Il clistere sciamanico

clisteri32Il clistere è una tecnica che consente un assorbimento molto rapido dei principi attivi attraverso il torrente circolatorio, «by-passando» il sistema digestivo e quindi eliminando gli effetti secondari poco piacevoli.
Questa pratica molto diffusa nei costumi indiani è stata descritta fin dal secolo XVI. Sembra che nel Sud America occidentale fossero assunti, mediante clistere, il succo di tabacco, Payahuasca (Banisteriopsis caapi) ed anche una specie di Anadenanthera (Anadenanthera colubrina) i cui semi («huilca» o «wilka») venivano anche usati per gli «snuff» allucinogenì ed in bevande intossicanti.
L’idea che i clisteri rituali della Meso-America preispanica non fossero solo terapeutici o medicinali nel senso nostro del termine, ma che, come quelli degli Incas, fossero in grado di influenzare lo stato di coscienza dell’utente e metterlo così in contatto con il sovrannaturale, è corroborata non solo dalle testimonianze provenienti dal Sud America e risalenti al XVI secolo, ma anche dalle recenti scoperte di clisteri a base di peyote tra gli Huichols della Sierra Madre in Messico. L’apparecchio usato per il clistere presso gli Huichols e costituito da un femore cavo di un piccolo cervo collegato con un contenitore costituito dalla vescica di un cervo in luogo della gomma; questo tipo di clistere è molto simile a quelli fatti con osso di cervo conservati nel Museo degli Indiani americani di New York. Gli Huichols dicono che gli sciamani prendono un infuso di peyote per via rettale invece che per via orale in quanto i loro stomaci sono deboli e non possono tollerare oralmente la pianta molto amara e astiingente, che spesso causa nausea ed anche notevole vomito.

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Il clistere di tabacco è presumibilmente un espediente piuttosto recente nella storia dell’estasi da nicotina, mentre l’assunzione orale di un infuso sciropposo a base di tabacco può essere ancora più antica. Il succo prodotto pestando o facendo bollire le foglie può essere assunto per via orale o attraverso le narici, nel qual caso i principi attivi sono assorbiti più rapidamente nel sistema circolatorio. L’ assunzione orale del succo di tabacco, spesso in grande quantità e dopo un prolungato periodo di digiuno, per indurre il desiderato stato di «trance», era comune nella iniziazione sciamanica degli Indiani dell’Ammazonia; spesso questa pratica era successiva a quella della prima introduzione del neofita all’assunzione rituale della Banisteriopsis caapi, i cui principi attivi più importanti sono alcaloidi quali l’armina, l’armalina etc. La modalità di assumere 1’infus0 di tabacco attraverso le narici trova un riscontro attuale nel sistema simbolico e psicofarrnacologico di terapia popolare mediante droghe usato nel Perù odierno, dove, per esempio, il guaritore somministra questo infuso a sé ed al suo paziente insieme al cactus San Pedro che contiene molti alcaloidi tra cui, al pari del peyote, anche la mescalina.

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Difendere la libertà ovunque

