali con le loro croci
e a colpi di bandiera
massacreranno i preti in un amen

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L’autoproduzione è anarchica

Noi intenderemo qui, per “autoproduzione”, ogni attività che degli individui, o dei gruppi, rinunciando volontariamente a ricorrere alle possibilità esistenti sul mercato, scelgano di svolgere con forze proprie per fruirne essi stessi, da soli o insieme con altri, ma sempre in uno spirito di gratuità e senza chiedere contraccambio alcuno.

autoproduzione-1Autoproduzione tradizionale e diffusissima è quella che si svolge ai margini delle metropoli negli orti abusivi. Chi vive a Torino, ne può vedere qualcuno davanti a El Paso, lungo la ferrovia, e i raccordi autostradali. Ma anche attività più complesse e meno alimentari, come i giornali, i cd, le fanzine, i manifesti, i volantini, sviluppati in proprio, con propri strumenti, magari assemblati senza passare per la cassa di alcun negozio. Affini all’autoproduzione sono il riciclaggio e l’autocostruzione, appunto, di strumenti informatici, elettronici, meccanici, di mobili, abiti, giocattoli, le mille soluzioni creative alla complessità delle esigenze e alla banalità delle soluzioni offerte dal bazar delle merci e delle bugie.
Si tratta di un fenomeno che, a mano a mano che il capitalismo convertiva in merce ogni possibile attività umana, è divenuto sempre meno funzionale agli equilibri sociali e perciò sempre meno accettato, con la conseguenza di essere crescentemente sospinto ai margini e anche oltre i margini della legge. Si pensi a tutte le regole igieniche e sanitarie, chiaramente concepite per definire igienico il veleno industriale e antigienico l’orto individuale; si pensi alle regole sul copyright, che praticamente considerano illegale tutto ciò che non nasce e muore in forma di merce; si pensi alle normative sulla sicurezza, che presuppongono la fabbrica come luogo “naturale” della produzione. Si impiantano orti su terreni demaniali non più utilizzati, si autocostruisce su aree spesso abbandonate e occupate abusivamente, ecc.
L’autoproduzione, comunque la si guardi, non riesce proprio ad essere legale: prima ancora che a causa dell’ostilità aperta dell’industria (che vi intuisce una concorrenza inafferrabile) e dello stato (che vi scorge un’evasione totale dal meccanismo fiscale), a causa della sua indefinibilità. È una materia su cui è impossibile legiferare validamente: è un terreno in cui, per definizione, ciascuno fa quel che gli pare.
L’autoproduzione è perciò, diciamolo pure, costitutivamente anarchica.
NAUTILUS – 2009  

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La marijuana previene il diabete?

marijuana-doctorsGli adulti con una storia di uso di marijuana hanno una minore prevalenza nella comparsa del diabete di tipo 2 e un minor rischio di contrarre la malattia rispetto a quelli che non hanno mai consumato cannabis, secondo i dati degli studi clinici pubblicati sul British Medical Journal.

I ricercatori della University of California, Los Angeles, hanno valutato l’associazione tra diabete mellito (DM) e l’uso di marijuana tra gli adulti tra i 20 e i 59 anni in un campione rappresentativo della popolazione degli Stati Uniti di 10.896 adulti. I ricercatori hanno ipotizzato che la prevalenza del diabete di tipo 2 sarebbe ridotto nei consumatori di marijuana causa la presenza di vari cannabinoidi che possiedono proprietà immunomodulanti e anti-infiammatorie.
Lo studio ha riferito che fra i consumatori passati e presenti di cannabis risulta una minore prevalenza di diabete, anche dopo aver corretto il campione con le variabili sociali (etnia, livello di attività fisica, ecc.), nonostante tutti i gruppi fossero in possesso di una simile storia familiare di DM. I ricercatori peraltro non hanno trovato un’associazione tra uso di cannabis e altre malattie croniche, tra cui l’ipertensione, ictus, infarto miocardico, o insufficienza cardiaca rispetto ai non utilizzatori.
I ricercatori hanno concluso: “la nostra analisi degli adulti di età compresa tra 20-59 anni… ha dimostrato che i partecipanti che hanno usato marijuana avevano una minore prevalenza di DM ed una probabilità inferiore di sviluppare DM rispetto ai non-consumatori di marijuana.” Avvertono, però: “gli studi prospettici nei roditori e nell’uomo sono necessari per determinare una potenziale relazione causale tra l’attivazione del recettore dei cannabinoidi e il Diabete Mellito. Fino a quando tali studi non saranno effettuati, non sosteniamo l’uso di marijuana in pazienti a rischio di DM».
Precedenti studi condotti su animali hanno indicato che i cannabinoidi possiedono alcune proprietà anti-diabete. In particolare, uno studio preclinico pubblicato sulla rivista Autoimmunity ha riferito che le iniezioni di 5 mg al giorno del cannabinoide non psicoattivo CBD ha ridotto significativamente l’incidenza del diabete nei topi rispetto al placebo.

