Le conseguenze della convergenza NBIC

Ricordiamone l’origine: N per “nanotecnologie”, B per “biotecnologie ”, I per “scienze dell’informazione ” (Big Data, algoritmi, “intelligenza artificiale”…) e C per “scienze cognitive” (principalmente neuroscienze). A cavallo tra gli anni 2000 e 2010 si è assistito a una convergenza tra queste diverse discipline, forme di “fertilizzazioni incrociate che oggi confluiscono in un vero e proprio cambio di paradigma tecnoscientifico. La maggior parte delle nuove tecnologie che ne derivano sono al centro della competizione tecnologica tra i maggiori paesi di questo mondo.

In una società ormai mondiale e ogni giorno sempre più ingovernabile per il moltiplicarsi di crisi e di emergenze di ogni genere, a partire da quella climatica, che è solo un aspetto non trascurabile di un più generale collasso della biosfera terrestre e della distruzione degli ecosistemi, e in un contesto sempre più caratterizzato da corsa tecnologica agli armamenti, guerre, instabilità economica e finanziaria, margini di crescita che vanno vieppiù riducendosi, difficoltà a reperire risorse naturali e di conseguenza una più accesa e estesa competizione economica internazionale, più pressante si fa per le élite dominanti dei vari paesi la necessità, fuori dei confini, di un’appropriazione delle ricchezze attraverso l’intervento diretto o la pressione politica e militare; all’interno di una ristrutturazione di tutti gli ambiti produttivi e delle modalità di lavoro, ma più in generale del nostro stare ai mondo, con il ricorso a soluzioni tecnologiche di punta, frutto della cosiddetta quarta rivoluzione industriale (intelligenza artificiale, algoritmi, machine learning, internet delle cose, robotica, sensoristica, automazione, 5G, droni, per citare solo alcune delle principali tecnologie), con obiettivi da una parte di fare a meno di lavoro umano di colpo in eccesso, dall’altra di un più stringente e pervasivo controllo di ogni azione umana, e di normalizzazione dei comportamenti.

Le innovazioni nel campo delle bio e nano tecnologie, soprattutto mediche e alimentari, sono viste come un progresso a beneficio di tutti ed è diffusa l’idea che lo sviluppo delle neuroscienze comportamentali non potrà che portare benessere (“bioconvergenza” e rivoluzione industriale 4.0).

Nel 2001 si è tenuta a Washington unʼimportante conferenza che ha riunito ricercatori di prestigiose università, industriali e militari, fondazioni e politici per delineare come sarà il mondo tecnico di domani, i “rischi e le opportunità” che gli saranno associati in termini di potenza economica e militare. L’ambizione di “ottimizzare” le facoltà umane attraverso l’innovazione tecnica è il vero cuore del progetto. La “filosofia”, se così possiamo chiamarla, è quella del transumanesimo, nato nella Silicon Valley alla fine degli anni ’80. Lʼidea è semplice, persino semplicistica: noi esseri umani abbiamo creato così tanti problemi su questa Terra, abbiamo reso così complessi molti dei principali sistemi che oggi ci rendono completamente interdipendenti, che avremo bisogno di donne e uomini con capacità superiori per risolvere i problemi che noi stessi abbiamo creato. Altri sostenitori di questo approccio lamentano la fragilità degli esseri umani, le loro debolezze naturali e la loro emotività, e mirano alla loro immortalità. Ad esempio, Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google dal 2012, afferma che “lʼinvecchiamento, le malattie e la morte sono problemi che possiamo risolvere oggi”. Quanto a Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e principale finanziatore di molti di questi progetti, egli ritiene che la tecnologia sostituirà presto la politica: grandi sistemi automatizzati ci diranno cosa fare, quando, dove andare e dove fermarci. Elon Musk è ovviamente nello stesso delirio prometeico… Ciò ovviamente non può non far venire in mente grandi autori, come Aldous Huxley, George Orwell, tra gli altri, che, nei loro libri distopici hanno anticipato gli sviluppi contemporanei suscitando un certo terrore.

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