difendere la libertà ovunqueIl 17 giugno 1958, un giovane pittore milanese per altro completamente ininteressante, Nunzio Van Guglielmi, con lo scopo di richiamare l’attenzione sulla sua persona aveva leggermente danneggiato un quadro di Raffaello (L’incoronazione della Vergine) incollando sul vetro che lo proteggeva un cartello manoscritto dove si poteva leggere “Viva la rivoluzione italiana! Via il governo clericale”. Arrestato sul posto, veniva immediatamente dichiarato pazzo, senza possibilità di difesa e per questo solo gesto, e internato nel manicomio di Milano.
Da Stampa Sera di lunedì 16 – martedì 17 giugno 1958:
“L’emozione provocata per l’insensato atto vandalico alla Pinacoteca di Brera, è enorme in Italia e all’estero. Uno dei più celebri quadri del mondo ha rischiato di essere irreparabilmente distrutto senza il proverbiale intervento di uno dei custodi della Galleria della Pinacoteca, Francesco Scampini, di 47 anni, che si trovava in una sala accanto a quella dove avvenne la drammatica scena. Il vandalo, Nunzio Guglielmi, in arte Nunzio Van Guglielmi, il “pittore anacronistico” è un giovane magro, alto, bruno, ricciuto, è nato a Messina nel 1924 ed è attualmente senza fissa dimora dopo aver abitato in uno stabile di via Rembrandt coi genitori che vennero sfrattati. Già cliente dell’ Albergo Popolare, il Guglielmi aveva preso alloggio in un lussuoso albergo del centro ed era elegantemente vestito.
Figlio di un dipendente della Amministrazione Postale e di una modesta casalinga siciliana, Lucia Gentile, il Guglielmi voleva emergere nella pittura: “O questo, o non farò altro nella vita voglio studiare a Brera” aveva sempre risposto ai genitori che volevano indirizzarlo su un’altra strada. Trasferitosi a Milano frequentò 15 anni or sono l’Accademia di Brera, ma all’indomani della Liberazione, superati gli studi, le difficoltà economiche si aggiunsero ai dissidi familiari e se ne andò a vivere da solo, prendendo in affitto una stanzetta dell’Albergo Popolare. Varcò poi clandestinamente la frontiera, arrivò a Parigi, poi andò a Londra, in Olanda, conobbe altri artisti, pittori alla fame come lui. Le sue manie cominciarono a bruciarsi nella realtà della vita. Scoraggiato e in miseria, affamato e lacero, ritornò in patria, fu una casa di rieducazione di Messina, in una clinica psichiatrica di Roma e, una volta dimesso ritornò a Milano. Irrimediabilmente fallito ha voluto vendicarsi contro la società che, secondo lui, non apprezzava i suoi poveri quadri, la sua arte anacronistica, come dice il manifesto che egli ha appeso con il punteruolo sulla gradinata del tempio che fa da sfondo al celebre sposalizio”.
La sezione italiana dell’Internazionale Situazionista fu l’unica a protestare con il volantino Difendete la libertà ovunque, comparso soltanto il 4 luglio.
La foto del Raffaello pubblicata sui giornali è una falsificazione ufficiale inviata alla stampa nel mondo intero. I danni reali sulla tela sono così piccoli che sarebbero invisibili riprodotti su dei giornali. Le righe che si vedono nella foto, che indicano una distruzione pesante della tela, rappresentano soltanto un vetro rotto posto davanti al quadro. Persino queste righe sulle fotografie sono accentuate artificialmente con del bianco e del nero per rendere ancora più grave l’incidente. Al contrario il testo del manifesto incollato sul vetro è diventato con un procedimento stranamente riuscito, perfettamente illeggibile nei giornali italiani.
L’anno dopo, Guglielmi fu dichiarato sano di mente e rilasciato.

 

 

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Maggio 1968. Katanga a la Sorbonne

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E utile fornire al loro riguardo qualche spiegazione perché il legame tra i Katanga e il movimento del maggio può non essere così evidente. Il nome “katanga” era stato dato a questi giovani da un giornalista parigino in carenza di immaginazione. Aveva paragonato i giovani del servizio d’ordine ai mercenari della guerra del Katanga; il che significava che facevano solo da semplici esecutori al soldo degli studenti. Chi erano veramente? Non ho conosciuto tutti i katangesi, solo una decina, ma credo di poter affermare che avevano più o meno la stessa origine sociale: giovani tra i diciassette e i trent’anni, operai di fabbrica, alcuni disoccupati, abitanti nelle banlieurs delle grandi città e, per quello che qui ci interessa, della regione di Parigi. Per evitare di tracciarne un ritratto troppo idilliaco, diciamo che qualcuno aveva uno stile da teppista, vicino a quella gioventù delinquente che avevo gia incontrato nella mia vita. Ma niente di grave.
Cosa ci facevano alla Sorbonne, Censier, Odeon e nelle manifestazioni di studenti? […] il servizio d’ordine. Resta un’importate questione: un servizio d’ordine di studenti non dovrebbe essere formato solo da studenti? Cosa si stavano a fare lì quei giovani, che con tutta evidenza nulla avevano a che fare con l’università?
Il maggio ’68 non e stato una semplice occupazione di quartiere o universitaria, ma un movimento di grande ampezza che ha messo in pericolo il governo dell’epoca. Li scontri con la polizia e i provocatori a volte sono stati molto violenti: per affrontarli ci voleva un servizio d’ordine – come si dice –  muscoloso. Gli studenti, più dotati per la scrittura e la lettura che per il combattimento di strada, non avevano trovato tra di loro le risorse sufficienti. E’ per questo che hanno accettato l’edea dei Katanghesi. E poi, bisogna riconoscerlo, su una barricata un teppista vale almeno due studenti. Jean Raguénés, 2008 – Video Les Katangais a la Sorbonne

