1968: La musica della rivolta parigina

DownloadedFile

Jacques Le Glou

Fedele al folklore situazionista, la storia comincia con un‘espulsione, quella di Le Glou dalla Federazione Anarchica Francese dopo il Congresso di Bordeaux nel 1966. Gli si rimprovera di avere titolato su Le monde Libertarie: “Due grandi disgrazie per il pensiero onesto in Francia – André Breton è morto e Louis Aragon è ancora vivo”, un articolo sulla morte di André Breton. Comunque aveva già,  lui e il suo gruppo di amici, ricusato Le monde Libertaire colpevole di aver rifiutato degli articoli situazionisti. Le Glou fonda un’Internazionale anarchica e prende i primi contatti con i situazionisti. Nel maggio 1968 partecipa al Comitato per il mantenimento delle occupazioni (CMDO), creato il primo giorno d’occupazione alla Sorbonne, dove l’influenza di Debord e dei suoi compagni è significativa. Appassionato di canzoni, viene influenzato dagli avvenimenti, “Per fare come Jules Youy durante la Comune, scrivevo una canzone al giorno. Parlandone con Debord mi ero accorto che anche lui ne aveva scritte molte. Gli ho presentato Francis Lemaunier, un musicista che veniva dal milieu libertario; hanno lavorato assieme”. Nel 1972, senza alcuna esperienza, decide di fare un disco :Pour finir avec le travail  che uscirà nel 1974.  “Registrammo quattro canzoni; Pierre Barouh ci imprestò il suo studio. Feci un giro tra le case discografiche: nessuna era interessata; trovai 100.000 franchi per produrre l’album. La legislazione dell’epoca sul déturnement era molto dura: ci voleva il permesso dell’editore e dell’autore: Brassens, Ferré, Moustaki si sono rifiutati di darlo. Sono stati Lanzmann e Dutronc che per primi ci hanno consentito di mettere Paris s’éveille nella compilation. Per Una bicyclette Barouh aveva scritto le parole, per cui il problema non si poneva. Prevert si fece una gran risata per la nostra Feuilles mortes. Roda-Gil mi lasciò la sua canzone sui partigiani di Machno dopo essersi fatto un giro al CMDO”. Le Glou si dedica a Paris s’eville  cambiandone le parole e trasformandola in una canzone incendiaria e sovversiva.

SONO LE CINQUE Musica di Jacques Dutronc. Testo di Jacques Lanzman deturnato da Jacques le Glou

le 403 sono ribaltate
lo sciopero selvaggio è generale
le Ford finiscono di bruciare
gli Arrabbiati aprono le danze

Sono le cinque, Parigi si sveglia (bis)

I blousons noirs fanno gli agguati
lanciano pietre contro i lacrimogeni
i poliziotti cadono ammazzati agli angoli delle strade
le nostre ragazze si trasformano in regine.

La Torre Eiffel ha caldo ai piedi
l’Arco di Trionfo viene rovesciato
la piazza Vendôme è un unico fumo
il Panthéon si è dissolto.

I partigiani sono alle stazioni
a Notre-Dame si affetta il lardo
Parigi ritrova i suoi festaioli
i suoi giocatori d’azzardo e i suoi comunardi.

Tutte le Centrali vengono attaccate
i burocrati sterminati
i poliziotti impiccati senza pietà con le budella dei preti.

Il vecchio mondo scompare
dopo Parigi,il mondo intero.
Gli operai, senza dio, senza padrone
autogestiscono la città.

Sono le cinque,
si sveglia il nuovo mondo.
Sono le cinque,
e noi non avremo mai sonno.

SONO LE CINQUE
Testo di Jacques Lanzman e Anne Ségalen,, musica di Jacques Dutronc.

Sono il delfino della piazza Dauphine
E la piazza Blanche ha una brutta cera
I camion sono pieni di latte
Gli spazzini di scope.

Sono le cinque
Parigi si sveglia
Parigi si sveglia

I travestiti si rasano
Gli spogliarellisti si rivestono
Si pestano le traversine
Gli amanti sono stanchi

Sono le cinque
Parigi si sveglia
Parigi si sveglia

Il caffè è nelle tazze
I caffè puliscono i loro vetri
E sul boulevard Montparnasse
La stazione non è che una carcassa

Sono le cinque
Parigi si sveglia
Parigi si sveglia

Gli abitanti delle periferie sono alle stazioni
Alla Villette si affetta il lardo
Parigi by night, riconquista le automobili
I panettieri fanno i bastardi

Sono le cinque
Parigi si sveglia
Parigi si sveglia

Vengono stampati i giornali
Gli operai sono depressi
La gente si alza, è frustrata
E’ l’ora in cui io vado a letto

Sono le cinque
Parigi si alza
Sono le cinque

Io non ho sonno

Il est cinq heures, Paris s’éveille – Jacques Le Glou.mp4 

Ti potrebbe anche interessare:
quatmagg
Pubblicato in '68 e dintorni, Internazionale Sitazionista, Musica | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su 1968: La musica della rivolta parigina

