Il cinema e la sua negazione

La coscienza spettatrice, prigioniera di un universo appiattito, delimitato dallo schermo dello spettacolo, dietro il quale è stata deportata la sua vita, non conosce più se non gli interlocutori fittizi che la intrattengono unilateralmente sulla loro merce e sulla politica della loro merce. Lo spettacolo, in tutta la sua estensione, è il suo «segno dello specchio” (Guy E. Debord)

Quando nel 1952 a Parigi, la prima proiezione di “Urla in favore di Sade” fu un grande successo: il pubblico restò parecchio interdetto. A tal punto da devastare il cinema. Lo anticipiamo: il film consiste in circa un’ora di fondo bianco con un “sottofondo” che consiste in un collage di dialoghi sconnessi (ma non tanto), interrotti da momenti di silenzio e schermo nero, che vanno dai 30 secondi ai 5 minuti fino al black out di 24 minuti che chiude il film. Una delle voci, verso l’inizio del film, annuncia: “Un momento prima dell’inizio della proiezione, Guy-Ernest Debord doveva salire sulla scena per pronunciare qualche parola d’introduzione. Avrebbe detto semplicemente: non c’è film. Il cinema è morto. Non possono esserci più film. Passiamo, se volete, al dibattito”. Se l’intenzione di Debord era quella di creare una reazione nello spettatore passivo, sicuramente c’era riuscito. Ma molti dei dialoghi lasciano intendere anche altro. Al momento della realizzazione del film Debord era fuori uscito dal gruppo dei Lettristi che si riuniva intorno a Isidore Isou, che vedeva come i continuatori di uno spirito di rottura nei confronti della società e dell’arte che era iniziato con Dada ed ha proseguito attraverso parte del Surrealismo e alcuni Futuristi. Deluso dall’approccio eccessivamente “artistico” alla vita e alla critica del sistema di autorità, Debord decide di formare l'”Internazionale Lettrista” insieme a Serge Berna, Jean-Luis Brau e Gil J Wolman (a cui è dedicato “Urla in favore di Sade”). L’obiettivo, quello di portare la poesia della vita, esigendo la bellezza nelle situazioni vissute. Da qui le premesse teoriche e pratiche dell’Internazionale Situazionista: l’appello ad un arte che sia “vissuta”, l’elaborazione della psicogeografia e della sua conseguente pratica, la deriva. Ma soprattutto la teoria e la pratica del détournement, ovvero quello di prendere una situazione (e per situazione intendiamo un evento, un testo, un immagine, una musica… un film) stravolgerla nel suo significante per darle un nuovo senso totalmente opposto.”Non è una negazione dello stile, ma lo stile della negazione” Già questo è uno dei sensi in cui si può interpretare “Urla in favore di Sade”. Per criticare il cinema e l’arte, Debord fa un film che è la negazione di sé stesso: sovverte lo spettacolo e i suoi stili, per comunicare altri messaggi, in maniera più o meno esplicita.
Basta pensare alla frase citata sopra, o altre come “L’ordine regna e non governa”, la lettura di vari articoli di legge o l’enunciazione dei primi “principi” situazionisti (“Le arti future saranno sconvolgimenti di situazioni, o niente”).
Già all’epoca, prima ancora di scrivere il più famoso “La società dello spettacolo”, Debord intendeva criticare il sistema spettacolare che rende passivo chi assiste, condizionando i suoi desideri e la sua esistenza ad ” una guerra dell’oppio permanente per far accettare l’identificazione dei beni alle merci”.

(Volantino distribuito prima della proiezione del film “Urla in favore di Sade” di Guy E. Debord nel novembre 2005 all’Ateneo Libertario di Napoli.)

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