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Il problema della violenza è intrinseco alla questione sociale

La stessa esistenza di una questione sociale indica, infatti, l’esistenza di un cattivo funzionamento della società. Palesemente, se nessuno subisse ingiustizie, soprusi, sfruttamento, truffe e imposizioni di vario tipo non ci sarebbe una questione sociale, ma ci sarebbe solo da rinnovare costantemente, correggendola in meglio, l’armonia di una società in cui ognuno troverebbe il proprio spazio per esprimersi e inventarsi forme diverse di felicità.

Nell’assenza programmata, interessata e voluta di quest’armonia sta la radice della violenza nelle sue forme sociali.

La prima violenza sociale è quando un sistema di governo nato da una volontà “quasi” generale si traduce nella gestione dell’interesse di pochi, si impone a tutti contro la loro volontà.

Il diritto alla rivolta di fronte all’oppressione e al sopruso fa parte dei diritti dell’uomo consacrati da quella stessa borghesia che ha fatto della democrazia rappresentativa il suo modello preferito di governo. Un metodo di governo così utile agli affari che è sopravvissuto alla borghesia stessa, assunta in leasing nella gestione di un capitalismo che considera ormai gli esseri umani – tutti gli esseri umani senza eccezione, pur nell’ineguaglianza redditizia dei ruoli e delle caste – necessari a produrre valore economico, ma superflui, e addirittura nocivi, per l’accumulazione senza fine di questo stesso valore.

Lo sfruttamento insensato della natura si è aggiunto, aggravandolo, a quello antico dell’uomo sull’uomo: da Kyoto a Cancun, passando per Copenhagen, lo spettacolo dello sviluppo sostenibile dell’economia programma la reale distruzione insostenibile del presente.

Chi è caduto nella trappola nichilista della lotta armata e degli anni di piombo ha seguito una nera disperazione nell’assenza di prospettive.

Dai precari della vita ai precari della sopravvivenza il passo è stato, del resto, assai lesto e sulla paura, gli sgherri del totalitarismo economicista hanno costruito il neoanalfabetismo dello spettacolo.

Dal punto di vista della rivoluzione necessaria e della democrazia diretta che la può organizzare e rendere operativa, la critica della violenza è semplicemente, e prima di tutto, strategica. 

Non si può combattere la società dell’alienazione con forme alienate e la violenza è il sintomo più evidente dell’alienazione, oltre che il suo riproduttore più fedele.

Esistono due terrorismi: quello delle organizzazioni mafiose private e quello di Stato.

Il terrorismo uccide volontariamente delle persone, per impossessarsi delle cose, anzi della cosa a cui riduce il senso della vita: il potere di cui il denaro è l’equivalente generale.

Il sabotaggio attacca le cose in nome delle persone e nega in principio il potere nella sua essenza. Si tratta allora di criticarne ogni volta gli effetti perversi, le derive che possono ridurlo a un ricatto utilitaristico.

Un buon sabotaggio è complice di chi subisce il sistema e, per esempio, anziché bloccare gli autobus li fa circolare gratis.

La gratuità è quanto il mondo degli affari sopporta peggio.

Un cattivo sabotaggio riporta, invece, le masse a rifugiarsi sotto l’ala sadica e paternalista del potere, così come sempre fa il terrorismo.

Alla fin fine la violenza ottiene sempre lo stesso scopo e anche per questo è una risposta ottusa all’ingiustizia e alla violenza del sistema.

Il grande compito di questo inizio secolo è di sottrarci al ricatto ignobile che vuole imporci la scelta tra continuità dello sfruttamento e alienazione capitalistica o una controrivoluzione autoritaria che ripristinerebbe l’antica sottomissione come il minore dei mali.