Burroughs, Ginsberg e lo yagé

burroughs-ginsberg

A.Ginsberg e W.S. Burroughs

Dopo un paio di minuti un’ondata di vertigini mi travolse e la capanna si mise a girare vorticosamente… Lampi azzurri mi passarono davanti agli occhi. La capanna prese l’aspetto arcaico tipo Pacifico con teste delI’lsola di Pasqua… Venni colto da una nausea violenta, improvvisa e mi lanciai verso la porta andando a sbattere con la spalla contro lo stipite. Sentii l’urto ma nessun dolore. Camminavo a stento. Nessuna coordinazione. I piedi erano come blocchi di legno. Vomitai violentemente… … Esseri larvali mi passarono davanti agli occhi in una nebbiolina azzurra, ognuno di loro faceva uno squittio osceno e sfottente. Devo aver vomitato sei volte. Stavo a quattro gambe squassato da spasmi di nausea. Sentivo vomitare e gemere come se fosse stata un’altra persona… Le gambe e le braccia cominciarono a contrarmisi in modo incontrollabile… … Lentamente mi sentii un po’ meglio e rientrai nella capanna. I lampi azzurri ancora davanti agli occhi. Mi sdraiai e mi coprii con una coperta. Avevo freddo come con la malaria… …La mattina seguente stavo benissimo a parte una certa stanchezza e un leggero residuo di nausea… W.S. Burroughs

Mi sentii la nausea e corsi fuori e mi misi a vomitare, tutto ricoperto di serpenti, come un Serafino Serpente, serpenti colorati come un’aureola intorno al corpo, e mi sentivo un serpente che vomita il mondo… …L’intera capanna sembrava irradiata di presenze spettrali che soffrivano tutte le trasfigurazioni in contatto con un’unica Cosa misteriosa che era il nostro fato… ero spaventato e giacevo semplicemente lì con un’ondata dietro l’altra di paura e di morte… …Ritornando dall’aver vomitato vidi un uomo con le ginocchia contro il petto e mi sembrò di vedergli il cranio come in una radiografia rendendomi conto che era raggomitolato come in un sudario (con un asciugamano avvolto intorno al viso per proteggersi dalle zanzare) soffrendo lo stesso dramma e la stessa separazione… A. Ginsberg

Ti potrebbe anche interessare:

guaralmacamilla

Pubblicato in Stati di coscienza modificati | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su Burroughs, Ginsberg e lo yagé

Crimethinc V.Panopticon

banneraNel panopticon il potere ha già sede in periferia, piuttosto che al centro, in quando il controllo è esercitato principalmente dai detenuti stessi. I lavoratori competono per diventare capitalisti, anziché fare causa comune come classe; i fascisti impongono autonomamente relazioni repressive, senza vigilanza da parte dello Stato. Il potere non è imposto dall’alto, ma in funzione della partecipazione stessa.
Semplicemente prendendo parte alla società, dobbiamo accettare la mediazione di strutture determinate da forze al di fuori del nostro controllo. Per esempio, le nostre amicizie passano sempre più attraverso Facebook, i telefoni cellulari e altre tecnologie che tengono traccia delle nostre attività e delle nostre relazioni a vantaggio delle multinazionali, oltre che dei servizi di informazione del governo; questi format determinano anche il contenuto delle amicizie stesse. Lo stesso vale per le nostre attività economiche: al posto della semplice povertà, abbiamo posizioni debitorie e creditizie – non siamo una classe priva di povertà, ma una classe guidata dal debito. E, ancora una volta, tutto questo appare come spontaneo, o addirittura come «progresso».
Come si prospetta l’idea di resistere in questo contesto? Le cose parevano molto più semplici nel 1917, quando i proletari di tutto il mondo sognavano di espugnare il Palazzo d’Inverno. Due generazioni dopo, l’equivalente sembrava essere prendere d’assalto le sedi delle emittenti televisive, una fantasia ripresa in un film di Holliwood non più tardi del 2005. Oggi è sempre più evidente che il capitalismo globale è privo di centro, di un cuore attraverso il quale drive a stake.
In realtà, questa evoluzione è una manna per gli anarchici, in quanto sbarra la strada a forme di lotta attuate dall’alto verso il basso. Non ci sono scorciatoie, oggi, né giustificazioni per prenderle – non ci saranno più dittature «provvisorie». Le rivoluzioni autoritarie del Ventesimo secolo sono per sempre alle nostre spalle; se dovrà scoppiare la rivolta, si dovranno diffondere le pratiche anarchiche.
Alcuni hanno sostenuto che, in assenza di un centro, quando il virus di cui sopra è molto più pericoloso dell’assalto frontale, il compito non è tanto scegliere il bersaglio giusto quanto pubblicizzare una nuova modalità di lotta. Se ciò non è ancora accaduto, forse è soltanto perché gli anarchici devono ancora mettere a punto un metodo che altri considerino pratico. Quando dimostriamo soluzioni concrete ai problemi sollevati dalla catastrofe capitalista, forse prenderanno piede.
Ma è un percorso insidioso. Tali soluzioni devono risuonare ben oltre qualsiasi sottocultura particolare in un’epoca in cui ogni innovazione istantaneamente genera sottocultura e vi rientra. Devono in qualche modo rifiutare e interrompere le forme di partecipazione essenziali al mantenimento dell’ordine, sia quelle basate sull’integrazione sia quelle basate sulla marginalità. Devono rispondere ai bisogni immediati delle persone, e al contempo ispirare desideri insurrezionali che conducano altrove. E se proponiamo soluzioni che rivelano di non affrontare le cause alla radice dei nostri problemi – come facemmo dieci anni fa – non faremo altro che vaccinare l’ordine dominante contro la resistenza di questa generazione.
Quando si tratta di soluzioni contagiose, magari come i disordini in Grecia del 2008, durante i quali tutte le banche cui fu dato fuoco erano meno significative della pratica quotidiana in Grecia di occupare edifici,impossessarsi delle provviste alimentari e ridistribuirle e radunarsi in pubblico al di fuori della logica del commercio. O forse i tumulti furono altrettanto significativi: non solo un attacco materiale contro il nemico, ma una festa in cui si afferma un modo radicalmente diverso di esistere. segue