 

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Un’architettura della vita

Paysage suisse 1955

Utilità e funzione resteranno sempre il punto di partenza di ogni critica formale; si tratta solo di trasformare il programma della funzionalità.
I funzionalisti ignorano la funzione psicologica dell’ambiente … la vista dell’esterno delle costruzioni e degli oggetti, che ci stanno intorno e da noi utilizzati, ha una funzione indipendente dalla loro effettiva utilità.
I razionalisti funzionalisti hanno, in ragione delle loro idee di standardizzazione, immaginato di poter arrivare alle forme definitive ideali dei differenti oggetti utili all’uomo.
L’evoluzione di oggi mostra che questa concezione statica è sbagliata. Si deve arrivare ad una concezione dinamica della forma, si deve vedere la verità in viso per cui ogni forma umana si trova in uno stato di trasformazione continua. Non si deve, come razionalisti, evitare questa trasformazione; il fallimento di costoro sta nel fatto di non aver capito che il solo modo di evitare l’anarchia del cambiamento sta nel rendersi conto delle Leggi per cui questa trasformazione si opera nel servirsene.
È importante comprendere che tale conservatorismo delle forme è puramente illogico perché non causato dal fatto che non si conosca la forma definitiva e ideale dell’oggetto, bensì dal fatto che l’uomo si inquieta se non trova una parte di “già visto” nel fenomeno sconosciuto … il radicalismo delle forme è causato dal fatto che la gente si annoia se non trova qualcosa di inusitato nel conosciuto. Si può trovare questo radicalismo illogico come fanno gli standardizzatori ma non si deve dimenticare che la sola via verso la scoperta è data da questo bisogno dell’uomo.
L’architettura è sempre l’ultima realizzazione di una evoluzione spirituale e artistica; essa è la materializzazione di uno stadio economico. L’architettonico è il punto di realizzazione ultimo di ogni tentativo artistico perché creare un’architettura significa formare un ambiente e fissare un modo di vita.
(Asger Jorn)

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Peret. Disperdere la pretaglia e perseguitarla nei suoi ultimi rifugi

tumblr_lq9wcpxD0S1qisa2ko1_500A partire dal 10 maggio 1931, a Madrid, Cordova, Siviglia, Bilbao, Alicante,  Malaga, Granada, Valencia, Algesiras, San Roque, La Linea, Cadice, Arcos de la Frontera, Huelva, Badajos, ]eres, Almeria, Murcia, Gijon, Teruel, Santander, La Coruña, Santa Fé, ecc., la folla ha incendiato le chiese, i conventi, le università religiose, ha distrutto le statue, i quadri che questi edifici contenevano, ha devastato gli uffici dei giornali cattolici, cacciato tra le grida i preti, i frati, le monache che in fretta e furia passano le frontiere. Cinquecento edifici distrutti finora  non chiuderanno questo bilancio di fuoco. Opponendo a tutti i roghi eretti nel passato dal clero spagnolo il grande chiarore materialista delle chiese incendiare, le masse sapranno trovare nei tesori di quelle chiese l’oro necessario per armarsi, per lottare e trasformare la Rivoluzione borghese in Rivoluzione proletaria. Per il restauro di Nostra Signora del Pilar a Saragozza, ad esempio, la sottoscrizione pubblica di venticinque milioni di pesetas è già coperta per metà: si esiga questo denaro per i bisogni rivoluzionari e si abbatta il tempio del Pilar dove da secoli una vergine serve a sfruttare milioni di uomini! Una chiesa in piedi, un prete che può officiare, sono altrettanti pericoli per la Rivoluzione.

Distruggere con ogni mezzo la religione, cancellare fin le vestigia di quei monumenti di tenebre dove si sono prosternati gli uomini, annientare i simboli che un pretesto artistico cercherebbe invano di salvare dal grande furore popolare, disperdere la pretaglia e  perseguitarla nei suoi ultimi rifugi, ecco ciò che, nella loro comprensione diretta dei compiti rivoluzionari, hanno intrapreso di loto iniziativa le folle di Madrid, Siviglia, Alicante, ecc. Tutto ciò che non sia violenza quando si tratta di religione, dello spaventapasseri che è Dio, dei parassiti della preghiera, dei professori della rassegnazione, è paragonabile al patteggiarnento con quel verminaio del cristianesimo che deve essere sterminato. Benjamin Peret