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Petropulos. Rebetiko:sono entrato presto nel giro dei fumatori di hashish

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Elias Petropulos

 

Chi racconta quest’incontro è Elias Petropulos, un antropologogo urbano, come si definiva, che ha studiato e amato profondamente il rebetiko: come modello, concezione di vita, umanità nello stesso momento che ne scopriva la musica e il mondo da cui proveniva.
“Sono entrato presto nel giro dei fumatori di hashish. Ricordo i miei genitori – andavo alle elementari – parlare sottovoce del signor Charàlabos, il fumatore che aveva una drogheria nel quartiere. Il signor Charàlabos aveva un carattere tranquillo e dolcissimo (quella dolcezza e tranquillità tipica dei fumatori di hashish che avrei ritrovato mille altre volte in vita mia). Mi impressionavano soprattutto i suoi occhi, sornioni e riflessivi. Era l’epoca della dittatura di Metaxàs. La polizia dava la caccia all’hashish e al rebetiko. A casa nostra avevamo una discreta collezione di dischi, con canzoni sull’hashish, le chassiklìdika del Pireo e di Smirne. La mia cultura sull’hashish si è completata ascoltando mio padre cantare i murmùrika in modo ineguagliabile; mai più avrei ascoltato un così autentico cantante di canti partigiani e rebètika. Naturalmente mio padre era consapevole di cosa cantassero i rebètika, ma essendo un povero impiegato statale, sbarrava porte e finestre quando ascoltava i dischi. Avevo sei anni quando mio padre mi ha designato fonografico, con il compito di caricare il grammofono, cambiare dischi e aghi. Mentre io mi occupavo del grammofono, mio padre, steso sul divano, si godeva la musica. E così, piano piano, i vecchi canti rebètika sono entrati nel mio cuore.”Elias Petropulos

Vangelis Papazoglu. Il narghilé  13 – O Arjilés (1933-34)

Narghilè mio lodato
dov’è la mia addolorata gioventù
sì, eri pieno di hashish nero
per sciogliere l dolore

Parla anche tu oh pipa mia
pipa derviscia e vagabonda
cosa sarà della miseria mia
dimmi anche tu oh pipa mia
mia cara

Narghilè mio inizia il giro
voglio ricordare il primo tiro
delle nostre pene parlavamo
e il mio ragazzo piangevamo

e ai dadi vogliono tirare
finché non sono ripuliti
e al narghilè voglion ritornare
ohh mio narghilè.

 

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Péret e la sovversione dell’esistente

L’intransigenza di Péret, la sua mirabile ottusità nel perseguire la sovversione dell’esistente contro ogni forma di fideismo politico e religioso, va ampiamente al di là dal vago intellettualismo contestatario del gruppo surrealista bretoniano. La sua lucidità rivoluzionaria mai venuta meno, unita alla pertinacia nel rinfocolare l’odio di classe sia in ambito culturale, sia nella dimensione prettamente politica dell’agire umano, ne fanno un autore che ancora oggi rimane difficilmente recuperabile dai funzionari del sistema culturale. Neanche coloro che passano sotto silenzio il rigoroso e costante impegno rivoluzionario di Péret, riescono a renderne del tutto inoffensive le opere. Basta un verso, un passo di uno dei suoi scritti teorici, e salta tutto il castello di omissioni e capziosità accademiche. Sfortunatamente, c’è anche da dire che solo in pochi hanno saputo o voluto raccogliere il testimone incandescente della sua esigenza di sovversione, del suo bisogno di una riscrittura integrale della mappa del desiderio; in pochi hanno voluto arrischiarsi fuori dei confini di una seppur feroce alchimia del verbo. La maggioranza dei poeti e dei creativi, o presunti tali, ha preferito restare al coperto, magari sul carrozzone del migliore offerente, ad allevare sentimenti di retroguardia sul cadavere dell’amore, mentre l’ipocrisia di tutti i guardiani dell’ordine si accaniva sullo sconcerto degli sprovveduti, sui poveri cristi a cui erano state fregate anche le assi della croce.