 

Pubblicato in Critica Radicale | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Crimethinc V.Panopticon

Stregoneria e farmacologia

Rappresentazione alchemica della donna

La medicina popolare era essenzialmente rappresentata dall’attività di persone dall’educazione pragmatica, che sapevano come curare le malattie e le sofferenze che affliggevano il popolo proprio perché esse stesse ne facevano parte; sapevano affrontare ciò che la medicina o la filosofia ufficiale considerava come inconoscibile o inspiegabile. In quanto alternativa a quella ufficiale, la medicina popolare era indirizzata alla collettività, al punto che chi esercitava la professione di medico al di fuori delle istituzioni era accusato di superstizione e sanzionato di conseguenza.

Si trattava nella pratica di donne rispettate e con una certa reputazione e prestigio, definite guaritrici, praticone, sagge, streghe. Il loro ruolo era eroico ed era esercitato attraverso un arte particolare, una forma misteriosa di potere basata su conoscenze ed usi empirici sicuri, consolidati attraverso l’esperienza e la tradizione, forse nati dall’attività di donne che nel passato si recavano in cerca di cibo, raccogliendo piante in campi e boschi. Erano lo strumento di Dio per la cura del corpo ma le loro attività curative erano anche legate all’aspetto rituale, magico e soprannaturale. Queste attività si rifacevano alla secolare credenza secondo cui le piante esprimevano nella forma o nel colore le loro proprietà farmacologiche o magiche (spesso al di fuori di qualsiasi forma di terapia scientificamente intesa), proprietà riflesse a loro volta nella denominazione popolare. Da qui nasce la cosiddetta teoria della segnatura, secondo cui criteri formali come l’analogia cromatica o morfologica di una pianta con un organo del corpo umano indirizzano alla scelta di una certa pianta per curare una malattia che affliggeva una ben definita parte del corpo.
Tutto ciò dimostrava la capacità di essere padrone dell’ordine delle cose e aumentava la fiducia nei loro poteri. Nel tempo, queste donne acquisirono un certo ruolo sociale, a volte riconosciuto dalla stessa medicina ufficiale che vi vedeva una continuazione della tradizione medica dell’antichità greco-romana.

Se vuoi saperne di più:

Pubblicato in General | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Stregoneria e farmacologia

Jamestown Weed ovvero Datura Stramonium

DATURA_illustrOltre «mela spinosa» un nome popolare con cui viene chiamata la Datura, negli Stati Uniti è nota come « Jamestown Weed» più comunemente detta «Jimsonweed» e si riferisce soltanto alle specie orientali Datura stramonium. Il nome proviene da un incidente avvenuto nel diciassettesimo secolo, quando alcuni soldati Inglesi vennero coinvolti in una battaglia a Jamestonw, Virginia, contro una ribellione guidata dal luogotenente Bacon. Robert Beverly (circa 1673-1722), nella sua History and Present State of Virginia (1705) descrive ciò che era accaduto: “La James Town Weed (che assomiglia alla Mela Spinosa del Perù con la quale l’avevo scambiata) è considerata nel nostro mondo uno dei maggiori rinfrescanti. Poiché è una delle prime piante della stagione, viene raccolta quando è ancora giovane per farne un’Insalata bollita, la qual cosa venne fatta da alcuni soldati inviati colà per sedare la rivolta di Bacon; e parecchi di loro ne mangiarono in abbondanza, e il risultato del suo effetto fu una simpatica commedia; per parecchi giorni essi erano in preda a una specie di naturale follia. Uno di essi soffiava su una piuma facendola volteggiare per aria mentre un altro gli lanciava delle freccette con una notevole furia, e un altro ancora se ne stava completamente nudo seduto in un angolo, come una scimmia, sogghignando e facendo gran smorfie davanti a tutti; un quarto lo baciava appassionatamente dando gran manate ai compagni sorridendo beffardamente davanti a tutti, con un contegno ancora più beffardo di quello di un buffone olandese. Per via di questo loro stato vennero rinchiusi per evitare che nella loro follia si uccidessero, nonostante ciò tutte le loro azioni sembravano frutto dell’Innocenza e di bontà. Non erano molto puliti, e se non vi avessimo prestato la nostra attenzione si sarebbero rotolati nei loro escrementi. Dopo aver fatto un migliaio di giochetti infantili, e dopo undici giorni, ritornarono in sé. Non ricordavano nulla di quanto fosse loro accaduto.” I soldati affermavano di aver raccolto la Datura stramonium credendo che fosse un’erba atta a insaporire i cibi, ma è molto probabile che essi in effetti fossero stati messi al corrente del suo effetto inebriante dagli abitanti della Virginia, che usavano la Datura nei riti di iniziazione dei ragazzi. Furst P.T., 1976

