Anarchia e primitivismo

In maniera sommaria si possono distinguere tre varianti del movimento primitivista:
1. La corrente proveniente dall’area di Detroit: vicina alle posizioni del marxismo libertario, attenta alla critica della domesticazione del pensatore francese Jacques Camatte; l’autore più interessante di questo filone è forse Fredy Perlman, autore di Against His-story, Against Leviathan! La rivista principale di quest’area è stata a lungo Fifth Estate.
2. La corrente anarcoprimitivista vicina a John Zerzan: probabilmente quello di John Zerzan è il nome più noto del Green Anarchism; Zerzan ha il merito di illustrare una critica anarchica alla civiltà con una ricca documentazione sulle popolazioni di raccoglitori-cacciatori; in tal senso restringe il discorso più generico sui “selvaggi” già elaborato in Europa da Clastres e approfondisce la riflessione sulla sostenibilità ecologica dello stile di vita dei raccoglitori-cacciatori, utilizzando i nuovi spunti dell’ecologia antropologica americana (attingendo in particolare dagli studi di Richard Lee). Al tempo stesso Zerzan ha elaborato una discussa analisi delle conseguenze della domesticazione, estendendo il proprio interesse critico verso il linguaggio, il numero, e le categorie dell’attività simbolica. Rivista di riferimento: Green Anarchy.
3. La corrente di ‘Deep Ecology’: il filone vicino alla rivista ecologista Earth First! Journal e al movimento di Deep Ecology è più variegato, nella pratica e nella teoria, animato in primo luogo da un ecologismo caratterizzato dall’azione diretta; in quest’area si possono collocare gli scritti di Edward Abbey, l’autore di Deserto solitario.

Ragionando per sommi capi, si può sostenere che, rispetto alle precedenti riflessioni anarchiche sull’antropologia, il primitivismo propone due innovazioni teoriche di rilievo:
– Le società acefale non erano solo egualitarie ma erano società che vivevano nell’abbondanza e godevano di uno stato di salute invidiabile. Sono, inoltre, le uniche società che hanno vissuto in un totale equilibrio di lungo periodo con il loro ambiente circostante. Questo rende il primitivismo particolarmente interessante per le sue implicazioni ecologiste.
– Con l’introduzione dell’agricoltura, viene meno l’equilibrio demografico, ambientale, economico e l’autogestione. Inizia un lungo percorso di degradazione di cui abbiamo il dubbio privilegio di assistere al collasso finale.
Inoltre, rispetto al pensiero libertario ‘classico’, con il primitivismo si possono individuare due assunti evidenti.
– Alla critica dello stato si affianca la messa in discussione della tecnologia, che è vista di per sé come negativa.
– La preoccupazione critica, più che sul potere o sull’oppressione, si sposta sulla stessa sopravvivenza del genere umano, strozzato da un ‘progresso’ che ormai compromette l’ambiente e la possibilità stessa dell’esistenza.
– La soluzione non è più (solo?) la rivoluzione ma l’abbattimento della tecnologia. Solo il regresso tecnologico può ripristinare l’eguaglianza e garantire un futuro di lungo periodo alla specie umana. Stefano Boni, Alberto Prunetti

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