“… i neri annusatori di cadaveri
gli assassini professionali dal manganello bianco
tutti i padri vestiti di rosso per condannare
o di nero per far credere che loro difendono
si accaniscono su colei che è come il primo ippocastano in fiore
Ii primo segnale della primavera che spazzerà via il loro inverno fangoso
perché sono i padri
quelli che violentano
accanto alle madri
che difendono la memoria “
(Tratto da Violette Nozières di Benjamin Péret)

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Gesù era un fungo?

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John M. Allegro

John M. Allegro è un filologo. Vale a dire un tipo che studia e mette in relazione i linguaggi scritti. Specializzato in lingue antiche, teneva lezioni sul Vecchio Testamento all’Università di Manchester. E’ stato il primo britannico selezionato per far parte del team internazionale dl studiosi incaricati di analizzare i rotoli del Mar Morto. Educato per diventare un pastore metodista dedito ai sermoni contro i fumatori di roba, Allegro non è un tipo che si possa sospettare di simpatie ateistiche o pslchedeliche. Ciò nonostante quattro anni fa (1974) ha dato uno scossone alla teologia ed alla filologia con l’annuncio che l’origine della religione gludaico-cristiana era da ricercarsi nei culti misterici orgiastici eseguiti da seguaci in preda alle droghe. Questi culti veneravano un certo fungo sacro ed Allegro è arrivato ad affermare che Gesù Cristo non era un uomo ma il nome in codice per questo fungo. Inutile dire che la sua teoria ha avuto un’effetto devastante tra gli studiosi tradizionalisti ed i preti. Tutti in un primo momento gli si sono scagliati contro con rabbia, poi hanno finito per ignorarlo con ostinazione. Così va il mondo. Ma Allegro, che era arrivato alle sue conclusioni dopo 14 anni di attente ricerche, non ha mollato ed ha dato alle stampe la sua teoria. La chiave del suo studio è stata l’intuizione del fatto che il sumero, il più antico linguaggio scritto conosciuto, sia direttamente collegato con le lingue semitiche del Vecchio Testamento, l’aramapco e l’ebraico, così come con quelle di origine indoeuropea del Nuovo Testamento, latino e greco. Il sumero è un ponte linguistico. Nella lingua sumera (che data dal 4000 a.C.) ci sono moltissime terminologie micologiche, impregnate di riferimenti sessuali. Quando Allegro trovò le stesse parole riferite ai funghi, appena alterate e a volte celate da metafore e giochi di parole, nei testi biblici del Mar Morto, mise insieme due più due ed ebbe lo scandalo. La parola stessa cristiano (dal greco kristionos) dai suoi studi risultò essere derivata da un’espressione erotica sumera, riferita ai fungo, macchiato di seme. (Tom Robbins: Il fungo magico, 1978).

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STERMINATE GRUPPO ZERO di Claude Chabrol

Un giovane anarchico spagnolo, che si fa chiamare Bonaventura Diaz, organizza ed attua, con quattro compagni di fede anarchica (tre uomini e una donna) il rapimento dell’ambasciatore americano a Parigi, Richard Point-Dexter, per il cui riscatto il gruppo chiede dieci milioni di dollari, destinati a finanziare la rivoluzione. Il commando, del quale avrebbe dovuto far parte anche il professor di filosofia Marcel Truffais, tiratosi indietro alla vigilia del rapimento, si nasconde con l’ambasciatore in una casa di campagna. Il sequestro del diplomatico è avvenuto in una casa di appuntamenti di lusso sorvegliata dal controspionaggio con telecamere nascoste. Il sequestro del diplomatico è stato quindi filmato: grazie alla pellicola il commissario che guida le indagini dà un volto e un nome ai rapitori, mentre il taccuino trovato in casa di Marcel gli fa scoprire il loro rifugio. Con l’avallo del sottosegretario agli Interni e del ministro, il poliziotto, per cancellare l’aureola romantica che l’opinione pubblica conferisce ai guerriglieri, fa in modo che costoro uccidano l’ostaggio e siano a loro volta ammazzati. Si salva dal massacro il solo Diaz, al quale il commissario, che i suoi superiori hanno abbandonato, tende un tranello in casa del filosofo. Prima di morire l’anarchico ammazza il poliziotto, lasciando a Marcel il compito di svelare all’opinione pubblica la verità su quanto è accaduto.
Il film si concentra sull’azione, tracciando in immagini il vertiginoso procedere di eventi nei giorni prima, durante e dopo il rapimento dell’ambasciatore americano a Parigi, approfittando di una sua sosta in una lussuosa casa di appuntamenti, e nasconderlo in un casolare di campagna, per scuotere le coscienze e uscire dall’interminabile stallo delle discussioni teoriche e delle divisioni tra movimenti antagonisti. Denuncia l’azione dei corpi speciali di polizia, dei servizi segreti, di una burocrazia e di un potere politico che non esitano a servirsi di un commissario psicopatico per poi liquidarlo a fine servizio, quando la violenza delle misure repressive impressiona l’opinione pubblica e turba gli equilibri nazionali e internazionali.
“Presi singolarmente, gli anarchici del gruppo NADA non hanno niente di eccezionale, vivono le loro giornate come meglio possono, chi insegnando filosofia, chi lavorando in un bistrot, chi rincorrendo i propri sogni.
Se si trovano insieme è perché perseguono un unico obiettivo: dare vita a un processo rivoluzionario in grado di spazzare dalla faccia della terra ogni ipocrisia politica.
C’è un’unica strada che sembra in grado di condurre dritta sull’obiettivo, si chiama rivoluzione e, se non ci si fa spaventare dall’altisonanza del nome, può rivelarsi una strada del tutto percorribile.”
Il film è tratto dal romanzo di Jean-Patrick-Manchette” NADA”.