Pubblicato in General | Commenti disabilitati su Jamestown Weed ovvero Datura Stramonium

Il détournement nella canzone e la rivoluzione

Le Clou

Jacques Le Clou

Questo sotto, il testo che accompagnava Pour en finir avec le travail,  un vinile uscito nel 1974 in Francia e concepito sulla base della pratica situazionista del détournement a cui collaborarono Debord e Vaneigem.
A produrlo fu Jacques Le Glou, un personaggio vicino all’Internazionale Situazionista  e amico di Debord, assolutamente entusiasta di quella tattica sovversiva capace di cambiare il significato delle cose.

IL DETOURNEMENT NELLA CANZONE E LA RIVOLUZIONE
Il passato della canzone politica, e della canzone deturnata,  è anch’esso antico come la storia della canzone stessa.  Oltre a tutte le canzoni direttamente politiche, di cui abbiamo tanti esempi, votate alla propaganda o alla critica, e questo a partire dalle Crociate, si può  facilmente rilevare il carattere politico originale di un gran numero di canzoni che si è voluto ricondurre ad un folclore insignificante destinato a rimbecillire i bambini. Così, Auprès de ma blonde, una marcia delle truppe di Turenne, esprime di fatto il disfattismo profondo dei militari di tutti i tempi: “Il est dans la Hollande, – Les Hollandais l’ont pris – Que donneriez-vous, belle – Pour revoir votre ami? – Je donnerais Versailles, – Paris et Saint-Denis.” E Compère Guilleri, che  di tutte le guerre di partigiani abbandonati a causa della loro “direzione esterna” (“Me laisseras-tu, me laisseraz-tu mourir?”).
Il détournement, da parte sua, è più  inseparabile ancora dalla canzone.
Nei secoli in cui l’essenza della musica appartiene ai cerimoniali religiosi, è sulle arie di chiesa, conosciute allora da tutti, che si esprime con parole nuove la vita profana del popolo: l’amore e le lotte politiche. Poi, presto le stesse arie vengono riprese, passando dall’uno all’altro di questi centri d’interesse, per esprimere altre politiche in conflitto. Questo è particolarmente ricco durante la Fronda (1648-1652) e più tardi, sicuramente, durante la Rivoluzione del 1789.
41WSCGEJSDLQuesta pratica multisecolare – trasformare e cantare se stessi – era indietreggiata con la passività spettacolare moderna, insieme all’impiego alienante dei mass media che centralizzano, con tutto il resto della comunicazione sociale, la diffiusione delle canzoni; e anche contemporaneamente alla generalizzazione dei “diritti d’autore”, che trasformano ogni melodia e ogni parola della vostra bocca in proprietà privata.
Questo processo è stato evidente soprattutto tra gli anni ’40 e gli anni ’60, e in Francia più che da altre parti, poiché la pratica del détournement popolare era rimasta assai viva nei paesi anglosassoni e anche in Italia: si sa che la canzone dei partigiani del 1943-45, Bella Ciao, è il détournement di una vecchia canzone dei contadini.
L’attuale ritorno della rivoluzione, che è anche ritorno del dialogo, porta naturalmente ad una ripresa della canzone critica e politica. Chi ricomincia ad agire ricomincia a cantare. Questo disco dimostra, in particolare, come, da un secolo, la rivoluzione proletaria ha sempre saputo esprimere, anche nei canti, le sue pene e la sua rabbia. Qualche esempio eclatante fa vedere come le espressioni più radicali sono spesso state falsificate e recuperate, seguendo in questo il destino comune della rivoluzione durante un lungo periodo. Ma il vento è girato. Quelli che oggi bruciano le automobili e levano il selciato dalle strade non possono più cantare le stesse canzoni che ascoltano gli elettori. Un rock di “loulous” creato di recente sui terraines vagues di La Courneuve, non dice forse significativamente: “ Y a deux façons, y a deux façons – d’être cocu aux élections. – En grand, come Krivine et Chaban. – Ou alors, plus petitement – Comme le total des électeurs. – Prends, ton pavé, mon cœur…”? Abbiamo perciò scelto, per questo primo disco, alcune delle canzoni più istruttive del passato rivoluzionario francese e internazionale; e le prime di quelle che hanno trovato un’audience nei tempi mutati che stiamo vivendo. Qualche anno dopo il ’68, diventa anche possibile che questi dischi facciano ormai la loro comparsa. Lo spettacolo dominante sarà sempre più incrinato da brecce veridiche di questo genere fino al suo completo affondamento. Molte canzoni proletarie di una volta, specialmente straniere, sono ancora troppo poco conosciute e l’attuale sovversione non cessa di offrirne di nuove.
I costumi si migliorano. Le canzoni vi partecipano. E la rivoluzione del nostro secolo potrà presto lanciare gioiosamente ai suoi molteplici fautori questa formula: “Cantate, ne sono molto compiaciuto. Ebbene! Ora ballate.” Jacques Le Glou (settembre 1974)

