La Conchiglia e il clergyman di Antonin Artaud

artaudLa conchiglia e il clergyman, prima di essere un film, è uno sforzo o un’idea.
Scrivendo la sceneggiatura di La conchiglia e il clergyman ho pensato che il cinema possedesse un elemento proprio, veramente magico, veramente cinematografico, che nessuno finora aveva pensato a isolare. Tale elemento, distinto da qualsiasi specie di rappresentazione legata alle immagini, partecipa della vibrazione stessa e della nascita inconscia, profonda del pensiero.
Esso sgorga sotterraneamente dalle immagini e discende non dal loro senso logico e coerente, ma dalla loro miscela, dalla loro vibrazione e dal loro scontro. Ho pensato che si potesse scrivere una sceneggiatura che non tenesse conto della conoscenza e del legame logico dei fatti, ma che, più profondamente, andasse a ricercare nella nascita occulta e nelle erranze del sentimento e del pensiero le ragioni profonde, gli slanci attivi e velati dei nostri atti cosiddetti lucidi, mantenendo le loro evoluzioni nella sfera delle nascite e delle apparizioni. Ciò dimostra fino a che punto, ad esempio, questa sceneggiatura può accostarsi e assomigliare alla meccanica di un sogno senza essere veramente un sogno di per sé; fino a che punto essa restituisce il lavoro puro del pensiero. Così la mente, abbandonata a se stessa e alle immagini, infinitamente sensibilizzata, attenta a non perdere niente delle ispirazioni del pensiero sottile, è pronta a riacquistare le sue funzioni originarie, le sue antenne rivolte verso l’invisibile, a ricominciare una resurrezione della morte.
Questo almeno è il pensiero ambizioso che ha ispirato questa sceneggiatura, la quale ad ogni modo trascende i limiti di una semplice narrazione o problemi di musica, di ritmo o di estetica tipici del cinema, per porre il problema dell’espressione in tutti i suoi campi e in tutta la sua estensione.
(Antonin Artaud, La coquille et le clergyman, Tratto da “Cahiers de Belgique” n. 8, 1928)

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