 

 

 

 

 

 

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Miguel Amorós. Il trauma della decrescita

decroissance21-1Tutti i partigiani della decrescita parlano di uscire dall’economia, anche se il modo per realizzarlo non passa per una rivoluzione e nemmeno solo per un’ecatombe economica. Deve invece passare attraverso un’uscita. La distruzione del capitalismo non è la condizione previa per il cambiamento. Questo deve essere «civilizzato», deve passare dalla porta e non buttarla giù, con l’aiuto inestimabile dell’informatica e di internet, strumenti «conviviali» che «attaccano il regno della merce» (Gorz) e ci aiutano a creare «spazi autonomi conviviali e parsimoniosi» pieni zeppi di «beni relazionali», grazie al cui fascino attrattivo il nostro immaginario ne risulterà decolonizzato. Quindi non si tratta di sostituire un sistema con un altro, e ancor meno con la violenza, ma di creare un sistema buono all’interno di uno cattivo, che conviva con esso. Quando quelli della decrescita parlano di uscire dal capitalismo, la maggior parte delle volte intendono uscire dall’«immaginario capitalista»: un cambiamento di mentalità, non di sistema. Inoltre pensano che l’altro tipo di cambiamento, quello che comporterebbe la distruzione della democrazia borghese, la socializzazione della produzione, l’eliminazione del mercato, l’abolizione del salario e la scomparsa del denaro, provocherebbe «il caos», qualcosa di «insostenibile» che inoltre avrebbe il difetto di non porre fine all’«immaginario dominante». Siamo ben lontani dall’incamminarci verso quel che in altra epoca venne chiamato socialismo o comunismo. Quel che si pretende è molto più semplice: mettere a dieta il capitalismo. Non c’è il minimo dubbio che i suoi dirigenti, stimolati dall’esito di una «economia solidale» a cui lo Stato ha trasferito mezzi sufficienti, e limitati dall’esaurimento delle risorse e dalla scarsità dell’energia a buon mercato, si stiano convincendo della necessità di entrare «in una transizione socio-ecologica verso livelli inferiori di uso di materie prime e di energia» (Martínez Alier). I milioni di disoccupati che provocherà questa transizione dovranno prendere il computer e andare in campagna, ricettacolo di un’infinità di «nuove attività», provvedimento che sorgerebbe da un «ambizioso programma di ridistribuzione» che includerebbe un «reddito di cittadinanza» (Taibo), alla portata solamente delle istituzioni statali. In quanto tentativo di uscire dal capitalismo senza abolirlo, nel passare all’azione ed entrando nel terreno dei fatti, quelli della decrescita confluiscono nel vecchio e abbandonato progetto socialdemocratico di abolire il capitalismo senza uscire affatto da esso. Se abolire il capitalismo in modo brusco e violento è una forma di “decrescita traumatica” che va contro la “decrescita sostenibile” (Cheynet), non parliamo di abolire la politica. Anche se non esiste più politica se non quella che persegue i disegni dell’economia e, quindi, della crescita, non si concepisce altro modo di «implementare» i mezzi necessari di fronte a una «transizione egualitaria verso la sostenibilità» se non quello di «riacquistare protagonismo come comunità politiche» (Mosangini), ad esempio attraverso «una proposta programmatica prima delle elezioni» (Jaime Pastor). Cosicché quelli della decrescita potranno mettere in discussione il sistema economico che hanno rinunciato a distruggere, però non metteranno in discussione i suoi sottoprodotti politici, i partiti, il parlamentarismo e lo Stato, strumenti conviviali e spirituali per antonomasia. Anche se a casa propria si riempiono la bocca di «recuperare spazi di autogestione», una volta fuori reclamano a favore di un embrione di «democrazia partecipativa», ovvero della vigilanza e consulenza da parte delle istituzioni e delle imprese edili in materia di urbanizzazione e infrastrutture, con l’obiettivo di scongiurare le proteste radicali in difesa del territorio. Miguel Amorós 2010