 

Pubblicato in '68 e dintorni, Guy Debord, Internazionale Sitazionista, Musica, Raoul Vaneigem | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su Il détournement nella canzone e la rivoluzione

Crimethinc IV. Decentramento della gerarchia: partecipazione come sottomissione

bannera Alla fine degli anni Novanta gli anarchici sostenevano la partecipazione, il decentramento e l’azione individuale. Affidandoci alla nostra esperienza nel settore dell’autoproduzione alternativa, abbiamo contribuito a diffondere il modello virale, per cui un format sviluppato in un contesto può essere riprodotto in tutto il mondo. Esemplificato da programmi come Food Not Bombs e tattiche quali quella del Black Bloc, questo modello ha contribuito a diffondere una cultura antiautoritaria precisa da New York alla Nuova Zelanda. All’epoca rispondevamo sia ai limiti dei modelli politici e tecnologici del secolo precedente sia alle opportunità emergenti per il loro superamento. Questo ci collocò all’avanguardia delle innovazioni che hanno rimodellato la società capitalista. Per esempio, TXTmob, il programma di elaborazione di SMS messo a punto dall’Institute for Applied Autonomy per le proteste in occasione delle Convention nazionali dei democratici e dei repubblicani, è servito da modello per Twitter. Allo stesso modo, le reti internazionali dell’autoproduzione alternativa, nella forma teorizzata in manuali quali Book Your Own Fucking Life, si possono considerare precursori di Myspace e Facebook. Nel frattempo, il modello virale si è oggi affermato soprattutto per il marketing virale. La cultura dei consumi ci ha dunque catturati, integrando il nostro tentativo di fuga nel mantenimento dello spettacolo che avevamo rifiutato e offrendo a chiunque altro la possibilità di «evadere». Annoiato dalla programmazione a senso unico delle reti televisive, il consumatore moderno può provvedere alla propria programmazione personale, pur rimanendo a una distanza fisica ed emotiva dagli altri spettatori. Il nostro desiderio di maggiore capacità di intervento e partecipazione è stato esaudito, ma all’interno di un quadro ancora fondamentalmente determinato dal capitalismo. La pretesa che tutti diventino soggetti invece che oggetti è stata realizzata: siamo ora soggetti che gestiscono la propria alienazione, dando realtà alla massima situazionista secondo cui lo spettacolo non è solo il mondo delle apparenze, bensì il sistema sociale in cui gli esseri umani interagiscono soltanto in base ai ruoli prescritti. Anche i fascisti stanno tentando la strada del decentramento e dell’autonomia. In Europa i «nazionalisti autonomi» si sono appropriati dell’estetica e dei format radicali, utilizzando la retorica anticapitalista e la tattica del black bloc. Di sicuro intorbida le acque, ma qui non si tratta soltanto dei nostri nemici che cercano di camuffarsi e assumere le nostre sembianze: è anche indice di una spaccatura ideologica nei circoli fascisti, allorché la generazione più giovane tenta di aggiornare i propri modelli organizzativi per adeguarli al Ventunesimo secolo. I fascisti negli Stati Uniti e altrove sono impegnati nello stesso progetto, sotto la bandiera paradossale dell’«anarchismo nazionale»; se riescono a convincere l’opinione pubblica che l’anarchia è una forma di fascismo, le nostre prospettive saranno davvero desolanti.

«Nazionalisti autonomi» (Qualcuno, per favore, ci liberi dall’afflizione di questi idioti!)