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Zerzan. Il crepuscolo delle macchine. Introduzione all’edizione italiana

zerzancrepuscoloNei pochi anni trascorsi dalla prima uscita de Il crepuscolo delle macchine, cominciamo con ogni probabilità ad assistere al crepuscolo effettivo del paradigma tecno-industriale, o almeno ai suoi primi segnali.
Il disastro crescente è chiaramente visibile. Ci sono le singole calamità ambientali, come i milioni di barili di petrolio zampillati per mesi dai fondali del Golfo del Messico, nel 2010; la valanga di rifiuti tossici industriali che hanno invaso città e corsi d’acqua, prima di confluire nel Danubio, in Ungheria, sempre nel 2010; il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone all’inizio del 2011, i cui danni sono stati così ingigantiti in maniera abnorme da una società urbana di massa e dall’industria nucleare. E continua, imperterrito, aumentando di frequenza.
Il contesto in cui si inserisce ogni singolo disastro è quello di un pianeta che è stato surriscaldato e avvelenato. L’altra faccia della medaglia è quanto sta accadendo nella società. La vediamo, ad esempio, nelle sparatorie nelle scuole e nei massacri familiari compiuti tra parenti. Il livello di alienazione, che si manifesta in una condizione pressoché generalizzata di ansia, depressione e stress, non può essere ignorato per sempre.
Le promesse dell’illuminismo non sono state mantenute. La modernità non solo non funziona: è un disastro in continua crescita.
L’ultima ideologia sembra essere quella della tecnologia stessa. Ma la tecnologia sta peggiorando le cose, dalle malattie resistenti agli antibiotici fino alla crescente vacuità e freddezza della tecno-cultura. Siamo tutti quanti condizionati e addomesticati da una tecnologia che continua ad avanzare. E lungo la strada spunta la verità più segreta: un’esistenza completamente mediata, protesica, non è vivere per davvero.
Ci dev’essere un’alternativa, e siamo al punto in cui non è più possibile evitare questa discussione. È sempre più facile vedere che per tutto il percorso a ritroso, fino ad arrivare alla civilizzazione/addomesticamento, abbiamo seguito un vicolo cieco. Troppe cose sono d’intralcio sulla strada del dibattito necessario (i mass media e la Sinistra, ad esempio), ma la realtà si fa più insistente, e sta bussando sempre più forte alla nostra porta.
John Zerzan 

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TOMORROW NEVER KNOWS The Beatles

Tomorrow never KnowsMentre Harrison si dedicava alla musica indiana, e McCartney alla musica classica, Lennon aveva cominciato a interessarsi all’esplorazione del suo “spazio interno” mentale per mezzo dell’LSD. Poiché in Inghilterra, nel 1966, non esisteva una “cultura dell’acido”, Lennon non disponeva di alcuna guida a questa droga, e si rivolse così a un frutto della scena americana: The Psychedelic Experience, un manuale per l’espansione della mente scritto da due psicologi apostati di Harvard, Timothy Leary e Richard Alpert.
Desiderando fornire all’imprevedibile “viaggio” con l’acido un quadro di riferimento paragonabile a quelli degli ordini mistici del Cattolicesimo e dell’Islamismo, Leasry e Alpert scelsero Il libro tibetano dei morti, una antica raccolta di testi scritti per essere sussurrati ai moribondi al fine di guidarli attraverso gli stati illusori che, secondo il buddismo tibetano, esercitano il loro dominio tra l’una e l’altra incarnazione. Leary e Alpert scelsero questo libro sacro perché credevano che l’LSD fosse un” prodotto chimico sacramentale” capace di procurare rivelazioni spirituali.
Secondo Albert Goldman, Lennon assunse LSD per la terza volta nel gennaio del 1966. Evidentemente intenzionato a compiere un importante viaggio di scoperta di sé, seguì le istruzioni fornite in The Psychedelic Experience, leggendone le parafrasi del Libro Tibetano dei morti a un registratore e riascoltandole mentre la droga faceva effetto. Il risultato fu spettacolare, e Lennon si affrettò a trasformarlo in canzone, prendendo molte delle frasi del testo direttamente dal libro di Leary e Alpert; prima di tutto l’estatica invocazione dell’ipotetica realtà oltre le apparenze: “the Void”, il Vuoto. Col titolo The Void, la canzone fu la prima ad essere registrata per Revolver. Col titolo definitivo, TOMORROW NEVER KNOWS, presentava l’LSD e la rivoluzione psichedelica di Leary ai giovani del mondo occidentale, diventando uno dei dischi più socialmente influenti mai realizzati dai Beatles.
Il panorama sonoro di TOMOROWW NEVER KNOWS è un’attraente miscela di anarchia e sgomento, con i suoi tape-loops che si incrociano in uno schema casuale di cerchi che si scontrano. Anche la registrazione della voce di Lennon avvenne con modalità senza precedenti. Nella prima metà della canzone, la voce è raddoppiata con il double-tracking automatico. Per la seconda metà, Lennon voleva che la sua voce suonasse come quelle del Dalai Lama e di migliaia di monaci tibetani salmodianti sulla vetta di una montagna. George Martin risolse il problema facendo passare la registrazione della voce attraverso l’altoparlante rotativo dell’apparecchio Leslie di un organo Hammond, con un procedimento particolare che richiedeva un inserimento fisico nella circuitazione.

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