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I DIGGERS

Una combriccola composta da cavalieri psichedelici, da ladri visionari e da utopisti pratici, autoproclamatisi difensori del Santo Crocicchio di San Francisco dall’assalto delle forze congiunte di polizia, pubblicitari, mafiosi e turisti. Imitando spavaldamente Robin Hood, trasformarono dal 68 al 69 Haight Ashbury in una succursale della foresta di Notthingham, proclamando senza appello la fine del denaro e il diritto di ognuno di accedere ad una vita libera. Agendo da kamikaze in incognito, misero in piedi una struttura di distribuzione gratuita di cibo, vestiti e droghe varie. Pionieri dello scambio cosmico organizzarono una serie di appartamenti per gente scappata di casa e per chi non aveva posto per dormire, un sistema di trasporto per persone e cose e persone, un servizio medico, una sartoria, aprirono delle fattorie fuori città per coltivare prodotti agricoli destinati alle loro mense e per fare rilassare la gente stressata dai ritmi urbani. Tutto totalmente gratis! Meglio non farsi troppe domande sulla provenienza dei capitali per fare funzionare l’impresa, sappiamo che li prendevano dove c’erano. Ispirati dall’esempio dei Provos olandesi organizzarono una serie di Happenings provocatori (come il bruciare mazzette di dollari davanti alle banche) e l’epocale Human-be-in al Golden Gate Park. Per spiazzare le indagini sul loro conto producevano una letteratura delirante mutuata dai surrealisti, si firmavano “cavallo del mirtillo fresco, bocca pelosa piena di torsoli di mela”, i loro punti di riferimento spaziavano dalle comunità utopiche a Breton e Artaud, dall’LSD al Vangelo, passando per Nostradamus. La loro avventura finì, schiacciata dall’impossibilità di gestire l’arrivo a San Francisco di centinaia di migliaia di persone, nonché dal confronto con le autorità e la mafia che andava facendosi sempre più duro. Anche se teoricamente rigettavano il ruolo di leader, in pratica tra loro emersero alcune figure carismatiche, come Emmett Grogan (autore scomparso di Ringo Levio a cui Dylan ha dedicato il suo album Street Legal), Peter Coyote (oggi attore a Hollywood) e Peter Berg (oggi editore di Planet Drum). Le loro gesta ispireranno più avanti le azioni di Jerry Rubin e di Abbie Hofmann (gli Yippies), con una differenza significativa: i Diggers vivevano praticamente in clandestinità evitando qualsiasi contatto con i media, mentre questi ultimi si agiteranno come pazzi per finire sotto i riflettori. Il nome Diggers (scavatori) deriva da un movimento inglese del XVII secolo, fondato da Gerard Winstanley, erede del millenarismo eretico medievale che propugnava l’abolizione di ogni tipo di autorità e della proprietà privata, il mutuo appoggio, l’occupazione delle terre incolte. Il movimento ebbe vita breve (1648-49) ma esercitò una profonda influenza sul pensiero anarchico.

Se vuoi saperne di più:

almanacco psichedelico

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