Che cosa significa se i fascisti, i principali fautori della gerarchia, possono utilizzare le strutture decentrate che siamo stati i primi a introdurre? Il Ventesimo secolo ci ha insegnato le conseguenze derivanti dall’uso di mezzi gerarchici per perseguire fini presumibilmente non autoritari. Il Ventunesimo secolo potrebbe indicarci come mezzi presumibilmente non gerarchici possano produrre esiti gerarchici. Attingendo a questi e ad altri sviluppi, si potrebbe ipotizzare che ci stiamo muovendo verso una situazione in cui il fondamento della società gerarchica non sarà l’accentramento permanente del potere, ma la normalizzazione di alcune forme delegittimanti di socializzazione e di adozione delle decisioni e dei valori. Queste forme sembrano diffondersi spontaneamente, anche se in realtà paiono desiderabili in ragione di ciò che manca nel contesto sociale che ci viene imposto. Ma che significa gerarchie decentrate? Sembra una specie di koan zen. La gerarchia è la concentrazione del potere nelle mani di pochi. Come può essere decentrata? Per capirne il senso, occorre tornare alla concezione di Foucault del panopticon. Jeremy Bentham progettò il panopticon come modello per rendere più efficienti le carceri e i luoghi di lavoro; si tratta di un edificio circolare, nel quale tutte le stanze si affacciano su un cortile interno, in modo da poter essere viste da una torre di osservazione centrale. I detenuti non possono vedere ciò che accade nella torre, ma sanno di poter essere osservati dal suo interno in qualsiasi momento, sicché alla fine interiorizzano questa forma di sorveglianza e di controllo. In parole povere, il potere vede senza guardare, mentre l’osservato guarda senza vedere. Panopticon Nel panopticon il potere ha già sede in periferia, piuttosto che al centro, in quando il controllo è esercitato principalmente dai detenuti stessi. I lavoratori competono per diventare capitalisti, anziché fare causa comune come classe; i fascisti impongono autonomamente relazioni repressive, senza vigilanza da parte dello Stato. Il potere non è imposto dall’alto, ma in funzione della partecipazione stessa. Semplicemente prendendo parte alla società, dobbiamo accettare la mediazione di strutture determinate da forze al di fuori del nostro controllo. Per esempio, le nostre amicizie passano sempre più attraverso Facebook, i telefoni cellulari e altre tecnologie che tengono traccia delle nostre attività e delle nostre relazioni a vantaggio delle multinazionali, oltre che dei servizi di informazione del governo; questi format determinano anche il contenuto delle amicizie stesse. Lo stesso vale per le nostre attività economiche: al posto della semplice povertà, abbiamo posizioni debitorie e creditizie – non siamo una classe priva di povertà, ma una classe guidata dal debito. E, ancora una volta, tutto questo appare come spontaneo, o addirittura come «progresso». Come si prospetta l’idea di resistere in questo contesto? Le cose parevano molto più semplici nel 1917, quando i proletari di tutto il mondo sognavano di espugnare il Palazzo d’Inverno. Due generazioni dopo, l’equivalente sembrava essere prendere d’assalto le sedi delle emittenti televisive, una fantasia ripresa in un film di Hollywood non più tardi del 2005. Oggi è sempre più evidente che il capitalismo globale è privo di centro, di un cuore attraverso il quale drive a stake. In realtà, questa evoluzione è una manna per gli anarchici, in quanto sbarra la strada a forme di lotta attuate dall’alto verso il basso. Non ci sono scorciatoie, oggi, né giustificazioni per prenderle – non ci saranno più dittature «provvisorie». Le rivoluzioni autoritarie del Ventesimo secolo sono per sempre alle nostre spalle; se dovrà scoppiare la rivolta, si dovranno diffondere le pratiche anarchiche. Alcuni hanno sostenuto che, in assenza di un centro, quando il virus di cui sopra è molto più pericoloso dell’assalto frontale, il compito non è tanto scegliere il bersaglio giusto quanto pubblicizzare una nuova modalità di lotta. Se ciò non è ancora accaduto, forse è soltanto perché gli anarchici devono ancora mettere a punto un metodo che altri considerino pratico. Quando dimostriamo soluzioni concrete ai problemi sollevati dalla catastrofe capitalista, forse prenderanno piede. Ma è un percorso insidioso. Tali soluzioni devono risuonare ben oltre qualsiasi sottocultura particolare in un’epoca in cui ogni innovazione istantaneamente genera sottocultura e vi rientra. Devono in qualche modo rifiutare e interrompere le forme di partecipazione essenziali al mantenimento dell’ordine, sia quelle basate sull’integrazione sia quelle basate sulla marginalità. Devono rispondere ai bisogni immediati delle persone, e al contempo ispirare desideri insurrezionali che conducano altrove. E se proponiamo soluzioni che rivelano di non affrontare le cause alla radice dei nostri problemi – come facemmo dieci anni fa – non faremo altro che vaccinare l’ordine dominante contro la resistenza di questa generazione. Quando si tratta di soluzioni contagiose, magari come i disordini in Grecia nel 2008, durante i quali tutte le banche cui fu dato fuoco erano meno significative della pratica quotidiana in Grecia di occupare edifici, impossessarsi delle provviste alimentari e ridistribuirle e radunarsi in pubblico al di fuori della logica del commercio. O forse i tumulti furono altrettanto significativi: non solo un attacco materiale contro il nemico, ma una festa in cui si afferma un modo radicalmente diverso di esistere. (segue)

Pubblicato in Critica Radicale, General | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Crimethinc IV. Decentramento della gerarchia: partecipazione come sottomissione

