Autoproduzione II

autoproduzione-xxmila-leghe-001L’autoproduzione, a mano a mano che il capitalismo convertiva in merce ogni possibile attività umana, è divenuta sempre meno funzionale agli equilibri sociali è perciò sempre meno accettata, con la conseguenza di essere crescentemente sospinta ai margini e anche oltre i margini della legge. Si pensi a tutte le regole igieniche e sanitarie, chiaramente concepite per definire igenico il veleno industriale e antigienico l’orto individuale; si pensi alle regole sul copyright, che praticamente considerano illegale tutto ciò che non nasce e non muore in forma di merce; si pensi alle normative sulla sicurezza, che presuppongono la fabbrica come luogo naturale della produzione.                                                                           L’autoproduzione, comunque la si guardi, non riesce proprio ad essere legale: prima ancora che a causa dell’ostilità aperta dell’industria (che vi intuisce una concorrenza inafferrabile) e dello stato (che vi si scorge un’evasione totale del meccanismo fiscale), a causa della sua indefinibilità. E’ una materia su cui è impossibile legiferare validamente: è un terreno in cui, per definizione, ciascuno fa quel che gli pare. Se non gli permetti di agire così, smette. Per ricominciare da un’altra parte. E’ l’equivalente del nomadismo in campo produttivo, contraddice apertamente i principi fondanti della società capitalista, ma è assurdo sperare di cancellarla.                                                                                                             L’autoproduzione è perciò, diciamolo pure, costitutivamente anarchica.

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