Il détournement nella canzone e la rivoluzione

Le Clou

Jacques Le Clou

Questo sotto, il testo che accompagnava Pour en finir avec le travail,  un vinile uscito nel 1974 in Francia e concepito sulla base della pratica situazionista del détournement a cui collaborarono Debord e Vaneigem.
A produrlo fu Jacques Le Glou, un personaggio vicino all’Internazionale Situazionista  e amico di Debord, assolutamente entusiasta di quella tattica sovversiva capace di cambiare il significato delle cose.

IL DETOURNEMENT NELLA CANZONE E LA RIVOLUZIONE
Il passato della canzone politica, e della canzone deturnata,  è anch’esso antico come la storia della canzone stessa.  Oltre a tutte le canzoni direttamente politiche, di cui abbiamo tanti esempi, votate alla propaganda o alla critica, e questo a partire dalle Crociate, si può  facilmente rilevare il carattere politico originale di un gran numero di canzoni che si è voluto ricondurre ad un folclore insignificante destinato a rimbecillire i bambini. Così, Auprès de ma blonde, una marcia delle truppe di Turenne, esprime di fatto il disfattismo profondo dei militari di tutti i tempi: “Il est dans la Hollande, – Les Hollandais l’ont pris – Que donneriez-vous, belle – Pour revoir votre ami? – Je donnerais Versailles, – Paris et Saint-Denis.” E Compère Guilleri, che  di tutte le guerre di partigiani abbandonati a causa della loro “direzione esterna” (“Me laisseras-tu, me laisseraz-tu mourir?”).
Il détournement, da parte sua, è più  inseparabile ancora dalla canzone.
Nei secoli in cui l’essenza della musica appartiene ai cerimoniali religiosi, è sulle arie di chiesa, conosciute allora da tutti, che si esprime con parole nuove la vita profana del popolo: l’amore e le lotte politiche. Poi, presto le stesse arie vengono riprese, passando dall’uno all’altro di questi centri d’interesse, per esprimere altre politiche in conflitto. Questo è particolarmente ricco durante la Fronda (1648-1652) e più tardi, sicuramente, durante la Rivoluzione del 1789.
41WSCGEJSDLQuesta pratica multisecolare – trasformare e cantare se stessi – era indietreggiata con la passività spettacolare moderna, insieme all’impiego alienante dei mass media che centralizzano, con tutto il resto della comunicazione sociale, la diffiusione delle canzoni; e anche contemporaneamente alla generalizzazione dei “diritti d’autore”, che trasformano ogni melodia e ogni parola della vostra bocca in proprietà privata.
Questo processo è stato evidente soprattutto tra gli anni ’40 e gli anni ’60, e in Francia più che da altre parti, poiché la pratica del détournement popolare era rimasta assai viva nei paesi anglosassoni e anche in Italia: si sa che la canzone dei partigiani del 1943-45, Bella Ciao, è il détournement di una vecchia canzone dei contadini.
L’attuale ritorno della rivoluzione, che è anche ritorno del dialogo, porta naturalmente ad una ripresa della canzone critica e politica. Chi ricomincia ad agire ricomincia a cantare. Questo disco dimostra, in particolare, come, da un secolo, la rivoluzione proletaria ha sempre saputo esprimere, anche nei canti, le sue pene e la sua rabbia. Qualche esempio eclatante fa vedere come le espressioni più radicali sono spesso state falsificate e recuperate, seguendo in questo il destino comune della rivoluzione durante un lungo periodo. Ma il vento è girato. Quelli che oggi bruciano le automobili e levano il selciato dalle strade non possono più cantare le stesse canzoni che ascoltano gli elettori. Un rock di “loulous” creato di recente sui terraines vagues di La Courneuve, non dice forse significativamente: “ Y a deux façons, y a deux façons – d’être cocu aux élections. – En grand, come Krivine et Chaban. – Ou alors, plus petitement – Comme le total des électeurs. – Prends, ton pavé, mon cœur…”? Abbiamo perciò scelto, per questo primo disco, alcune delle canzoni più istruttive del passato rivoluzionario francese e internazionale; e le prime di quelle che hanno trovato un’audience nei tempi mutati che stiamo vivendo. Qualche anno dopo il ’68, diventa anche possibile che questi dischi facciano ormai la loro comparsa. Lo spettacolo dominante sarà sempre più incrinato da brecce veridiche di questo genere fino al suo completo affondamento. Molte canzoni proletarie di una volta, specialmente straniere, sono ancora troppo poco conosciute e l’attuale sovversione non cessa di offrirne di nuove.
I costumi si migliorano. Le canzoni vi partecipano. E la rivoluzione del nostro secolo potrà presto lanciare gioiosamente ai suoi molteplici fautori questa formula: “Cantate, ne sono molto compiaciuto. Ebbene! Ora ballate.” Jacques Le Glou (settembre 1974)

 

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