THE TRIP

Paul Groves, regista televisivo, attraversa un periodo di crisi professionale, e non lo aiuta a uscirne la separazione dalla moglie Sally, sorpresa in compagnia di un altro uomo. Per vedere chiaro in se stesso e nelle cose, Paul decide di far ricorso al LSD, e chiede a un santone suo amico, John di assisterlo nel viaggio. I due vanno a cercare lo spacciatore Max in un night-club psichedelico e, procuratasi la droga necessaria, tornano a casa di John , dove Paul prende l’acido. All’inizio, tutto sembra più bello: colori vivaci, paesaggi meravigliosi, un senso di pace. Poi cominciano ad apparire personaggi noti, come Sally e Glenn, una bionda conosciuta da Max. quindi i sogni diventano incubi: continuamente inseguito da misteriose figure incappucciate, Paul passa attraverso singolari rapporti sessuali, cupe rievocazioni di riti medievali e una serie di visioni paranoiche in cui egli sembra prendere su di sé tutte le colpe del mondo. Spaventato, chiede a John di fermarlo, ma questi lo convince a continuare: l’incubo progredisce fino alla visione della propria morte e sepoltura. Al suo risveglio Paul trova John ucciso, è preso dal panico lascia precipitosamente la casa, vagando senza méta attraverso la città che, con luci e suoni, prolunga la sensazione del viaggio. Ritrovato Max, viene a sapere che John è vivo e vegeto; sollevato va a casa di Glenn, dove trascorre gli ultimi spiccioli di influsso psichedelico facendo l’amore.
Il film ha una conclusione aperta, e il regista rifiuta di prendere posizione pro o contro la droga, ma l’A.I.P., casa produttrice del film, senza avvertire il regista aggiunse un prologo in cui una voce fuori campo avverte gli spettatori dei pericoli dell’LSD.
A proposito del film The Trip, Roger Corman disse:”Decisi di fare in film onesto sulla droga, in particolare sull’LSD, cui venivano attribuiti poteri incredibili. Chiamai di nuovo Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, che scrisse anche il copione, e Bruce Dern, che era l’unico attore insieme a me, che non aveva effettivamente provato l’LSD. Decisi di provare LSD prima di girare, e lessi il libro di Timothy Leary sull’argomento. Parlava di ambiente, che doveva essere un bel posto, e di trovarsi con degli amici: queste erano le condizioni per fare un buon trip. Decisi di andare a Big Sur, che secondo me è uno dei più bei posti del mondo, e dissi ad alcuni amici di riunirci li. Improvvisamente tutto il progetto si trasformò in una processione di macchine che andavano a Big Sur. La mia fu una esperienza meravigliosa, spettacolare. Galleggiavo in una specie di spazio alla volta di una grande nave, essa si avvicinava ed io sapevo di amarla e che la nave amava me. Mentre la nave si avvicinava mi accorgevo che le vele, che fluttuavano lentamente al vento galattico, erano in realtà il corpo di una donna, che si muoveva nello spazio, e mentre si avvicinava mi accorgevo che la nave era coperta di gioielli. Così questo corpo di donna, flessuoso e adorno di gioielli, in forma di veliero, navigava verso di me pieno di amore. Mentre stavo steso con la faccia a terra, ricordo di aver pensato che il modo per creare era stendersi a terra e aderirvi il più possibile. In questo modo potevi creare l’opera d’arte con la tua mente, e chi voleva essere partecipe di quell’arte poteva stendersi in terra in qualsiasi altro posto e l’immagine si sarebbe formata anche nella sua mente; sarebbe stata una forma d’arte pura, dalla mente del creatore a quella dello spettatore-partecipante, e ci sarebbero stati uno o due milioni di spettatori-partecipanti che prendevano parte alla creazione e alla fruizione dell’arte. Pensavo fosse una buona idea. Non sapevo esattamente come realizzarla.”

Ti potrebbero anche interessare:

hwgestas

Pubblicato in General, Stati di coscienza modificati | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su THE TRIP

Internazionale Situazionista. Lo strano nome dei nichilisti che vogliono trasformare il mondo.

Nel 1966 , per la prima volta La Stampa, all’epoca più che mai giornale della FIAT, informa i propri lettori dell’esistenza dell’Internazionale situazionista. L’articolo appare sulla versione pomeridiana del giornale su cui,  precedentemente, era apparso qualche accenno all ‘IS, ma sempre connesso alle attività artistiche di Pinot Gallizio.

