La prima volta con lo jopo

 

Plotkin_Mark

Mark J. Plotykin

“Quando mi girai di nuovo verso lo sciamano, lui mi stava porgendo il tubetto. Provando nello stesso momento e in eguali proporzioni ansia, eccitazione, paura e pregustazione, mi misi la parte cava nella narice destra. Lo sciamano tenne l’altra estremità fra le labbra e soffiò, cominciando adagio e finendo con un colpo forte.
La forza del colpo mi fece cadere all’indìetro dalla mia posizione accovacciata. Fui immediatamente inondato da una sensazione di calore – le narici, il seno nasale, la testa,  gli arti erano in fiamme. Mi tirai su, e cominciai a sentire il dolore.
La testa prese a pulsarmi come se fossi stato colpito con una mazza da guerra. Mi si confuse la vista ed ebbi un capogiro; tentavo di respirare, mentre sentivo la gola e il naso bloccati da una sostanza simile a muco.
In mezzo a tanto disagio e confusione, mi guardai attorno e vidi che lo sciamano stava tornando a riempire il tubetto. Lo puntò di nuovo verso di me e m’infilò piano nella narice sinistra il seme di palma che si trovava all’estremità del tubo. La mia prima tentazione fu di rifiutare, ma prima che potessi rimettermi in sesto e parlare lo sciamano mi sofiìò forte nel naso.
Questa forza parve spingere la droga dal tubetto dello sciamano direttamente nel mio circolo ematico e poi nel profondo della mia anima. Benché il cuore mi battesse dolorosamente in petto, un sottile senso di euforia si unì al dolore che mi tormentava il corpo. Al limite del mio campo visivo cominciarono ad apparire due figure.
Prese a gocciolarmi il naso, ma mi si schiarì un po’ la vista. Vedevo indios in altri punti dello shabono che mi indicavano e facevano larghi sogghigni. Alcuni interruppero quel che stavano facendo – chiacchierando fra loro nelle amache, intagliando punte di frecce per la caccia, preparandosi il proprio snuff – e si sedettero in cerchio, con me al centro.
Sentivo che un caldo vincolo di fratellanza mi legava a loro. Mentre l’allucinogeno circolava nel mio corpo, gli indios parlavano nel loro idioma nativo, che ora mi sembrava di comprendere. Uno di loro mi batté affettuosamente sulla spalla e un altro sul braccio. Travolto da questo senso di familiarità, indicai l’epena sulla foglia di banano davanti a me. «Ancora», dissi allo sciamano, anche se la mia voce sembrava quella di un altro.
Lo sciamano caricò la pipa e sofiìò l’epena nella narice destra: poi riempì ancora e soffiò nella sinistra. Ebbi l’impressione che mi stesse dando una dose inferiore alla norma e che soffiasse più delicatamente di quanto non facessero gli indios fra loro. Anche così, però, cominciavo ad avere allucinazioni.
«Ancora», ripetei. Volevo l’esperienza piena.

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Ora i miei sensi erano alterati in modo notevole. L’udito mi si era fatto particolarmente acuto: mi pareva di essere in grado di sentire tutto nello shabono. Il mio campo visivo s’era molto ampliato: era come se stessi guardando il mondo con un grandangolo. Al limite del mio campo visivo, le figurine presero a ballare.
Lo sciamano sollevò ancora il cannello della pipa, e io ancora ne presi, ogni volta di più e con più intensità della precedente. Il colpo finale mi fece di nuovo cadere all’indietro, e io gìacqui disteso sulla schiena. La gola mi bruciava, sembrava che il cranio stesse per esplodermi; mi presi la testa fra le mani.
Un altro vecchio sciamano che mi sedeva accanto vide la mia disperazione e cominciò a massaggiarmi un braccio. Una sensazione di calore e di calma prese a scorrere in me, ed io staccai le mani dalla testa, mentre il dolore diminuiva. Lui posò una mano sul mio cuoio capelluto e cominciò a stringere, molto lentamente. Quasi subito il dolore scomparve, e gli effetti dell’allucinogeno percorsero il mio corpo come un’onda – dalla testa ai piedi e ancora in su. Sembrò che una grande pace scendesse su di me, sui miei amici, sullo shabono, sulla giungla che ci circondava.

shabono

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Il pavimento di terra dello shabono, pieno di formiche, di pidocchi e d’altri parassiti, ora mi pareva comodo come una pelle d’orso. Ero estremamente rilassato, eppure molto attento. Sentivo che la testa e il cuore erano tirati in due direzioni diverse nello stesso tempo – mi colpiva l’inutilità dell’odio, dell’ngiustizia, della gelosia e della guerra che imperversavano nel mondo, eppure allo stesso tempo ero pieno del senso del mio potere e della mia invulnerabilità, del desiderio di essere waiteri: feroce e coraggioso nella migliore tradizione Yanomamo”. ( Mark J. Plotykin, 1993)

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