0112_02_1966_0271_0003_5586112Senza che nessuno se lo aspettasse, nemmeno i diretti interessati, una lista dallo strano nome di “Internazionale situazionista” ha trionfato nelle elezioni per gli organismi rappresentativi nell’Università di Strasburgo. Come suo primo gesto dopo la conquista del piccolo parlamento studentesco, l’Internazionale situazionista ha annunciato che entro quindici giorni scioglierà l’attuale organizzazione universitaria, dando così una immediata prova della serietà dei suoi propositi rivoluzionari. L’Internazionale situazionista ha un programma estremamente nichilista: essa vuole “trasformare il mondo e cambiare il modo di vivere degli uomini. Sciogliere la società presente ed accedere al regno della libertà. Godere senza ostacoli, fare della rivoluzione proletaria una festa”. Appena ottenuta la strepitosa maggioranza all’Università di Strasburgo essa ha stampato e diffuso in diecimila copie un opuscolo in cui la società contemporanea viene definita “più che decadente“, l’università è considerata “l’organizzazione istituzionale dell’ignoranza“, i professori sono descritti  come “poveri cretini“, gli studenti sono tali “che non meritano che ci si occupi di loro“; per quanto riguarda i movimenti politici, il leninismo è giudicato “il nemico“, la rivoluzione cinese “ è pietrificata nel burocraticismo “; la Chiesa, infine, viene accusata dei peggiori mali che angustiano gli uomini. Questo sfogo irrazionale potrebbe sembrare assolutamente risibile ed essere considerato alla stregua di un qualunque manifesto futurista e surrealista, del passato, se il fatto che, con questi programmi, l’Internazionale situazlonista ha raccolto la maggioranza dei consensi all’Università di Strasburgo, non facesse pensare (e temere) qualcosa di peggio e di più grave. Le organizzazioni rivali hanno fatto subito notare che il successo degli internazional-situazionisti a Strasburgo è stato favorito dall’assenteismo della massa studentesca, che non si è recata a votare (come del resto capita dappertutto):, ma proprio questo può voler dire ohe ancora una volta la massa amorfa rischia di consegnarsi per ignavia, debolezza, incertezza dei propri ideali, nelle mani di una minoranza aggressiva e ben certa almeno di quello che non vuole più. Cli effetti potrebbero essere pericolosi: nell’opuscolo diffuso dagli internazional-situazionisti si legge che lo studente povero ha tutto il diritto di prendersi i libri dello studente ricco, e questi non ha nessun diritto di protestare. Le autorità accademiche si sono allarmate, si sono riunite, hanno deciso di prendere provvedimenti disciplinari contro i responsabili degli insulti ai professori e dell’incitamento al furto. Ma serviranno a qualcosa? Da anni ormai la scuola, in ogni Paese‚ si trova a dover fronteggiare un problema di grandi proporzioni, contro cui non sembra sufficientemente armata: il problema tante volte discusso dei giovani arrabbiati. E’ escluso che soluzioni superficiali possano servire allo scopo di ridurre questa ribellione alle normali manifestazioni di impazienza e di idealismo esasperato della gioventù di ogni tempo. Infatti‚ beatniks, arrabbiati, capelloni, in qualunque modo si chiamino, stanno confusamente elaborando una loro vera e propria filosofia della vita, un sistema dunque destinato a sopravvivere agli anni giovanili e a trasformarsi in un atteggiamento a suo modo razionale nei confronti della società e dell’esistenza individuale. Questo atteggiamento è di rivolta continua, una specie di trotzkismo morale, e la sua arma più tagliente è la provocazione. Qualunque occasione è buona per  provocare.(…) Giuseppe del Colle – La Stampa 28/11/1966

ti potrebbe anche interessare:

varistudqui il testo completo

Pubblicato in Internazionale Sitazionista | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Internazionale Situazionista. Lo strano nome dei nichilisti che vogliono trasformare il mondo.

Locoismo II

reindeer1Un caso noto da tempo di animali dediti all’uso di una droga psicoattiva riguarda le renne della Siberia, che si cibano del fungo allucinogeno Amanita muscaria (agarico muscario). Si tratta del fungo allucinogeno per eccellenza, il bel fungo delle fiabe dal cappello rosso cosparso di chiazze bianche. Le origini del suo utilizzo umano come inebriante si perde nella notte dei tempi e i dati archeologici ed etnografici hanno dimostrato la difuisione di questa pratica in Asia, Europa e nelle Americhe.
Questo fungo cresce sotto certi tipi di alberi, in particolare conifere e betulle. Durante l’estate siberiana, le renne si cibano fra l’altro di un insieme di funghi, ma il fungo preferito è l’agarico muscario che cresce nelle foreste di betulle. Esse vanno letteralmente a caccia di questo vistoso fungo e lo cercano proprio per lo stato di ebbrezza che procura loro. Dopo averlo mangiato, corrono di qua e di la senza un apparente scopo, fanno rumore, contorcono la testa e si isolano dal branco. Il più piccolo morso di agarico muscario induce nelle renne un vistoso stato di ebbrezza, caratterizzato dalla contorsione della testa, che è una delle manifestazioni più difuise fra gli animali che si trovano in uno stato di ebbrezza.
È noto che negli uomini che si cibano di questo fungo la loro urina diventa anch’essa allucinogena. Fra le popolazioni siberiane v’era il costume di bere l’urina di chi si inebriava col fungo per conseguire un’ebbrezza ulteriore, a quanto si dice più potente di quella ottenuta con il fungo. Anche le renne “vanno matte” per l’urina di altre renne o degli uomini che si sono cibati dell’agarico muscario. Anzi, le popolazioni siberiane avrebbero scoperto le proprietà inebrianti dell’urina osservando il comportamento delle renne. Ogni qualvolta le renne percepiscono l’odore dell’urina nelle vicinanze, si precipitano su di essa, ingaggiando fra di loro delle battaglie per ottenere i primi posti attorno alla “pioggia dorata”.
Anche gli scoiattoli e i tamia striati vanno alla ricerca e si inebriano con questo fungo, allo stesso modo  molto probabilmente, come si vedrà più avanti  delle mosche.
Altri grandi ricercatori dell’ebbrezza fungina sono i caribù del Canada. Durante le loro migrazioni questi animali si muovono in una lunga fila indiana. Quando la colonia passa vicino a un gruppo di Amanita muscaria, le femmine adulte se ne cibano avidamente. Nel giro di una-due ore questi caribù abbandonano la colonia e corrono agitando i loro posteriori in maniera goffa e contorcendo la testa. questo comportamento ha un certo costo per il branco, poiché così facendo le madri lasciano incustoditi i piccoli, che rimangono di frequente vittime dei lupi. Anche le madri inebriate che restano isolate dalla colonia sono a volte vittime dei lupi. Giorgio Samorini

Ti potrebbe anche interessare:

torocop

 

 

Pubblicato in Stati di coscienza modificati | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Locoismo II